Avevo una sigaretta accesa in mano e un gatto minuscolo davanti. Romeo mi guardava con quegli occhi azzurri da creatura appena atterrata sulla Terra, ancora troppo piccolo per capire il mondo e già abbastanza gatto per giudicarlo. Era lì, in mezzo alla casa, con l’aria di chi aveva preso possesso di ogni centimetro disponibile senza firmare contratti, pagare mutui o chiedere permesso. Io aspirai una boccata, poi mi accorsi della puzza.
Prima era solo fumo. Una cosa mia. Un’abitudine, un gesto automatico, una specie di punteggiatura nervosa tra un pensiero e l’altro. Da quel momento diventò qualcosa che stavo imponendo a un essere vivente che pesava meno di una busta della spesa e non aveva alcuna possibilità di dirmi: “Scusa, potresti evitare di trasformare l’aria in un posacenere condominiale?”. Ecco, io ho smesso così: con un batuffolo di pelo che mi guardava come se avessi appena commesso un crimine contro il decoro felino.
Una casa piena di fumo
Nel 2011 avevo ventitré anni ed ero andata a convivere. La casa era piccola, circa quaranta metri quadri: camera da letto, cucina, bagno. Piano terra. Nessun balcone, nessun giardino, nessuno sfogo esterno. Un appartamento dove se friggevi una zucchina l’odore restava in assemblea permanente fino al giorno dopo, figuriamoci il fumo.
Fumavo diciassette sigarette al giorno. Il mio ex marito fumava anche lui. La matematica è semplice, la scena un po’ meno: due persone, una casa minuscola, finestre aperte quando capitava, sigarette accese come se l’aria dovesse arrangiarsi. Quando si è ventenni, il corpo sembra un condominio abusivo: ci fai quello che vuoi e pensi che reggerà. Il fumo fa male, lo sai. Però resta una cosa astratta. Il futuro, quella discarica comoda dove buttiamo tutto quello che oggi non vogliamo guardare.
Poi un giorno trovammo un gattino appena nato. Aveva ancora il cordone ombelicale attaccato. Una cosa minuscola, fragile, quasi impossibile da maneggiare senza la sensazione di romperla. Lo chiamai Leo, anche se non sapevo nemmeno se fosse maschio o femmina. In certi momenti dai un nome perché ti serve credere che quella creatura abbia già un posto nel mondo, anche quando il mondo sembra intenzionato a sputarla fuori.
Lo portammo in casa e provammo a salvarlo. Latte, attenzioni, tentativi, ansia, quella speranza ridicola e ostinata che si accende davanti agli esseri piccoli. Appena lo vidi lì dentro, smisi di fumare in casa. Mi venne naturale. Il pensiero arrivò pulito, quasi brutale: a me poteva anche non importare abbastanza di me, ma a lui stavo facendo del male. Così uscii. Poi uscii sempre meno. Poi comprai sempre meno sigarette.
Leo morì dopo nove giorni. Smise di mangiare, provammo a fare tutto, non bastò. Succede anche questo, con gli animali appena nati: ti illudi di poter vincere contro la fragilità solo perché ci metti amore, e invece l’amore a volte resta lì, con il biberon in mano, senza nessuno da nutrire. Dopo quella perdita, tornai a fumare. Poco, tanto, abbastanza. La sigaretta rientrò dalla porta socchiusa che il dolore aveva lasciato aperta. Ma non era più innocente.
Poi arrivò Romeo
Romeo arrivò poco dopo, da un allevamento amatoriale. Me lo affidarono, più che venderlo. Aveva meno di tre mesi, gli occhi azzurri, il pelo chiaro, quella faccia da promessa e da minaccia insieme che hanno i gatti quando sono cuccioli: sembrano peluche, poi in tre giorni ti spiegano il concetto di proprietà privata applicato al divano, al letto, alla tua faccia e possibilmente alla tua anima. Io accesi una sigaretta. Gesto automatico. Lui alzò lo sguardo.
Ora, chi vive con un gatto lo sa: i gatti non guardano, sentenziano. Anche quando hanno dieci settimane e ancora inciampano nei propri baffi, riescono a fissarti con l’autorevolezza di un notaio offeso. Romeo mi guardò così. Un misto di disgusto, curiosità e “questa sarebbe l’aria premium che mi offrite in questa struttura?”. Mi fece ridere, certo. Poi mi fece riflettere.
