Educare nell’era digitale: la tecnologia è un ponte straordinario, ma diventa un problema nel momento esatto in cui prende il posto della relazione. Quello che la ricerca sociologica ci chiede di guardare in faccia. L’analisi di Francesco Evangelisti.
Parto da me, perché fare altrimenti sarebbe disonesto
Chi mi conosce sa che non sono un tecnofobo, tutt’altro. Convivo con una disabilità motoria e per me un dispositivo digitale non è mai stato un passatempo qualsiasi: è stato una porta che si apriva. Mi ha permesso di studiare quando raggiungere fisicamente un luogo era complicato, di lavorare, di costruirmi una professione nella comunicazione, di tenere insieme relazioni che la distanza o la fatica avrebbero potuto sfilacciare. Ho progettato canali digitali per la comunicazione pastorale e ho visto con i miei occhi ragazzi che nessun volantino avrebbe mai intercettato rispondere a un messaggio, a una geolocalizzazione, a un contenuto pensato per loro. La tecnologia, quando è mediata da un’intenzione educativa, è una delle cose più belle che questo secolo ci abbia consegnato.
Proprio per questo mi sento legittimato a dire la parte scomoda. Perché il punto non è mai stato lo strumento, ma chi lo mette in mano a chi, quando, e al posto di che cosa. E questa distinzione, che sembra ovvia, è esattamente quella che una pubblicità di queste settimane ha polverizzato in un colpo solo.
Quel cartellone in via Melchiorre Gioia
A Milano, sul ponte di via Melchiorre Gioia, è comparso un maxi cartellone che ritrae un bambino di età apparente inferiore ai due anni, sorridente, con le dita sporche di pappa che imbrattano allegramente un iPhone. Accanto, lo slogan: «Tutto ok, è iPhone», versione italiana dello storico claim «Relax, it’s iPhone». L’intenzione dei creativi era trasparente e, in sé, innocua: la campagna internazionale mette il telefono in condizioni di stress (un gatto che lo fa cadere dal tavolo, una donna che fotografa sotto la pioggia battente) per raccontarne la resistenza a urti, schizzi e imprevisti quotidiani. Nessuno, dentro quell’agenzia, si è alzato la mattina con l’idea di promuovere il babysitting elettronico.
Eppure è successo. La segnalazione di una cittadina è arrivata all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha condiviso le osservazioni e ha girato il caso ad Agcom, Agcm e Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria; è arrivato anche un esposto del Codacons alla Procura di Milano; il cartellone è stato sostituito con un’immagine più neutra. Al di là delle prese di posizione, resta il dato che a me interessa davvero: un messaggio pensato per parlare di un oggetto è stato letto come un messaggio su un’infanzia. E aveva ragione chi lo ha letto così.
Il problema non è l’iPhone, è la cornice
Qui entra in gioco il mestiere. In comunicazione esiste un principio che si studia dalle antipode e che continuiamo a dimenticare ogni volta che ci innamoriamo di un’idea creativa: il significato non è una proprietà del messaggio bensì il risultato di un incontro. Umberto Eco lo chiamava decodifica aberrante, cioè quello scarto che si produce quando il destinatario interpreta il testo con codici diversi da quelli di chi lo ha costruito. Stuart Hall, con il modello di codifica e decodifica, ha mostrato che accanto alla lettura preferita esistono sempre letture negoziate e letture oppositive, e che dipendono dal contesto sociale di chi guarda e non dalle buone intenzioni di chi produce.
Aggiungiamo a questo il framing, cioè la capacità di un’immagine di selezionare un aspetto della realtà e renderlo saliente al punto da suggerire una valutazione morale. E aggiungiamo anche l’apprendimento vicario di Bandura: vediamo un comportamento modellato da altri, lo vediamo premiato o quantomeno privo di conseguenze, e la soglia della sua accettabilità si abbassa. Il cartellone non dice «date lo smartphone ai bambini di due anni». Dice qualcosa di molto più efficace: lo mostra come una scena ordinaria, domestica, perfino tenera, e ci rassicura pure. Tutto ok. È la definizione manualistica di normalizzazione, e la normalizzazione non passa mai dagli slogan espliciti, passa dagli sfondi.
