Il 17 giugno si celebra la Giornata Mondiale contro la Siccità. Uno studio del Politecnico di Torino quantifica le perdite agricole globali: le calorie non prodotte durante gli eventi estremi potrebbero sfamare 2,1 miliardi di persone. L’Europa risponde con paradossi e qualche modello virtuoso
Le perdite agricole causate dalla siccità non sono un’astrazione climatica. Sono calorie non prodotte, filiere interrotte, bilanci alimentari in rosso. A quantificarle con precisione inedita è uno studio pubblicato su Nature Communications dal Politecnico di Torino e dall’Università del Delaware.
Nelle condizioni di stress idroclimatico storicamente osservate, le perdite mediane nella produzione globale raggiungono il -10,1% per le colture non irrigue e il -6,8% per quelle irrigue. Una quantità di cibo sufficiente, in termini calorici, a sfamare 2,1 miliardi di persone.
Lo studio ha analizzato 17 tra le principali colture alimentari mondiali – riso, mais, frumento, soia e altre – che rappresentano complessivamente circa il 75% della produzione agricola globale.
L’approccio combina dati climatici geospaziali, statistiche agricole a risoluzione territoriale elevata e funzioni empiriche acqua-produzione, costruendo un quadro metodologico scalabile capace di mappare la vulnerabilità coltura per coltura, area per area.


Irriguo versus non irriguo: una differenza che cambia tutto
Uno dei risultati più rilevanti riguarda il diverso comportamento delle colture in funzione dell’accesso all’acqua. Durante i periodi di siccità, le colture irrigue possono mantenere o addirittura incrementare le rese grazie all’apporto artificiale: un cuscinetto tecnologico che isola parzialmente il sistema produttivo dalla variabilità climatica.
Le colture che dipendono esclusivamente dalle precipitazioni naturali – le cosiddette colture pluviali o rainfed – non dispongono di questa protezione e risultano significativamente più esposte agli eventi estremi.
La distinzione non è banale sul piano strategico. Marta Tuninetti, ricercatrice del Dipartimento Diati del Politecnico di Torino e prima autrice dello studio, sottolinea che per le colture monsoniche – mais, riso, miglio, sorgo – la combinazione di due interventi mirati potrebbe ridurre le perdite in modo sostanziale: espandere l’irrigazione dove sostenibile, cioè senza ulteriore abbassamento delle falde acquifere e sostituire alcune colture con specie più resistenti alla siccità.
Il risultato stimato è una riduzione del 62% delle perdite nelle colture pluviali, con un aumento contestuale della resa media del 14%.
Gli hotspot globali del rischio agricolo
Lo studio identifica aree geografiche dove la combinazione di variabilità climatica e caratteristiche delle colture amplificate produce rischi particolarmente elevati: il Midwest statunitense, il Brasile orientale, la Spagna orientale e l’India centrale e settentrionale.
Questi hotspot di sensibilità alla siccità offrono uno strumento operativo per orientare politiche agricole e investimenti pubblici verso le zone dove l’adattamento climatico è più urgente e dove gli interventi producono il maggiore impatto in termini di stabilizzazione della produzione.
Il paradosso europeo: meno prelievi, stessa sofferenza
A scala continentale, i dati elaborati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea) descrivono uno scenario paradossale. Negli ultimi due decenni, l’efficientamento tecnologico ha permesso di ridurre i prelievi idrici complessivi del 14% nell’Unione europea.
Tuttavia, l’estensione geografica delle aree in condizioni di stress idrico non si è ridotta in misura proporzionale, rendendo improbabile un’inversione di tendenza entro il 2030, specialmente per l’Europa meridionale.
Il rapporto European State of the Climate (Esotc) di Copernicus aggiunge una criticità strutturale: nel Sud Europa il deficit di acqua sotterranea e di umidità del suolo si accumula di anno in anno.
Le precipitazioni invernali e primaverili risultano spesso insufficienti a compensare lo stress termico dei mesi estivi, generando un debito idrico che si trasferisce da una stagione all’altra senza essere colmato.
