Se gli effetti dei sempre più numerosi arrivi a Bologna sono ancora prevalentemente riferiti all’impatto negativo degli affitti brevi, sul quale i poteri dell’Amministrazione locale sono purtroppo limitati, questo non significa che non occorra una politica locale più attenta a governare il fenomeno, anche in previsione dell’inevitabile ulteriore crescita dei flussi. Gli strumenti di governance per orientare almeno in parte i comportamenti degli operatori e dei turisti non mancano: sia quelli “soft”, di sensibilizzazione, che quelli un po’ più “hard”, come la tassa di soggiorno
di Rudi Fallaci, urbanista
In qualunque territorio, lo sviluppo del turismo porta con sé benefici economici ma anche danni. Può portare danni ai connotati identitari di quel tale territorio, a determinate attività dell’economia locale, per compromettere l’equilibrio di fragili ecosistemi locali, può introdurre frizioni nella popolazione locale e nei legami sociali, nell’uso degli spazi e delle risorse locali, tende ad appiattire e standardizzare ciò che quel territorio offre.
Ormai la protesta contro l’overturism è un fenomeno talmente diffuso da interessare molti tipi di località. Comprese, e forse in particolare, quelle città, come Bologna, che non hanno una lunga abitudine al turismo e non sono intenzionate a vivere di turismo. Di qui la richiesta di frenare, di contenere, quando non di contrastare, che coinvolge mondo della cultura, economisti, pubblici amministratori.
Ma i danni che può portare sono di natura diversa da territorio e territorio. A Bologna, le critiche e gli allarmi si concentrano su tre temi: l’impatto negativo dell’esplosione del fenomeno degli affitti brevi sul mercato delle locazioni in affitto, il rischio di contaminazione dei connotati culturali e identitari locali, l’impatto sull’occupazione dello spazio pubblico. Vediamoli uno per uno.
Prima però, sembra utile introdurre un altro punto di vista che troppo spesso non viene considerato: il punto di vista del turista, che poi siamo noi stessi, ben felici di esserlo ogni volta che possiamo.
La possibilità di fare turismo è stata ed è un formidabile fenomeno di miglioramento sociale di massa, di espansione della conoscenza e della libertà individuali di interi strati popolari. Lo è stato per la prima volta per la generazione dei nostri genitori e nonni, che negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso hanno cominciato a caricare all’inverosimile il portapacchi della ‘600’ per portare la famiglia in villeggiatura nelle pensioncine e nei campeggi della riviera romagnola; per una massa di famiglie operaie e popolari ha voluto dire disporre per la prima volta di due risorse inedite: una fetta di tempo di vita sottratto alla servitù del lavoro e un po’ di soldini da parte da spendere per qualcosa di non necessario alla sussistenza, condizioni fino ad allora riservate a ristrette élite altoborghesi.
È stato poi conquista di libertà e di conoscenza per le generazioni successive di ragazzi che hanno cominciato per la prima volta a viaggiare da soli e conoscere l’altro, con zaino e sacco a pelo, con l’Interrail e poi con l’Erasmus. Lo è stato pure per quelle prime generazioni di pensionati che hanno cominciato a conoscere qualche città europea con quelle gite in bus a bassissimo prezzo, comprensive della proposta di vendita di pentole. Lo è oggi per quelle greggi di pensionati europei che, godendo di una vecchiaia più lunga e più in salute e di una più diffusa acculturazione, vediamo in città trottare dietro alla guida con bandierina e ascoltare le storie e le architetture della città; sono questi il segmento di turismo protagonista dell’emblematico superamento di Bologna su Rimini quale prima meta turistica della regione, certificazione del peso assunto da conoscenza e curiosità rispetto a relax e divertimento tra le motivazioni turistiche.
E se inizialmente questa conquista di massa è cominciata come fenomeno europeo-occidentale, si è poi estesa ad altri popoli mano a mano che quote non più solo elitarie di popolazione hanno potuto godere di spazi di libertà di movimento e di qualche disponibilità economica superiore alla sussistenza, e hanno potuto esprimere voglia di conoscere: americani, giapponesi, poi dopo la caduta del Muro di Berlino gli europei dell’est, poi un po’ di russi, un po’ di arabi. E ora i cinesi; nella “settimana d’oro” in cui tutta la Cina è in ferie si muovono quattrocentocinquanta milioni di persone, in prevalenza per le mete turistiche interne, affollandole all’inverosimile, poi riversandosi in massa sui paesi vicini del sud-est asiatico, mentre qui in Europa siamo solo alle prime avanguardie di un’ondata che ci investirà con numeri inediti. E per fortuna nostra (non loro), sono ancora un po’ lontane le condizioni per cui cominci a muoversi qualcosa in quell’altro miliardo e mezzo di persone del sub-continente indiano: ma prima o poi anche lì è destinata a formarsi una massa in condizioni sociali ed economiche sufficienti ad avere il desiderio (e agire il diritto!) di aprire gli occhi sul mondo e di visitare l’Europa e, perché no, anche Bologna. Allargamento di una conquista sociale, culturale e di libertà e, insieme, catastrofe?