Isolando un mero veicolo commerciale la stakeholder analysis serve a mappare i portatori di interesse di un’organizzazione e il loro potere di influenza, ed è utilissima per capire chi si è mosso in questa vicenda: l’azienda, l’operatore telefonico che compare nella creatività, i garanti, le associazioni dei consumatori, i pediatri, i genitori. Quando invece ragioniamo su chi vede il messaggio e su che cosa ne ricava, subentra l’analisi dei pubblici, o audience analysis, con la sua segmentazione per contesto, competenze e vulnerabilità. Le due cose insieme fanno una valutazione d’impatto reputazionale seria. Il pubblico di quel cartellone non era un consumatore astratto: era chi passa in auto verso il centro, chi ha un figlio piccolo in seggiolino dietro, chi domani deciderà se dare o no un telefono a un bambino di tre anni. Chiedersi che cosa capisce quel pubblico non è moralismo, è il minimo sindacale della professione.
Il cervello dei bambini è un oggetto sociale
E qui comincia la parte che ho studiato per mesi, perché è il cuore della mia tesi di laurea in Sociologia Generale, dedicata alle implicazioni sociali della tecnologia nello sviluppo infantile e nei giovani adulti. La tesi di fondo è semplice da enunciare e scomoda da accettare: la vulnerabilità digitale dei bambini non è un fatto individuale, è un prodotto sociale.
Partiamo dai dati, che esistono e sono seri. Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics nel 2019 su oltre duemilaquattrocento bambini tra i ventiquattro e i sessanta mesi ha mostrato che livelli elevati di esposizione agli schermi a due e tre anni si associano a performance inferiori nei test di screening dello sviluppo negli anni successivi, in particolare sul linguaggio e sulle funzioni esecutive. Durante la pandemia, la ricerca ABCD del National Institutes of Health su quasi dodicimila ragazzi statunitensi ha registrato un tempo medio davanti agli schermi quasi raddoppiato, fino a circa otto ore al giorno, con correlazioni rilevanti con stress e salute mentale.
Ma il dato che dovrebbe farci più rumore è un altro. Tra il 2011 e il 2020, negli Stati Uniti, i bambini tra zero e otto anni provenienti da famiglie con basso livello di istruzione hanno visto crescere il tempo medio davanti agli schermi da due ore e trentanove minuti a tre ore e dodici minuti al giorno, mentre per i coetanei di famiglie con istruzione più elevata il dato è rimasto stabile intorno all’ora e mezza. E la differenza non è soltanto quantitativa, è qualitativa: intrattenimento passivo da una parte, uso accompagnato e educativo dall’altra. Lo schermo, insomma, non entra allo stesso modo in tutte le case. Entra di più dove mancano il tempo, gli spazi di gioco sicuri, le alternative che costano.
Un potere che non vieta, seduce
Il modello economico che regge tutto questo ha un nome, economia dell’attenzione, e un funzionamento che non ha nulla di casuale. La dopamina non viene rilasciata quando arriva la ricompensa, ma prima, nell’attesa: è il desiderio, non il piacere, il vero motore. Nir Eyal ha descritto con onestà quasi disarmante il modello del gancio, quattro fasi che trasformano un comportamento in abitudine, dall’innesco all’azione, dalla ricompensa variabile all’investimento. Lo scrolling infinito richiama la gestualità della slot machine, le notifiche lavorano sulla paura di restare fuori dal gruppo, la gamification trasforma il gioco in classifica.
Non siamo davanti a un potere che impone divieti. Siamo davanti a un potere che crea desideri, e che li crea in soggetti i cui circuiti di controllo esecutivo sono ancora in costruzione. Chiamare tutto questo semplicemente «uso irresponsabile» significa scaricare su un bambino di quattro anni la responsabilità di resistere a un’architettura persuasiva progettata da team di neuroscienziati con budget miliardari. È una gara truccata, e lo sappiamo.
La technoference, ovvero l’adulto che c’è ma non c’è
C’è poi la parte che mi ha colpito di più durante la ricerca, quello che riguarda gli adulti e non i bambini. Si chiama technoference ed è l’interruzione della qualità delle interazioni causata dalla presenza dei dispositivi. Il bambino cerca lo sguardo, l’adulto è a metà tra lui e una notifica. Se capita ogni tanto non succede nulla. Se diventa il paesaggio quotidiano, il bambino impara che la risposta arriva a intermittenza, e l’intermittenza è precisamente ciò che rende un ambiente imprevedibile e un attaccamento insicuro.