Perché a quel punto la questione smise di riguardare la mia salute, la mia forza di volontà, la mia eventuale morte con colonna sonora tragica e parenti intorno a dire “glielo avevamo detto”. Riguardava lui: i suoi piccoli polmoni, il suo corpo in crescita. Il fatto che un gatto vive a pochi centimetri dal pavimento, si lecca il pelo, dorme sui tessuti, passa la giornata dentro le superfici che noi crediamo pulite solo perché abbiamo aperto una finestra dieci minuti.
Quella sensazione oggi ha anche una base concreta: secondo la FDA, il fumo passivo e il fumo di terza mano fanno male anche agli animali domestici. Il secondo resta su pelle, vestiti, mobili, tappeti e pelo. Nei gatti la faccenda diventa ancora più infida: loro si puliscono leccandosi, quindi quello che cade sul mantello può finire in bocca.
E parliamo di rischi seri. Uno studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology ha osservato un’associazione tra esposizione al fumo domestico e aumento del rischio di linfoma maligno nei gatti. Io tutto questo, allora, non lo sapevo con precisione. Lo sentivo in modo molto più rozzo e forse più efficace: nella mia testa, stavo “affumicando” Romy. E allora ho smesso.
Il nervoso doveva uscire da qualche parte
Smettere di fumare sembra una cosa romantica solo quando la racconti dopo. Mentre accade, è una guerra di nervi con te stessa, con la bocca, con le mani, con il tempo morto, con il caffè, con la fine della cena, con il telefono, con l’attesa, con qualunque cosa abbia mai avuto una sigaretta accanto.
Io avevo anche paura di spostare tutto sul cibo. Conoscevo abbastanza bene la mia tendenza a riempire i vuoti con qualcosa, e il frigorifero mi sembrava un complice troppo disponibile. Così cercai un altro sfogo e lo trovai nello spinning. Pedalare da ferma, in una stanza, sudando come se stessi fuggendo da un destino scritto da un personal trainer sadico. Perfetto.
Anche qui una base c’è. Il CDC consiglia di tenersi occupati e restare attivi quando arrivano le voglie di fumare. La logica è molto semplice: muovere il corpo aiuta a spostare l’attenzione, scaricare tensione e attraversare quei minuti in cui la testa chiede nicotina come se stesse chiedendo ossigeno.
Ad altri può aiutare tenere la bocca occupata: acqua, acqua aromatizzata, gomme senza zucchero, qualcosa da sgranocchiare senza trasformare il nervoso in un trasloco stabile dentro la dispensa. Anche NHS Inform suggerisce, nei momenti di astinenza, di bere acqua, fare movimento e tenersi impegnati.
Una cosa piccola
La sigaretta occupava uno spazio. Lo spinning ne occupò un altro. Romeo occupò tutto il resto. Cresceva. Distruggeva. Dormiva. Mi guardava. Si infilava dove non doveva. Si prendeva la casa che, tecnicamente, sarebbe stata mia. Io continuavo a non fumare. La cosa buffa è che non mi sono mai sentita un’eroina. Ho conosciuto persone che raccontano di aver smesso di fumare come se avessero scalato l’Everest in ciabatte. Io ho solo avuto paura di fare male a un gatto. Però ha funzionato più di qualunque discorso sulla salute, più delle immagini sui pacchetti, più delle statistiche, più del pensiero remoto della malattia.
Forse perché con me stessa sono stata spesso una pessima amministratrice. Rimandavo, trattavo il corpo come una cosa che poteva aspettare, facevo finta che il conto arrivasse sempre a qualcun altro. Poi ho amato un cucciolo e l’ho visto respirare nella mia stessa stanza. Lì ho capito che l’aria non era solo mia.
Sono passati quindici anni da quando i gatti sono entrati nella mia vita. Romy non è più quel batuffolo minuscolo con gli occhi azzurri da sentenza. Oggi la casa è più grande, c’è anche un nuovo compagno, e la gerarchia resta comunque chiarissima: Romy comanda, noi ci organizziamo intorno. Lui ha conquistato anche chi è arrivato dopo, con la normale efficienza coloniale dei gatti senior.
Io, da allora, non fumo più. Niente pasticche, né cerotti, né piano motivazionale. Solo un gatto entrato in casa e un posacenere che, a un certo punto, ha smesso di avere senso. Romeo non mi ha salvata parlando: mi ha salvata respirando accanto a me.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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