Zuppi ad Arquata: «Rinascere non è un auspicio, ma un lavoro». Acquaroli: «La ripartenza è visibile, spero che bastino meno di altri dieci anni». Meloni: «Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare». La sfida ora è riportare famiglie, imprese e servizi nei borghi dell’Appennino centrale
Dieci anni dopo, il terremoto del Centro Italia continua a misurarsi non soltanto con la dimensione della ricostruzione materiale, ma con quella, più complessa, della ricomposizione sociale ed economica dei territori. La notte del 24 agosto 2016, con la scossa delle 3.36, ha lasciato 299 vittime, 365 feriti e oltre 40mila sfollati, cancellando interi nuclei abitati e interrompendo la continuità di comunità che oggi cercano una nuova prospettiva.
Da Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto rasa al suolo dal sisma e dove si contano 52 vittime, il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, ha richiamato il significato più profondo di questa ricostruzione. «La tragedia è iniziata quella notte ma dura sempre: solitudine, spaesamento, distacco forzato dalla propria comunità», ha detto celebrando la messa nell’area Sae in occasione del decennale.
Il punto, per Zuppi, è che la ricostruzione non può essere ridotta alla sola apertura dei cantieri. «Ricostruire non è solo una questione di edifici ma soprattutto di relazioni, comunità, fiducia, solidarietà», ha sottolineato. Una prospettiva che porta direttamente al tema della tenuta delle aree interne, dove al danno prodotto dal terremoto si somma quello più lento dello spopolamento e dell’invecchiamento demografico.
È questo il secondo terremoto evocato dal presidente della Cei: quello «silenzioso e senza crolli traumatici» che interessa le aree interne italiane e che rischia di rendere ancora più difficile la rinascita dei territori colpiti dal sisma. La ricostruzione, dunque, diventa anche una questione di attrattività, servizi, lavoro e capacità di riportare popolazione e attività economiche nei borghi.
«Oggi sappiamo che il percorso è ancora lungo, ma sappiamo anche che c’è futuro. Rinascere», ha detto Zuppi, trasformando il verbo in un impegno concreto: non promesse, ma lavoro, ciascuno secondo le proprie responsabilità, sostenuto dalla solidarietà che accompagnò i giorni immediatamente successivi alla tragedia.
Sul fronte istituzionale, il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli ha indicato nei cantieri e nelle opere completate i segnali di una ripartenza che, dopo dieci anni, comincia a essere visibile. «Firmerei affinché la ricostruzione possa continuare a questo passo e possa vedere nei prossimi dieci anni tutte le opere completate», ha affermato ad Arquata, aggiungendo però l’auspicio che possano bastare alcuni anni in meno.
Il governatore ha sottolineato la complessità di una ricostruzione che in alcuni territori ha dovuto confrontarsi con una devastazione totale e con la cancellazione di secoli di insediamento. «Oggi però la ripartenza è visibile non soltanto nei dati, ma nei tanti cantieri, nelle opere concluse e inaugurate», ha spiegato.
L’obiettivo indicato dalla Regione è una ricostruzione «di qualità», capace non soltanto di garantire la sicurezza degli edifici rispetto a nuovi eventi sismici, ma anche di riportare nei territori «vita, economia e competitività». È qui che la ricostruzione assume una dimensione più ampia rispetto alla semplice restituzione degli immobili: ricostruire significa ricreare le condizioni perché un territorio possa tornare a essere abitato, produttivo e competitivo.
Arquata rappresenta in questo senso uno dei casi più complessi. La ricostruzione del borgo richiede infatti, come ha ricordato Acquaroli, prima la realizzazione di una piattaforma isolata e, successivamente, la costruzione dei servizi, delle abitazioni, della piazza e della viabilità. Una sequenza tecnica e infrastrutturale che inevitabilmente allunga i tempi, ma che rappresenta anche la premessa per una ricostruzione destinata a durare.
