di Giuliano Longo (*)
La bugia che ci raccontano nel 2026 è semplice e comoda: “con i droni vinciamo senza morire”. È la frase che usano i ministri della Difesa quando non sanno come uscire da un conflitto. È la scusa dei parlamenti quando non hanno il coraggio di dire “basta”. È l’illusione dei generali che confondono l’attività con il risultato.
I droni non vincono le guerre, ma le e allungano. le congelano. le trasformano in un ronzio di fondo che dura mesi, anni, finché nessuno ricorda più perché questa o quella guerra sono iniziate.
Il fallimento tattico
Guardiamo i numeri. In Ucraina i droni FPV hanno messo fuori combattimento decine di carri armati russi. Hanno filmato ogni metro di terra bruciata. Hanno reso impossibile muoversi di giorno. Eppure la linea del fronte si è spostata di pochi chilometri negli ultimo due anni
A Gaza i droni israeliani hanno ucciso i comandanti di Hamas uno dopo l’altro. Eppure i lanci di razzi non sono mai cessati del tutto. Nel Medio Oriente, da marzo, USA, Israele e Iran giocano a ping-pong aereo: un drone iraniano, una salva di intercettori, una ritorsione con altri droni. Siamo al quarto mese e nessuno ha ceduto, nessuno ha vinto.
Perché? Perché una guerra finisce quando il costo della sua continuazione supera il beneficio della vittoria e I droni rompono questa equazione, togliendo il costo umano visibile. le bare coperte dalla bandiera. le immagini che fanno cadere i governi.
Restano solo i conti del Pentagono, del Cremlino, dell’Europa e dell’Ucraina, dell’Iran, di Israele ecc, mentre e i container di componenti cinesi viaggiano per tutto il mondo con grande beneficio di chi li vende.
L’equazione perversa
La matematica è crudele: Mandare un battaglione in attacco costa vite. Lanciare 200 droni costa batterie qualche tecnico e una manciata di dollari. Perdere 100 soldati ti fa saltare il governo. Perdere 100 droni ti fa compilare un modulo di rifornimento. Così un esercito distrutto firma la resa mentre una flotta di droni distrutta viene ricostruita la settimana dopo in un capannone, magari niente più che una officina meccanica.
Il risultato è il conflitto a bassa intensità permanente, ovvero, non abbastanza forte da spezzare il nemico e non abbastanza costoso da costringerlo alla pace, ma sufficiente per giustificare il bilancio militare dell’anno prossimo.
Ucraina: il laboratorio dell’illusione
L’Ucraina è l’esempio più doloroso. I droni le hanno salvato la vita nel 2022 e nel 2023, hanno compensato la mancanza di artiglieria, le permettono di colpire depositi, ponti, centri di comando a centinaia di chilometri in Russia. Hanno dato l’impressione che la tecnologia potesse sostituire la massa illudendo l’Occidente che l’Ucraina – con i suoi deleganti Europei e della Nato – possa logorare la Russia a suon di droni quotidiani per un territorio che dal confine ucraino all’estremo lembo della Siberia si estende per 7000 chilometri .
Non è vero.
Senza missili ATACMS e Storm Shadow a lungo raggio forniti dagli USA, senza i miliardi di dollari per pagare stipendi e tenere aperte le fabbriche, senza gli uomini da mandare in trincea, i droni restano un cerotto su un’emorragia. Puoi far esplodere un radar a 300 km di distanza, ma non sfondi il fronte. Puoi tenere i russi lontani dalle tue posizioni, ma non riprendi il Donbass. Puoi rendere la vita impossibile all’avversario, ma non puoi costringerlo a sedersi e firmare.
La guerra si vince con tre cose: artiglieria e I missili che macinano, logistica che arriva, fanteria che occupa territorio. I droni non sostituiscono nessuna di queste tre cose. Nascondono solo il fatto che ti mancano. E alla fin fine vale sempre la cinica affermazione del generale americano Patton prima dello sbarco in Sicilia: “Nessun bastardo ha mai vinto una guerra morendo per il proprio Paese. L’ha vinta facendo sì che un altro povero bastardo morisse per il suo.”
L’ostacolo alla pace
Ed è qui che i droni diventano un problema politico, e non solo militare perchè abbassano la soglia del conflitto e alzano l’eccitata propaganda dei media.
Un primo ministro ci pensa dieci volte prima di mandare la fanteria all’attacco, ma non ci pensa nemmeno un secondo prima di autorizzare l’attacco di uno sciame di droni. Così si spara prima, e più spesso, più a fondo senza sprecare miliardi in missili sofisticati.
La tregua Israele-Libano annunciata il 3 giugno è già condizionata da questo: Hezbollah può colpire con droni anche durante i negoziati, Israele può rispondere con altri droni,e bombardamenti, ma nessuno dei due ha superato la soglia che obbliga a un accordo vero.
In una guerra classica sai chi ha vinto ha preso una capitale o larghe fette di territorio nazionale, distruggendo l’esercito nemico, e issando la bandiera in qualche luogo simbolico, invece con i droni hai solo logorio reciproco.
Nessuno è sconfitto, nessuno è vincitore e così nessuno ha un incentivo a sedersi al tavolo. Perché dovresti, se domani puoi lanciare altri 500 0droni?
Il pilota che li guida è magari a 1000 km di distanza, davanti a uno schermo, e torna a casa per cena. Il decisore politico non vede i corpi maciullati, anzi manda foto e video di postazioni distrutte, di abitazioni colpite , di colonne di fumo che si levano da fabbriche e infrastrutture.
La guerra diventa così un videogioco con conseguenze reali: più facile iniziare, più difficile fermare con una ritorsione infinita
Ogni attacco con drone chiede unarisposta e spesso la risposta è un altro drone. Si crea così un ciclo che non scala tanto da obbligare alla resa, ma non si ferma abbastanza da permettere la pace. È esattamente dove siamo tra USA e Iran dopo tre mesi e dove è la Russia dopo 4 anni e passa di guerra. .
La verità scomoda
I droni non sono armi da guerra., sono sedativi. Calmano la coscienza dei politici e danno l’illusione di fare qualcosa senza pagare il prezzo. Finché sparare costa meno che trattare, finché un drone da 500 euro può sostituire una decisione politica, la pace avrà sempre un nemico in più: il ronzio in cielo che ti convince che puoi continuare ancora un giorno. E un altro ancora E un giorno dopo l’altro, la guerra non finisce, resta solo sospesa.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
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Redazione Ore 12
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