L’Italia nel cuore dell’hotspot mediterraneo
L’Italia si colloca nel centro geografico e statistico di questa vulnerabilità. Secondo l’indice di sfruttamento idrico Wei+ – che misura la scarsità idrica stagionale – il Paese registra un valore del 27,2%, posizionandosi tra i più esposti d’Europa, superato solo da Portogallo (30,7%), Romania (33,9%), Grecia (37,4%), Malta (66,7%) e Cipro (92,1%).
Le conseguenze in termini di popolazione sono concrete: la scarsità d’acqua colpisce ogni anno circa il 30% degli europei che vivono in aree con stress idrico permanente, e fino al 70% in aree con stress idrico stagionale estivo. In termini assoluti, si tratta di circa 105 milioni di persone.
BrianzAcque: un modello di risposta industriale
In questo contesto, la risposta infrastrutturale acquisisce un peso strategico che va oltre la gestione ordinaria del servizio idrico. Il modello sviluppato da BrianzAcque – azienda partecipata dai 55 Comuni della Provincia di Monza e della Brianza – offre un riferimento concreto.
Nata nel 2003 e consolidata attraverso un processo di fusioni e acquisizioni, l’azienda ha incrementato gli investimenti dagli originari 2,3 milioni di euro del 2011 ai 65,3 milioni del 2023, mantenendo parallelamente una delle tariffe più contenute d’Europa: 1,55 euro per metro cubo, 88 centesimi in meno rispetto alla media nazionale.
“La tutela dell’oro blu richiede una visione di sistema – spiega Enrico Boerci, presidente e amministratore delegato di BrianzAcque – I nostri investimenti infrastrutturali da record servono a rinnovare le condutture, abbattere le dispersioni e garantire la resilienza del territorio di fronte a estati sempre più estreme. Tuttavia, la tecnologia e le reti da sole non bastano se non sono supportate da un uso consapevole della risorsa“.
Dieci comportamenti concreti per ridurre il consumo idrico domestico
Gli esperti di BrianzAcque hanno elaborato dieci indicazioni pratiche per un uso più efficiente dell’acqua nelle abitazioni, particolarmente rilevanti durante i mesi estivi.
- chiudere il rubinetto quando non serve. Lasciar scorrere l’acqua durante il lavaggio dei denti, la rasatura o l’insaponatura comporta uno spreco evitabile di decine di litri al giorno
- preferire la doccia al bagno. Una vasca richiede circa 150 litri; una doccia di cinque minuti ne consuma circa 50
- installare frangigetto ai miscelatori. Questi dispositivi miscelano acqua e aria riducendo il consumo effettivo fino al 50%, senza percepibile riduzione della pressione del getto
- avviare gli elettrodomestici solo a pieno carico. Lavatrici e lavastoviglie consumano la stessa quantità d’acqua indipendentemente dal carico: usarle piene ottimizza sia i consumi idrici sia quelli energetici
- monitorare e riparare le perdite. Un rubinetto che gocciola o un water che perde internamente possono disperdere fino a 100 litri di acqua potabile al giorno
- annaffiare nelle ore serali. Irrigare al tramonto o di notte riduce l’evaporazione causata dal calore, aumentando l’efficacia dell’apporto idrico alle radici
- limitare il tempo sotto la doccia. Scegliere una canzone di tre o quattro minuti e concludere la doccia prima che finisca è una tecnica semplice per ridurre i consumi senza percepire una rinuncia
- recuperare l’acqua in cucina. L’acqua usata per lavare frutta e verdura, o quella di cottura della pasta non eccessivamente salata, può essere riutilizzata per innaffiare piante e vasi
- lavare l’auto con metodo. Rimuovere prima lo sporco grossolano con un panno in microfibra umido e risciacquare solo alla fine permette di consumare meno della metà dell’acqua rispetto a un lavaggio tradizionale
- considerare l’impronta idrica dei consumi. Ogni prodotto – alimentare o manifatturiero – incorpora grandi quantità d’acqua nel processo produttivo. Ridurre lo spreco alimentare e orientare gli acquisti con consapevolezza contribuisce a preservare le risorse idriche su scala globale
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Redazione Green Planner
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