Alla celebrazione hanno partecipato, insieme a Zuppi, Acquaroli, il sindaco di Arquata Michele Franchi e il commissario alla ricostruzione Guido Castelli, oltre a numerosi cittadini e familiari delle vittime. Una presenza istituzionale che restituisce la dimensione nazionale di una partita ancora aperta.
Meloni: «Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare»
Nel giorno del decennale è arrivato anche il messaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ricordato la «drammatica sequenza sismica» che per mesi ha sconvolto il Centro Italia, distruggendo interi borghi e colpendo un territorio vastissimo.
Il pensiero della premier è andato alle 299 vittime e alle loro famiglie, ma anche ai dieci anni di difficoltà, rinvii e false partenze che, secondo Meloni, hanno impedito alla ricostruzione di procedere con la necessaria rapidità.
Il Governo, ha sottolineato, ha raccolto questa responsabilità lavorando per imprimere un deciso cambio di passo. Secondo la premier, i dati testimoniano il cambiamento sia sul fronte dei contributi concessi e già liquidati per la ricostruzione privata, sia per la ripresa degli investimenti destinati alla ricostruzione pubblica, rimasta per troppo tempo bloccata.
Il bilancio resta tuttavia aperto. «Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare», ha affermato Meloni, indicando nella continuità del lavoro di squadra tra istituzioni nazionali e locali, tessuto economico, sociale e produttivo la strada per completare il percorso.
L’obiettivo, ha aggiunto, resta comune: vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale. Una rinascita che comprende anche il recupero dei simboli identitari dei territori, come la Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016 e oggi tornata a splendere. Accanto alla ricostruzione fisica, resta infatti centrale la ripresa economica e sociale necessaria a garantire che borghi e città possano continuare a essere «vivi e vitali».
Mattarella: una pagina drammatica della storia della Repubblica
Sul decennale è intervenuto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha definito il sisma una «pagina drammatica della storia della Repubblica». La scossa ebbe epicentro tra Accumoli e Arquata del Tronto e colpì numerosi comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, con ulteriori sequenze sismiche fino agli inizi del 2017.
Il bilancio, ha ricordato il Capo dello Stato, è di 299 morti, 365 feriti e oltre 40mila sfollati. Una tragedia che impone anche una riflessione sulla necessità di rafforzare continuamente i meccanismi di prevenzione e intervento davanti ai fenomeni sismici cui è esposto il territorio italiano.
Mattarella ha sottolineato anche il ruolo dei volontari arrivati da tutta Italia e la prontezza delle autorità di primo soccorso. La solidarietà, ha osservato, è stata uno strumento decisivo di resilienza e contenimento davanti a una calamità di tale portata.
Il risanamento, ha concluso il presidente della Repubblica, è un percorso complesso che deve essere completato nel più breve tempo possibile, attraverso una responsabilità collettiva finalizzata a ripristinare quella normalità spezzata dalla tragedia.
La dimensione finanziaria: oltre 12 miliardi per la ricostruzione privata
È soprattutto sul terreno dei numeri che il decennale restituisce la dimensione economica della ricostruzione. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di oltre 12 miliardi di euro concessi per la ricostruzione privata, dei quali 8 miliardi già erogati.
Secondo i dati citati da Tajani, circa il 70% degli otto miliardi erogati sarebbe arrivato dopo il 2023. Dal 2022 a oggi sono inoltre tornati nelle proprie abitazioni quasi 5.500 nuclei familiari sui circa 14mila interessati, con un incremento del 38,4% rispetto al 2022.
Numeri che, nella lettura del ministro, indicano un’accelerazione, ma non consentono di considerare conclusa la partita. Nell’area del cratere vivono oltre 500mila persone e la ricostruzione interessa un territorio vastissimo e complesso, nel quale per anni procedure e burocrazia hanno rallentato gli interventi.
«Si può sempre fare di più», è la sintesi di Tajani, ma il dato centrale resta quello di una ricostruzione che negli ultimi anni avrebbe impresso un’accelerazione significativa.
