Nautica, il Mezzogiorno chiede un tavolo permanente per il settore


Un tavolo permanente per la nautica del Sud. E’ la “Questione Meridionale” declinata nella blue economy quella che emerge dal primo forum dedicato, ospitato e promosso dallo Snim, il Salone nautico di Brindisi (sino al 26 ottobre). Che parte da un dato: le imprese nautiche del Sud Italia rappresentano il 25% del totale del Paese, ma generano un valore aggiunto del 10%. Poco.

La vetrina sul Sud

Lo Snim è in crescita, con 180 espositori e oltre 300 imbarcazioni su 20.000 metri quadrati di spazi espositivi ricavati nel Marina di Brindisi, che ha preso il posto del lungomare, dove si erano tenute alcune edizioni passate. E’ un “Salone partecipato” di Confindustria nautica, che dopo anni di una certa rigidità rispetto alle rassegne extra-Genova, oggi crede in una rete di Saloni vicini all’associazione e complementari. E a Brindisi, era presente in forze.

Lo ha spiegato il vicepresidente Marco Monsurrò, nel rispondere a un imprenditore siciliano, Fabio Schiavone, intervenuto durante il forum dalla platea: questi ha detto che è il secondo anno che tenta di trovare spazio nel Salone di Genova (il che ne sottolinea l’importanza), senza riuscirci. Monsurrò ha spiegato come l’idea di Confindustria dei Saloni partecipati sia tale da consentire una esposizione diffusa in tutt’Italia dei prodotti della nautica, vicina agli appassionati e ai potenziali clienti. Nell’attesa, anche, che terminino i lavori del nuovo Waterfront di Levante di Genova, così che la rassegna “madre” possa offrire più spazi.

Poca produzione

Parlando di stato di salute del settore nel Mezzogiorno, è stato detto a più voci, a partire da quella di Giuseppe Meo, presidente dello Snim, che la nautica anche nel Sud sta crescendo, dà lavoro, ma – ecco il punto dolente – genera ancora un ridotto valore aggiunto. Una nautica, va detto, concentrata soprattutto sulle piccole-medie dimensioni di imbarcazioni, segmento che in questo momento soffre di più sul mercato. Ma non è solo questo: nel Mezzogiorno – con 423 imprese per 3.600 occupati – è limitata la produzione, a dispetto dei servizi di destinazione. Il che, parlando di turismo nautico, va ovviamente bene, ma è anche vero che il valore aggiunto arriva in maniera più determinante dalla produzione.

Qualche numero. Dei cinque principali poli territoriali della cantieristica, che concentrano l’89,2% del fatturato nazionale del settore, l’unico al Sud è quello della provincia di Napoli, con 55 imprese, 419 addetti e 115,7 milioni di euro di fatturato. Il Mezzogiorno esprime invece una quota rilevante della ricettività: qui si trovano 459 delle 790 infrastrutture portuali per la nautica da diporto e circa il 47% dei posti barca del Paese, oltre 81 mila su 171.648.

L’interesse come destinazione di questa parte d’Italia è crescente, stante anche le bellezze del suo mare, delle sue coste e delle sue isole. E’ recente ad esempio l’acquisto da parte della greca D-Marin del porto di Polignano a Mare (Cala Ponte), 300 posti barca. Operazione vista molto bene dal settore in Puglia, ci dice Giuseppe Danese, presidente di Confindustria Brindisi, ma che non deve fermarsi qui. Ecco un altro punto focale: vanno costruiti hub per attirare i grandi yacht, possibilmente per farli “svernare”, magari facendo concorrenza a Croazia, Montenegro e Grecia. E’ noto quale sia la ricaduta economica sul territorio di un grande yacht, no?

Fare rete

Da qui, alcune idee ulteriori che emergono dal forum. Anzitutto, è espressa la necessità di alimentare un processo che aiuti la nascita nel Sud di aziende di produzione e che sostenga quelle esistenti nella svolta da servizi a produzione. Accompagnata dalla formazione del personale, di giovani (non devono essere tutti designer, servono elettricisti, falegnami, verniciatori, capobarca, capolinea, etc.), di manodopera che mancano.

Ci sono strumenti che posso agevolare questa evoluzione: uno su tutti, la ZES Unica (Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno), istituita per favorire gli investimenti e lo sviluppo d’impresa, con agevolazioni fiscali ed amministrative, che serve per attirare i grandi gruppi (vedi Azimut/Benetti in Puglia), ma anche per le realtà locali. In città come Brindisi e Taranto, poi, ci sono anche ulteriori fondi per la decarbonizzazione post-industriale e – altro aspetto da non trascurare, vista la fame di spazi dei big – l’esistenza di aree disponibili.

Poi, c’è il discorso dell’internazionalizzazione, che porta benefici, a partire dalla voce dell’export. Be’, è detto chiaro che solo facendo rete, sistema, anche una impresa che parte dal Sud e che non è una big, può entrare sui mercati esteri. Da sola, però, è abbastanza difficile (qui, però, conta anche il grado di innovazione), spesso impossibile – non per capacità, ma per costi e network. Ecco, allora, l’apporto che possono e devono svolgere le associazioni di settore. «Ma bisogna anche produrre, esportare prodotti, non solo vendere destinazioni», fa notare Monsurrò. E il sostegno che può dare l’Ice (rappresentata al forum da Stefano Salvatore Cristaldi: bella storia la sua, di ex imprenditore) per guardare oltre i confini.

Gli scenari

Non si può fare sempre da soli – dal Mezzogiorno spesso si leva questa voce, che denuncia una mancanza di attenzione e considerazione. Da qui, la necessità di fare sistema – la filiera tutta locale, ma anche quest’ultima con quella del resto d’Italia, perché non resti isolata.

Non è un caso se allo Snim c’è Confindustria. E c’è il governo – che come ha ricordato Gimmi Cangiano, presidente dell’Intergruppo Parlamentare per la nautica, «crede nel settore quale asset portante del made in Italy» – e che ha presente che cosa serve ad esso (finalmente, si potrebbe dire). Pierpaolo Ribuffo, capo del Dipartimento per le Politiche del Mare della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a tal proposito, parla di dragaggi dei porti, ma anche di procedure semplificate: annuncia, ad esempio, che in merito al decreto sulle concessioni demaniali l’intenzione è di superare lo stallo «prima della prossima edizione dello Snim».

Anche perché, se è vero che la nautica del made in Italy va comunque bene – in occasione dell’inaugurazione del Salone, il presidente di Confindustria nautica Piero Formenti ha ribadito i dati del settore, che sale a un fatturato record 2025 di 8,72 miliardi di euro a +1,4%) sull’anno precedente, la metà dei quali coperti va detto dai primi quattro cantieri più grandi (Alessandro Battaglia, di Cna nautica, invita però a riconoscere il ruolo svolto dalle migliaia di micro-imprese e non solo dei big) – potrebbe anche andare meglio. Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria per l’Export, parlando proprio di esportazioni, ha ricordato che la nautica tricolore esporta per 4,4 miliardi di euro e che ci sarebbe un miliardo ulteriore “a portata di mano” e altri due miliardi da costruire “se si porta avanti lo sviluppo”. Il che, guardando all’industria più in generale, è una prospettiva positiva che non proprio tutti gli altri comparti possono vantare ma soprattutto sperare.


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