Qualche ulteriore riflessione a proposito delle reazioni e delle letture superficiali sull’avanzata di Alternative für Deutschland (AfD) in Sassonia-Anhalt, sfociate nelle consuete polemiche. La narrazione dominante dell’establishment progressista ripropone e ricalca la lettura offerta dal presidente del Pd, Stefano Bonaccini, nella sua ormai celebre affermazione: «Il voto a destra prima a Salvini, poi a Meloni e oggi forse a Vannacci è un consenso che arriva in maniera maggioritaria da chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città». Tale lettura del voto tende a liquidare il fenomeno con lo stesso assunto sbrigativo: il voto ad AfD nelle regioni orientali e in particolare nelle roccaforti della Sassonia sarebbe un consenso che arriva in maniera maggioritaria da chi ha un basso livello d’istruzione, da chi vive nelle aree marginali penalizzate dalla crisi economica.
Questa affermazione fotografa (a suo modo) una verità sociologica. Le mappe del voto in Sassonia confermano infatti una divisione netta: AfD prevale nettamente nella provincia profonda e tra ceti meno abbienti, mentre la sinistra e i Verdi incontrano i maggiori consensi nei quartieri centrali di Dresda e Lipsia. Tuttavia, un conto è registrare questa diversa distribuzione del voto, altra cosa è elevarla, come ha fatto Bonaccini, a una dicotomica divisione tra una parte politica baciata dalla cultura e un’altra affossata dall’ignoranza o dal risentimento. Pur ammettendo che questo impianto interpretativo della realtà politica applicato all’Italia abbia funzionato per decenni (almeno nell’immaginario), oggi non funziona più, essendo la realtà ben più complessa sia a livello sociale che culturale. Convertire una rilevazione statistica in un’affermazione apodittica sulla presunta superiorità culturale dell’elettorato della sinistra rispetto a quello della destra, oltre a riproporre un vecchio, trito assioma che impone i propri valori come puro distillato della cultura, confondendo (per dirla con parole difficili) la doxa (l’opinione) con l’episteme (la conoscenza certa), dimostra che manipolare una verità statistica può far compiere un rovinoso autogol politico.
L’autogol è di due specie. Il primo è di natura identitaria: la sinistra finisce per cedere alla tentazione di auto-illudendosi di rappresentare la «parte intelligente» e colta del Paese. Questo pregiudizio illusorio porta a guardare con una pervasiva sufficienza chiunque esprima un voto diverso, rubricando la protesta o il disagio sociale a mera ignoranza o analfabetismo funzionale. Il secondo riguarda la comunicazione: assumere una simile postura equivale a tradire un’arroganza politica che non fa bene all’immagine della sinistra. Quando la politica giudica gli elettori anziché disporsi a capirne i bisogni, spezza il filo del dialogo democratico.
Sociologicamente parlando, la convinzione di Bonaccini non fa che riflettere – si diceva – la struttura del suo elettorato. Si tratta di un bacino elettorale composto in prevalenza da dipendenti del settore pubblico, dal mondo dell’informazione, da professionisti legati all’economia immateriale: tutte realtà che trovano la loro concentrazione nelle cosiddette zone ZTL delle città. Per contro, la destra mostra una marcata audience nel privato produttivo: tra le partite IVA, gli artigiani, i piccoli imprenditori, i commercianti e i lavoratori delle filiere manifatturiere. L’esempio della Lombardia è, in tal senso, illuminante. A livello regionale la destra ottiene percentuali schiaccianti, trainata dalla provincia profonda: a partire dai distretti industriali e dai piccoli comuni. Al contrario, i capoluoghi di provincia da Milano a Brescia, da Bergamo a Mantova vedono quasi sistematicamente l’affermazione dei candidati di centrosinistra. Questa dinamica descrive una frattura geografica e sociale profonda: la città integrata nei flussi globali vota a sinistra; la provincia laboriosa, spaventata dall’insicurezza nelle strade, dall’inflazione, dalle tasse e dalla concorrenza internazionale, si rivolge a destra.
Facendo leva sull’egemonia culturale di cui gode negli ambienti intellettuali e nei media mainstream, la sinistra ha puntato a valorizzare il sostegno dei «ceti intelligenti» come prova della superiorità della sua proposta politica. Non s’è accorta che si infilava in una vera e propria trappola dell’isolamento rispetto a una buona parte del mondo popolare, che prima era il suo riferimento naturale. Negli ultimi trent’anni, essa ha in effetti cambiato la sua offerta politica. Dopo il naufragio delle grandi ideologie marxiste e la fine dei partiti di massa che radicavano la sinistra nelle fabbriche e nei quartieri popolari, ha centrato la sua proposta politica quasi esclusivamente sui diritti civili e sulle grandi battaglie etiche sposando in pieno la cultura woke.
Se questa agenda dei diritti individuali ha spopolato tra i ceti istruiti e benestanti delle metropoli, ha contemporaneamente creato il vuoto attorno ai bisogni materiali delle classi popolari. Chi vive nelle periferie o nelle aree interne non percepisce come prioritarie le istanze post-materialiste del dibattito urbano, ma deve fare i conti con la sicurezza urbana, il degrado delle città, la precarietà lavorativa, la pressione fiscale, la perdita del potere d’acquisto. In assenza di risposte su questi temi da parte della sinistra, la destra ha gioco facile nel riempire quel vuoto, erigendosi a protettrice degli «esclusi dalla globalizzazione». Come ha detto bene Giovanni Orsina, «la vera frattura» fra destra e sinistra «non è fra ragione ed emozioni, tanto meno tra intelligenza e stupidità. È fra astrazione e concretezza». Tra l’astrazione di diritti universali e la concretezza di una tutela nazionale. In quest’ottica, la scivolata di Bonaccini, prima ancora che una rivendicazione di superiorità culturale della sinistra, suona come un’involontaria confessione delle sue attuali difficoltà strategiche. Rivela i limiti del centrosinistra: la sua difficoltà di parlare a chi sta in basso nella scala sociale, confermando con ciò la sua ritirata politica entro i rassicuranti confini dei centri urbani e dei ceti protetti.
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