Il vero rischio: ricostruire i borghi e non ritrovare gli abitanti
È qui che la dimensione edilizia si salda con quella economica. La parte decisiva, secondo Tajani, è ora completare la ricostruzione e soprattutto impedire lo spopolamento. «Ricostruire le case non basta: dobbiamo impedire che si svuotino i paesi».
Il rischio è quello di «ricostruire perfettamente un borgo e poi scoprire che non ci vive più nessuno». Per questo, secondo il ministro, alla ricostruzione materiale devono accompagnarsi lavoro, infrastrutture, servizi, attività economiche e turismo. L’Appennino centrale non può diventare un museo a cielo aperto, ma deve restare un luogo nel quale le persone scelgono di vivere, lavorare e crescere i propri figli.
È una prospettiva che coincide con quella indicata da Zuppi ad Arquata: la rinascita non nasce soltanto dai cantieri, ma dalle persone, dalle relazioni e dalla speranza condivisa.
L’Europa e la solidarietà istituzionale
Tajani ha ricordato anche il ruolo dell’Unione europea nella risposta al sisma. Nel marzo 2017, quando era presidente del Parlamento europeo, convocò a Norcia una riunione straordinaria dei vertici dell’Europarlamento per portare direttamente nelle istituzioni europee la gravità della situazione.
Pochi mesi dopo, nel luglio 2017, fu annunciato uno stanziamento di 1,2 miliardi di euro dal Fondo di solidarietà europeo, indicato da Tajani come il più grande mai concesso fino ad allora a uno Stato membro.
A questa risposta europea si aggiunsero, secondo il ministro, anche le risorse destinate alla ricostruzione attraverso i risparmi del bilancio interno della Camera dei deputati: complessivamente 387 milioni di euro tra il 2016 e il 2021, con stanziamenti annuali progressivi.
La dimensione finanziaria della ricostruzione si accompagna dunque a quella istituzionale e territoriale: un sistema nel quale Stato, Regioni, Comuni, Europa e tessuto economico sono chiamati a sostenere un processo che non si esaurisce nel ripristino degli immobili.
Prevenzione e sicurezza: la ricostruzione come investimento sul futuro
Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci ha riportato l’attenzione sulla prevenzione. Il punto di arrivo, ha sottolineato, non può essere soltanto il completamento delle opere, ma la capacità di costruire in sicurezza e tutelare l’identità dei territori, creando le condizioni perché le persone possano continuare a viverli in un contesto di normalità e crescita.
La prevenzione, nella sua lettura, significa ridurre il rischio per le persone ma anche contenere i costi enormi che le calamità impongono alle comunità. La memoria, quindi, deve trasformarsi in un impegno concreto per rendere l’Italia più sicura.
Una logica che lega direttamente la ricostruzione alle politiche di investimento di lungo periodo: sicurezza degli edifici, infrastrutture resilienti, servizi e competitività diventano elementi di una stessa strategia territoriale.
Amatrice: la riapertura del corso per sbloccare i cantieri
Ad Amatrice, uno dei simboli della devastazione del 2016, la questione della ricostruzione si misura anche con le infrastrutture urbane. Il sindaco Giorgio Cortellesi ha sottolineato l’importanza della riapertura del corso, che consentirà di cantierizzare l’intera zona centrale.
La viabilità aveva infatti inciso sulla possibilità di intervenire sui sedimi degli edifici distrutti. Il reperimento delle esatte aree di sedime ha richiesto anni, mentre sulla ricostruzione hanno pesato anche il Superbonus 110%, il Covid e la complessità tecnica di un intervento su un territorio colpito dal terremoto.
Anche questo caso mostra come infrastrutture, procedure amministrative e cantieri siano strettamente interconnessi e come la velocità della ricostruzione dipenda non soltanto dalle risorse disponibili, ma dalla capacità di trasformarle rapidamente in opere.
