Fino a seimila euro l’anno per metà del canone. Il requisito che escluderà più domande non riguarda il reddito, ma la distanza dalla vecchia casa.
Chi esce di casa dopo una separazione si trova a pagare un affitto mantenendo, spesso, il contributo per i figli e talvolta anche le spese dell’abitazione lasciata all’altro genitore. È la situazione che la nuova misura intende alleggerire. In questo articolo vedremo, per il bonus affitto per genitori separati, chi può chiederlo e come funziona. Il riferimento è il decreto firmato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che fissa i requisiti per accedere all’agevolazione introdotta dalla legge di Bilancio 2026, legge 30 dicembre 2025, n. 199. La dotazione è di 20 milioni di euro l’anno, pari a 60 milioni complessivi nel triennio 2026-2028. Il contributo copre il 50 per cento delle spese di locazione, fino a un massimo di 6.000 euro annui.
Chi rientra tra i beneficiari
La misura si rivolge ai genitori separati o divorziati con almeno un figlio a carico di età fino ai 21 anni, non assegnatari della precedente abitazione familiare.
Ai requisiti di stato si affiancano quattro condizioni ulteriori.
Il richiedente deve essere in regola con il versamento dell’assegno di mantenimento, se previsto.
Deve possedere un contratto di locazione regolarmente registrato.
Non deve possedere altri immobili nel raggio di 50 chilometri dalla vecchia abitazione.
Deve avere un reddito annuo entro i 35.000 euro.
Su quest’ultimo punto va segnalata una scelta che allarga la platea rispetto ad altre misure abitative: l’erogazione non è legata all’ISEE, cioè all’indicatore della situazione economica equivalente, ma all’IRPEF. Conta quindi il reddito individuale risultante dall’ultima dichiarazione disponibile, non la situazione patrimoniale complessiva del nucleo.
Un padre separato con un reddito da lavoro dipendente di 32.000 euro rientra nella soglia anche se possiede quote di un immobile ereditato a duecento chilometri di distanza. Lo stesso padre, proprietario di un appartamento a venti chilometri dalla ex casa familiare, resta escluso.
Il criterio dei 50 chilometri è quello che merita più attenzione, perché opera come esclusione secca e non ammette graduazioni. La ratio è impedire che acceda al contributo chi avrebbe un’alternativa abitativa concreta nelle vicinanze, ma il risultato è che una proprietà anche minima entro quel raggio chiude la porta.
Le priorità nella graduatoria
Il decreto non si limita a fissare i requisiti: individua anche i criteri di precedenza, che diventeranno rilevanti se le domande supereranno le risorse disponibili.
Hanno priorità il numero di figli a carico under 21; la disabilità del richiedente o dei figli a carico; la condizione di disoccupazione involontaria; la residenza in un comune ad alta tensione abitativa.
Quest’ultimo criterio rimanda all’elenco dei comuni individuati con delibera CIPE, lo stesso utilizzato per i contratti a canone concordato e per diverse agevolazioni fiscali sulle locazioni.
Il pagamento avverrà in unica soluzione sulla base della graduatoria elaborata attraverso la piattaforma informatica, con priorità per le regioni che presentano più genitori separati o divorziati e una maggiore emergenza abitativa, tenendo conto del reddito medio dei residenti.
Esiste quindi un doppio livello: la posizione individuale del richiedente e la collocazione territoriale. Due domande identiche presentate in regioni diverse possono avere esiti diversi.
Cosa indicare nella domanda
La presentazione avverrà in via telematica, attraverso apposita piattaforma. Sarà il Ministero a stabilire modalità e termini, con un avviso pubblicato sul proprio sito entro sette giorni dalla pubblicazione del decreto. È possibile presentare una sola istanza.
L’elenco delle informazioni richieste è ampio e conviene predisporre i documenti in anticipo, perché la finestra di presentazione sarà verosimilmente breve.
Vanno indicati i dati del richiedente e quelli del genitore assegnatario dell’abitazione familiare di proprietà; lo stato di separazione o divorzio; i dati catastali e anagrafici dell’abitazione familiare; gli estremi della registrazione del contratto di locazione intestato al richiedente e l’indicazione del canone annuale; il numero di figli a carico; il reddito individuale risultante dall’ultima dichiarazione disponibile, non superiore a 35.000 euro.
Servono poi due dichiarazioni di natura negativa, che escludono la sovrapposizione con altre misure: non fruire di ulteriori sussidi pubblici erogati dallo Stato o da altri enti pubblici per analoghe finalità di sostegno abitativo; non essere assegnatario di una unità immobiliare di edilizia residenziale pubblica.
L’istanza deve infine contenere il recapito telefonico mobile, l’IBAN del conto corrente intestato al richiedente, l’indirizzo e-mail e la PEC per le comunicazioni dell’amministrazione.
Chi non ha ancora attivato una casella PEC farebbe bene a provvedere subito: è un adempimento che richiede pochi giorni ma che, a domanda aperta, può far perdere il turno.
Cosa verificare prima di presentare
Tre situazioni ricorrenti rischiano di far scartare domande altrimenti valide.
La prima riguarda la registrazione del contratto. Un contratto stipulato ma non registrato, o registrato tardivamente e non ancora in regola, non soddisfa il requisito. Chi si trova in questa condizione ha interesse a sanare la posizione con il ravvedimento operoso prima dell’apertura della piattaforma.
La seconda riguarda l’intestazione. Il contratto deve essere intestato al richiedente, e lo stesso vale per l’IBAN indicato. Un contratto cointestato con un nuovo convivente, o un conto corrente non intestato, sono elementi da verificare.
La terza riguarda la regolarità nel mantenimento. Il requisito è formulato in termini di essere in regola con il versamento, dove previsto. Conservare le contabili dei bonifici mensili, con causale chiara, è ciò che consente di dimostrarlo in caso di controllo.
Va infine ricordato che la platea stimata è di almeno 5.000 beneficiari nei prossimi mesi, a fronte di una dotazione annua di 20 milioni. Con un contributo massimo di 6.000 euro a testa, il plafond si esaurisce rapidamente: la tempestività nella presentazione, in una misura costruita su graduatoria, pesa quanto il possesso dei requisiti.
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