Bruxelles cerca di tenere il passo nella corsa dell’intelligenza artificiale e nell’indipendenza tecnologica. Il 3 giugno la Commissione europea ha presentato un ampio pacchetto di misure finalizzato a rafforzare le catene di approvvigionamento tecnologiche interne, ridurre la dipendenza da fornitori esteri e aumentare l’autonomia del Vecchio Continente nei settori dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture digitali.
L’Unione europea continua a dipendere fortemente da fornitori esteri per numerose tecnologie strategiche, mentre la domanda di capacità di calcolo cresce rapidamente a causa della diffusione dell’intelligenza artificiale. Ursula von der Leyen ha sottolineato la necessità per l’Europa di acquisire la prorpia «sovranità tecnologica».
Il Pacchetto per la Sovranità Tecnologica Europea, questo appunto il nome della nuova misura di Bruxelles, comprende due proposte legislative principali: il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act. A queste si affiancano la Strategia Open Source e la cosiddetta Roadmap Strategica per la Digitalizzazione e l’Intelligenza Artificiale nel settore energetico.
Secondo la Commissione, i semiconduttori rappresentano un elemento fondamentale sia per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sia per gran parte delle tecnologie utilizzate quotidianamente dai cittadini europei. Attualmente l’Unione europea produce solo circa il 10 percento dei microchip a livello mondiale; l’obiettivo dichiarato è raddoppiare questa quota e rafforzare la presenza europea in una filiera oggi dominata da Paesi esteri.
Bruxelles ha ricordato che il primo European Chips Act, entrato in vigore nel 2023, era stato concepito come risposta alle «vulnerabilità critiche nelle catene di approvvigionamento mondiali dei semiconduttori». Ma nonostante i progressi compiuti, l’Europa continua a dipendere in larga misura da Paesi terzi, come Stati Uniti, Taiwan e soprattutto Cina per la progettazione e la produzione dei chip più avanzati. La Commissione prevede inoltre che i componenti destinati alle applicazioni di intelligenza artificiale saranno il principale motore della crescita del settore nei prossimi anni, arrivando a rappresentare oltre il 70 percento del mercato mondiale dei semiconduttori entro il 2030.
In questo contesto, il nuovo Chips Act 2.0 punta ad accelerare le procedure autorizzative per la produzione di cosiddetti chip “mainstream” sul territorio europeo e ad aumentare, al contempo, la capacità produttiva dell’industria dei semiconduttori. Parallelamente, il Cloud and AI Development Act mira a triplicare la capacità dei data center europei nell’arco dei prossimi cinque/sette anni, rafforzando le infrastrutture necessarie per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
La Strategia Open Source, invece, intende favorire una maggiore adozione di software e piattaforme open source all’interno delle amministrazioni pubbliche europee.
La Commissione ha inoltre ribadito che il proprio AI Continent Action Plan punta a fare dell’Europa un leader mondiale nel settore dell’intelligenza artificiale. In quest’ottica, a luglio sarà lanciato un invito per la realizzazione di nuove «gigafabbriche dell’Ia», mentre la roadmap europea prevede anche un’accelerazione nell’installazione dei contatori intelligenti per la gestione dell’energia.
In pratica, il piano proposto da Bruxelles punta a ridurre fortemente la dipendenza tecnologica da fornitori esterni e a rafforzare la resilienza delle proprie infrastrutture digitali. Negli ultimi mesi diversi governi europei hanno infatti manifestato crescente preoccupazione per la dipendenza da tecnologie sviluppate e controllate al di fuori dell’Unione.
Tra gli esempi più significativi figura la decisione annunciata dal governo francese all’inizio dell’anno di eliminare entro il 2027 l’utilizzo, nelle amministrazioni pubbliche, di piattaforme americane di videoconferenza come Zoom e Microsoft Teams. In una nota pubblicata il 26 gennaio, le autorità francesi hanno spiegato che l’obiettivo è ridurre la dipendenza da tecnologie non europee. La misura riguarda esclusivamente enti pubblici e istituzioni governative e non coinvolge cittadini o imprese private.
Secondo Parigi, l’attuale frammentazione degli strumenti utilizzati – tra cui Teams, Zoom, GoTo Meeting e Webex – indebolisce la sicurezza dei dati, crea dipendenze strategiche da infrastrutture straniere e rende più complessa la cooperazione tra ministeri e amministrazioni.
Il governo francese ha inoltre sottolineato che l’utilizzo di fornitori extraeuropei può esporre comunicazioni e dati sensibili a rischi legali, tecnici e geopolitici che sfuggono al controllo nazionale. Lo stesso concetto è stato ribadito il 3 giugno da Valérie Hayer, eurodeputata francese e vicesegretaria generale del partito Renaissance del presidente Emmanuel Macron.
In un messaggio pubblicato su X, la Hayer ha affermato che l’Europa deve «liberarsi dalle dipendenze straniere per diventare un gigante digitale autonomo». «Le recenti tensioni geopolitiche hanno reso evidente una realtà. Quando la tecnologia diventa uno strumento di potere, la dipendenza si trasforma in una vulnerabilità. L’Europa non deve limitarsi a inventare le tecnologie del futuro: deve anche produrle, svilupparle su larga scala e guidarne l’evoluzione».
La questione della dipendenza tecnologica riguarda in particolare i rapporti con la Cina, che continua a occupare una posizione dominante in alcune filiere strategiche. L’Europa, ad esempio, dipende in larga misura dal regime comunista cinese per la produzione di batterie e per l’approvvigionamento di numerose materie prime necessarie alla loro realizzazione. Per ridurre questa vulnerabilità, la Commissione europea ha lanciato nel 2017 l’European Battery Alliance, iniziativa che punta a fare in modo che i produttori europei siano in grado di soddisfare il 90 percento del fabbisogno annuale di batterie dell’Unione entro il 2030.
La crescente attenzione verso l’autonomia strategica si riflette anche nel linguaggio utilizzato da Bruxelles nei confronti di Pechino. Il 29 maggio la Commissione europea ha infatti dichiarato che l’attuale rapporto commerciale e di investimento tra l’Unione europea e il regime comunista cinese «non è più sostenibile».
Pur confermando la volontà di mantenere aperto il dialogo con la Cina, Bruxelles ha ribadito l’intenzione di proseguire lungo la strategia del cosiddetto de-risking, ovvero la riduzione delle dipendenze strategiche, escludendo però un completo disaccoppiamento economico: «La Cina resta un alleato fondamentale e il dialogo continuerà. Allo stesso tempo, l’attuale configurazione delle relazioni commerciali e degli investimenti non è più sostenibile».
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Redazione Eti/Owen Evans
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