È la battaglia sulle nuove regole del gioco elettorale ad animare l’anima barricadera dell’opposizione, ma per quanto possa essere unita su temi e su posizionamenti, come emerso durante le repliche all’intervento della Meloni, il Campo Largo resta profondamente frammentato. Ieri, 11 giugno, in Commissione Affari Costituzionali alla Camera il centrosinistra ha fatto muro comune presentando oltre 700 emendamenti contro il progetto di riforma elettorale proposto dal centrodestra, lo Stabilicum, o Melonellum che dir si voglia. Una mossa di ostruzionismo duro che fa prefigurare battaglia fino al 24 giugno, con sedute previste anche nei giorni festivi pur di rallentare i lavori della maggioranza prima che il testo arrivi in Aula – blindato – il prossimo 26 giugno.
Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni attaccano frontalmente l’esecutivo sostenendo che tenti «di riscrivere le regole del gioco con meccanismi che allontanano i cittadini». E annunciano «una battaglia contro la deriva di una destra che pensa solo alle proprie poltrone» mentre «gli italiani da quattro anni aspettano risposte ai propri problemi quotidiani». Non mancano le provocazioni radicali, come quelle del segretario di +Europa Riccardo Magi, che ha depositato emendamenti per ribattezzare la riforma in «Nuova legge fascista Acerbo» o per inserire sulla scheda l’opzione polemica «Nessuna di queste liste bloccate».
La maggioranza si muove con cautela chirurgica, depositando appena quattro proposte di modifica mirate a mettere al riparo il testo da futuri rilievi della Consulta. Tra queste, l’obbligo per i candidati della lista del premio di maggioranza, 105 parlamentari di cui 70 deputati e 35 senatori per chi supera il 42% dei voti in entrambe le camere, di figurare anche nei listini plurinominali. Grandi assenti rimangono le preferenze, osteggiate da Forza Italia e Lega.
La compattezza delle minoranze però è più un’illusione ottica, che si svela cambiando punto di vista e non appena la cronaca si sposta dalla resistenza contro il governo Meloni ai temi di natura programmatica. L’unione del Campo Largo della sinistra si esaurisce nell’anti-melonismo tattico: sul modello di società, di sviluppo e di fisco le distanze rimangono siderali e i partiti devono fare i conti non solo tra di loro ma anche di faide interne.
Caso emblematico il riaffiorare del dibattito sulla patrimoniale, che ha letteralmente spaccato il Movimento 5 Stelle. L’ex sindaca di Torino e attuale deputata Chiara Appendino ha rilasciato un’intervista a La Stampa che suona come una formale dichiarazione di indipendenza rispetto alla linea prudente del suo stesso segretario di partito, Giuseppe Conte. Per la Appendino «abbattere i tabù e non inseguire la destra sul suo terreno mi sembra un buon modo per essere alternativi». L’ex sindaca ha proposto l’introduzione di una “Millionaire tax” sui patrimoni superiori ai 5 milioni di euro per colpire lo 0,1% della popolazione e recuperare 15 miliardi di euro da vincolare interamente alla sanità pubblica per abbattere le liste d’attesa, finanziare mille ospedali, 16mila posti letto e garantire lo stipendio a 4mila nuovi medici e 10mila infermieri per dieci anni. Per la Appendino la misura è un imperativo etico in quanto «è immorale non aggredire i super paperoni nel momento in cui le diseguaglianze esplodono e la forbice tra ricchi e poveri si allarga». E poi l’affondo: «dentro al Movimento il tema delle diseguaglianze è molto sentito, molti la pensano come me».
Giuseppe Conte, infatti, a più riprese si è dimostrato freddo sull’idea di una patrimoniale classica. Nello scandire lo slogan «toccherà a noi governare», l’Avvocato del Popolo ha gelato l’ala radicale del suo partito e ha inviato un messaggio chiaro tanto a Palazzo Chigi quanto al Nazareno, annunciando «una redistribuzione seria, recuperando risorse dal riarmo» e da aziende energetiche e banche.
Nonostante l’impostazione di Conte, l’agitazione nel gruppo 5 Stelle resta. Alla Camera, il capogruppo Riccardo Ricciardi ha rincarato la dose attaccando le imposte sulle eredità dei grandi ricchi sostenendo: «Se nel nostro Paese un grande miliardario eredita, paga tasse di successione ridicole. E questo perché per loro il paradiso fiscale siamo noi».
Sulla stessa sponda si colloca Nicola Fratoianni, Avs, che ha definito la patrimoniale una misura di «buonsenso». Secondo Fratoianni il Governo ha già applicato una patrimoniale occulta «sul ceto medio, lavoratori e pensionati» perché gli è stato «aumentato il carico fiscale». Risponde il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, che ricorda via social che le patrimoniali in Italia fruttano già 40 miliardi l’anno, tra Imu e i prelievi su bolli e successioni.
L’apertura possibilista di Marco Furfaro, responsabile welfare del Pd, conferma che il dibattito è aperto anche nel Pd. E proprio il Partito del Nazareno deve fare i conti con mal di pancia e fuoriuscite. Il caso più recente riguarda Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e fondatrice del Pd che ha formalizzato il suo addio al partito, denunciando una «deriva movimentista» e l’appiattimento della segretaria Elly Schlein sulle posizioni dei Cinque Stelle. La Picierno ha motivato la sua decisione drastica spiegando che «la casa dei riformisti non c’è più» ed evidenziando l’incompatibilità con le troppe ambiguità dem in politica estera e sul sostegno militare all’Ucraina contro il «fascismo putiniano».
E i malumori in casa Pd si sono visti anche nel voto sulla risoluzione del M5S, dove esponenti del calibro di Lorenzo Guerini, Virginio Merola, Nicola Carè e Lia Quartapelle si sono espressi in aperto contrasto rispetto al punto che chiedeva al Governo di non accedere ai fondi Safe per il riarmo.
Malumori interni che non sono l’unico problema del Pd, che deve fare i conti il quasi punto percentuale perso in due settimane, dice Youtrend, il peggior dato registrato dal partito dalle elezioni europee del 2024. Al contrario, il Movimento 5 Stelle capitalizzerebbe la linea identitaria di Conte, risalendo al 12,9% (+0,6%), e riaccendendo i motori della competizione interna per la leadership dell’alternativa.
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Guglielmo Macavò
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