Attenzione poi a fare distinzioni superficiali fra turismo colto e responsabile e turismo incolto, consumistico, il cosiddetto “mordi e fuggi”. Il turismo delle città che è esploso negli ultimi decenni è fatto di soste brevi, ma ripetibili nel tempo in nuove occasioni. La distribuzione del proprio tempo liberato dal lavoro in più vacanze brevi o brevissime non l’ha inventata l’industria del turismo, l’abbiamo inventata noi tutti, mano a mano che il lavoro manuale e usurante che induce alla vacanza stanziale è stato sopravanzato dal lavoro intellettuale o comunque meno usurante, che induce a usare il proprio tempo liberato non per il riposo ma per “esperienze”, per motivazioni segmentate, specifiche e plurime: turismo eno-gastronomico, religioso, mostre d’arte, spettacoli, eventi sportivi, trekking, cicloturismo, corsi lingue, di norcineria, di yoga, e quant’altro.
Quei ragazzi spagnoli che vengono a Bologna nel weekend con i voli scontati Ryanair, come i nostri che vanno a Barcellona, anche se al ritorno avranno dedicato più tempo alla movida che alla storia o alle architetture, avranno comunque assorbito qualcosa, conosciuto persone, fatto confronti, che fa sempre bene. E quel ragazzo che ho visto al Louvre farsi un selfie davanti alla Gioconda, forse era digiuno di storia dell’Arte, forse era lì perché aveva letto sui social che il Louvre è un “must”, ma non c’è dubbio che anche quel ragazzo avrà acquisito qualche sinapsi in più, qualche stimolo di curiosità, con cui magari interrogare l’Ai. Viaggiare fa bene a tutti.
Ma veniamo ai danni del turismo, e in specifico ai danni, reali o percepiti, a Bologna.
1) Il più indiscutibile e grave impatto negativo che il turismo ha avuto e ha su Bologna è quello del dilagare di uno specifico segmento di offerta: quello dell’affitto breve, che si stima sia arrivato a contare 2 milioni di pernottamenti, rispetto ai 4 milioni di pernottamenti nelle strutture alberghiere ed extra-alberghiere tradizionali. Nel giro di poco più di un decennio questo fenomeno ha sottratto, secondo le stime, oltre 4500, forse 5000 alloggi da un mercato delle abitazioni in affitto già di per sé troppo esiguo e sotto pressione per la domanda abitativa degli studenti e di nuove persone che trovano lavoro a Bologna. L’impatto degli affitti turistici è differenziato spazialmente: è molto rilevante nel centro storico, che concentra il 56% di tutti gli annunci sulle piattaforme e interessa intorno al 6% di tutti gli alloggi), lo è molto meno nella prima periferia fino a essere irrilevante nei quartieri più esterni; tuttavia l’effetto di restringimento dell’offerta e di incremento dei prezzi degli affitti si riverbera su tutta la città.
I modi per limitare o anche azzerare gli effetti negativi di questo particolare segmento di offerta turistica ci sarebbero, e più di uno. Intanto la leva fiscale: un moltiplicatore dell’Imu specifico per questa modalità d’uso degli alloggi avrebbe effetti immediati; oppure norme che impongano un numero massimo annuo di notti oltre il quale si passa in regime di attività commerciale; oppure introdurre un tetto massimo di licenze in proporzione al mercato; o ancora imporre una durata minima dei contratti di affitto: Barcellona introdurrà una durata minima di 30 giorni a partire dal 2028 con l’intento di riportare quasi tutto questo patrimonio abitativo nella sfera dell’affitto lungo. Ma in Italia, nessuna di queste strade rientra nella competenza dei Comuni, né delle Regioni: tutte richiedono un provvedimento nazionale, che evidentemente è lontano anni luce dagli interessi di questo Governo.