Lo stesso vale per lo schermo usato come regolatore emotivo. Una ricerca longitudinale pubblicata su Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry ha seguito circa trecento famiglie con bambini tra i due e i cinque anni: più i genitori usavano il dispositivo per placare il capriccio, minori risultavano, un anno dopo, le capacità del bambino di gestire rabbia e frustrazione. Funziona benissimo nell’immediato, ed è esattamente questo il problema. Ogni volta che allunghiamo un telefono al posto di una parola, di uno sguardo, di un libro illustrato o di una noia attraversata insieme, sottraiamo al bambino l’occasione di costruirsi da dentro gli strumenti per calmarsi. Poi si innesca il circolo: il bambino si autoregola meno, diventa più difficile da gestire, lo stress genitoriale sale, lo schermo torna in campo. Tutto ok, è iPhone.
Quando un problema sociale diventa una diagnosi
A questo punto la società fa la cosa che le riesce meglio: individualizza. Antonio Maturo lo chiama medicalizzazione, la trasformazione di condizioni umane in problemi medici, e Peter Conrad ne ha mostrato i motori, dalla biotecnologia all’organizzazione sanitaria fino ai consumatori stessi, ormai abituati ad autodiagnosticarsi con un’app. Un bambino irrequieto in una classe sovraffollata, in una casa senza spazi e con due genitori sfiniti da turni impossibili, diventa un caso clinico da trattare, non un sintomo di qualcosa che riguarda tutti noi. Curare l’individuo è più veloce, più economico e infinitamente meno politico che cambiare le condizioni che lo hanno prodotto.
Il paradosso finale è che le stesse disuguaglianze si trasmettono di generazione in generazione. Si può dunque parlare di un habitus digitale: disposizioni, gesti, soglie di tolleranza allo schermo che si formano nell’osservazione quotidiana dei genitori e che orientano poi le pratiche dei figli. Annette Lareau ha descritto come le famiglie di classe media pratichino una coltivazione concentrata fatta di supervisione e selezione dei contenuti, mentre altrove la mediazione manca o resta permissiva, non per disamore ma per mancanza di tempo e di risorse. E secondo l’effetto “Matteo”, le differenze iniziali, anche minime, tendono ad allargarsi lungo tutto il corso della vita.
Non è colpa dei genitori. Ed è proprio questo il punto
Mi si potrebbe accusare di aver scritto un pezzo contro le famiglie. È vero l’esatto contrario. La retorica della genitorialità responsabile è comodissima per tutti tranne che per i genitori in quanto trasforma un pericolo strutturale in un rischio individuale e poi presenta il conto a chi ha meno strumenti per pagarlo. Una madre che fa le pulizie dall’altra parte della città e ha venti minuti per uscire di casa non sta scegliendo liberamente il tablet, esattamente come non sta scegliendo liberamente la merendina preconfezionata.
Se la vulnerabilità è prodotta socialmente, allora anche la risposta deve essere collettiva. Significa regolamentare davvero il design persuasivo rivolto ai minori invece di affidarsi all’autodisciplina di chi guadagna sul tempo di permanenza. Significa politiche del lavoro che restituiscano alle famiglie ore di vita, servizi educativi di qualità, spazi pubblici di gioco gratuiti e sicuri, educazione alla cittadinanza digitale che non si riduca a un’ora di conferenza in aula magna. E significa, per chi come me lavora nella comunicazione, smettere di fingere che una campagna sia solo una campagna.
Allora, è tutto ok?
Torno da dove sono partito. Io alla tecnologia devo molto, e non rinnego una virgola di quello che mi ha permesso di fare. Proprio per questo mi rifiuto di considerarla un arredo neutro della vita di un bambino. Uno schermo può essere un ponte, e nella mia esperienza lo è stato, ma un ponte serve ad attraversare qualcosa, non a sostituire la riva.
Il bambino di quel cartellone non ha scelto nulla. Gliel’ha messo in mano un adulto, come accade ogni giorno in migliaia di case, ristoranti, sale d’attesa. La domanda vera non riguarda Apple, che ha fatto il suo mestiere e lo ha fatto bene fino a quando qualcuno le ha ricordato che i messaggi vivono nel mondo e non nei brief. La domanda riguarda noi, e suona più o meno così: che cosa stiamo delegando, esattamente, quando allunghiamo un telefono a un bambino di due anni per avere dieci minuti di pace? E chi ha deciso che quei dieci minuti dovessero costare così tanto, e soprattutto costare di più proprio a chi ha già di meno?
Perché no, non è tutto ok. E fingere che lo sia, con un sorriso e un po’ di sugo sulle dita, è il modo più elegante che abbiamo trovato per non guardare il problema in faccia.
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