Abruzzo, la complessità del doppio cratere
Una specificità ulteriore riguarda l’Abruzzo. Il presidente della Regione Marco Marsilio ha ricordato come lo sciame sismico, iniziato nell’agosto 2016 e proseguito fino al gennaio successivo, abbia interessato fortemente il territorio aquilano e teramano.
Sono 23 i comuni abruzzesi ricompresi nel cratere del sisma 2016, molti dei quali già colpiti dal terremoto del 2009. È il cosiddetto «doppio cratere», una condizione che ha reso particolarmente complesso il percorso della ricostruzione.
Secondo Marsilio, le regole pensate per il sisma dell’Emilia-Romagna sono state applicate a un contesto territoriale profondamente diverso, aggiungendo ulteriori complessità burocratiche. Nonostante questo, ha sottolineato, in Abruzzo la ricostruzione procede e, tra le quattro regioni interessate, registra alcuni punti percentuali in più proprio in ragione del lavoro sviluppato sul territorio.
Il patrimonio culturale come infrastruttura identitaria
La partita della ricostruzione riguarda infine un patrimonio che va oltre il valore immobiliare. Tajani ha richiamato il peso culturale e spirituale di luoghi come Norcia, città di San Benedetto, patrono d’Europa, ma anche Cascia, Tolentino e Leonessa.
Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo custodiscono un patrimonio storico, culturale e spirituale che, secondo il ministro, appartiene all’Italia e all’Europa. Salvare questi luoghi significa dunque preservare una parte dell’identità nazionale ed europea.
È anche per questo che la ricostruzione economica non può essere separata da quella culturale e turistica. La restituzione di piazze, chiese, borghi e monumenti rappresenta infatti una componente della capacità dei territori di tornare attrattivi per residenti, imprese e visitatori.
Dieci anni dopo, la sfida è trasformare la ricostruzione in sviluppo
Il decennale lascia quindi un quadro articolato. Da una parte ci sono 299 vittime, decine di migliaia di sfollati, borghi cancellati e una ricostruzione che ha richiesto tempi molto lunghi. Dall’altra emergono cantieri, opere concluse, risorse erogate e famiglie che progressivamente rientrano nelle proprie abitazioni.
Il punto di equilibrio è ancora lontano. Ma la direzione della ricostruzione sembra ormai spostarsi dalla sola emergenza alla necessità di costruire un modello stabile di sviluppo delle aree interne.
Zuppi ha parlato di «rinascere» come di una prospettiva «bellissima e impegnativa», invitando a combattere la rassegnazione e a onorare chi non c’è più attraverso il lavoro. Tajani ha sintetizzato la fase attuale nella necessità di meno burocrazia, tempi certi, cantieri più veloci e una strategia capace di riportare famiglie e imprese nei territori.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha invece riportato il ricordo anche sul lavoro svolto da forze armate, vigili del fuoco, Protezione civile, forze dell’ordine, sanità e volontariato, sottolineando come nelle emergenze il dovere dello Stato sia quello di esserci.
Alla fine, la sfida del post-terremoto non è dunque soltanto ricostruire ciò che è stato distrutto. È evitare che il tempo della ricostruzione diventi il tempo dello spopolamento, trasformando gli investimenti pubblici e privati in una nuova capacità di attrazione economica e sociale.
Dieci anni dopo quella notte, la ricostruzione del Centro Italia entra così nella sua fase più delicata: completare le opere, restituire le case, riaprire i borghi, ma soprattutto fare in modo che tornino a essere comunità vive. Perché, come ha ricordato Zuppi da Pescara del Tronto, «ricostruire non è mai solo una questione di edifici, ma soprattutto di relazioni, di comunità, di fiducia, di solidarietà».
E la misura finale della rinascita sarà probabilmente proprio questa: non soltanto quanti edifici saranno ricostruiti, ma quante persone, famiglie e imprese sceglieranno di tornare a vivere e investire nell’Appennino centrale.
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