Così nelle competenze del governo locale resta solo una possibilità: quella di un utilizzo “creativo” della leva urbanistica: definire che l’uso “locazione breve” è un uso urbanistico a sé stante, distinto dall’uso abitativo nel quale invece ricade l’affitto ordinario, e che quindi il cambio d’uso richiede un titolo edilizio che può essere disciplinato o condizionato dalla normativa dei Piani Urbanistici Comunali. È la strada che ha percorso la Regione con la legge 10/2025 per aprire questa possibilità ai Comuni; ed è la strada che ha inteso applicare il Comune di Bologna con la variante n. 2 al Pug. Il Governo ha già fatto ricorso contro la legge regionale, non riuscendo ad azzerarla ma comunque condizionandola; e a valle sono attesi i ricorsi dei proprietari sulla norma comunale.
Ma anche se i ricorsi venissero superati e la norma urbanistica entrasse in vigore, avrebbe comunque un’efficacia limitata. Un provvedimento governativo, sul piano fiscale o regolamentare, si applicherebbe su tutti gli alloggi già oggi destinati ad affitto breve con l’effetto di riportarne almeno una parte sul mercato ordinario, invece la norma urbanistica avrebbe solo l’effetto di limitare o impedire ulteriori passaggi di alloggi dall’affitto ordinario all’affitto breve, ma non potrà avere alcun effetto su tutti gli alloggi che questo passaggio l’hanno già fatto.
Il tentativo di usare l’unico strumento locale a disposizione, il Piano urbanistico, non riduce minimamente la necessità di un provvedimento nazionale che attribuisca agli enti Locali la possibilità reale di limitare i danni. Ma questo provvedimento non ci sarà.
2) L’impatto che il turismo può provocare sulla contaminazione dei connotati identitari locali, della cultura locale, degli stili di vita, della stessa scala di valori locali raggiunge una durezza drammatica nei paesi del terzo mondo, in particolare in quelli più poveri. Qui il turista occidentale è un alieno: alieno fin nel suo apetto fisico, alieno nelle sue esigenze, nei comportamenti, portatore di una “modernità” improvvisa e non mediata; l’impatto di una disponibilità di spesa imparagonabile alle condizioni di vita locale non solo scompagina l’economia locale e riduce la cultura locale a folklore, ma sconvolge le stesse strutture sociali, colpisce la dignità delle persone, fino a sfociare nelle diverse forme di prostituzione, culturale o addirittura fisica.
Ma qui da noi? Qui in Europa, a Bologna? Quale “contaminazione” può venirci da turisti in larghissima misura europei o comunque occidentali, che sono un’altra faccia di noi stessi, portatori di comportamenti e culture con cui siamo inscindibilmente e proficuamente contaminati da secoli? Come si può lamentare l’appiattimento della personalità urbana, del genius loci a causa del turismo, da parte delle stesse voci che riguardo all’immigrazione predicano inclusione, multiculturalismo, superamento della visione eurocentrica? Se un tratto del brand bolognese è quello della gastronomia, la contaminazione non la portano i turisti, la cerchiamo noi bolognesi quando ci divertiamo a imparare a usare le bacchette nei ristoranti etnici o fusion della città, che non sono nati certo per l’utenza turistica.
3) Altro aspetto vissuto e contestato come critico riguarda l’occupazione dello spazio pubblico nel centro storico. Da anni diversi comitati di residenti denunciano alcune specifiche situazioni di eccessiva dilatazione dei dehors in alcune aree pedonali e sotto alcuni portici. Non si tratta di situazioni generalizzate ma non c’è dubbio che ci sono stati anche errori nelle politiche locali; anche sull’onda del Covid, c’è stato un eccesso di risposta alle pressioni degli esercenti, che in qualche caso è andato oltre il ragionevole equilibrio fra le diverse funzioni e i diversi utilizzatori dello spazio pubblico; e c’è una sostanziale mancanza di controllo e sanzionamento delle dilatazioni abusive dello spazio autorizzato dei portici. Occorre recuperare, facendo qualche passo indietro.
Ma sarebbe fuorviante associare la dilatazione dei dehors al turismo: felici utilizzatori dei dehors siamo tutti: bolognesi, studenti, turisti. E in ogni caso suonerebbe alquanto elitario dare corda a nostalgie di quando si poteva passeggiare tranquillamente «in una Piazza Santo Stefano meravigliosamente vuota».
In conclusione. Se i danni del turismo a Bologna sono, secondo la mia valutazione, ancora prevalentemente riferiti all’impatto negativo degli affitti brevi, sul quale i poteri dell’Amministrazione locale sono purtroppo limitati, questo non significa che non occorra una politica locale più attenta a governare il fenomeno, anche in previsione dell’inevitabile ulteriore crescita dei flussi. Gli strumenti di governance per orientare almeno in parte i comportamenti degli operatori e dei turisti non mancano: sia quelli soft, di sensibilizzazione, che quelli un po’ più hard, come la tassa di soggiorno.
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