Per cancellare i rischi della dipendenza da social network, l’unica soluzione è modificare l’algoritmo: ne è convinto lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia e con lui diversi esperti. Lo sostengono con fermezza i promotori della class action contro Meta e TikTok, in corso al tribunale civile di Milano: “Al giudice non chiediamo miliardi di risarcimento, come negli Usa, bensì modifiche strutturali all’algoritmo per risolvere un problema di salute pubblica”, dice Antonio Affinita, direttore generale del Moige, interpellato da ilfattoquotidiano.it. Correggere l’algoritmo: ovvero il peggior incubo delle piattaforme, perché il valore delle azioni potrebbe andare giù in borsa.
La multa da 12,7 miliardi per Meta: l’equivalente di un caffè al giorno per chi guadagna 2 mila euro al mese
Dunque Meta non disdegna chiudere le cause negli Stati Uniti, modificando il design e pagando il prezzo (con le giuste proporzioni) di un caffè al mese per i prossimi dieci anni. L’accordo statunitense con 52 procuratori generali lascia intatto l’algoritmo, ma impone a Meta vincoli per i minori e il pagamento minimo di 12,7 miliardi spalmati su una decade: un miliardo e 270 milioni l’anno, rispetto all’utile da 60 miliardi del 2025. “Poco più del 2%”, ha notato Matteo Flora. “In proporzione, per chi guadagna 2.000 euro al mese, è un caffè al giorno per dieci anni”, stima il docente della European School of Economics. Secondo l’esperto, la sanzione monetaria potrebbe cancellare il biasimo morale sortendo effetti opposti. Flora cita un celebre esperimento sociale, condotto nel 1998 su 10 asili nido di Haifa in Israele: multare i genitori ritardatari, invece di rimproverarli, spinse gli adulti ancor più lontani dagli orari consentiti. La multa, come un condono, aggravò il problema. E il guaio, nel caso dei rischi sulla dipendenza da social network, può essere esistenziale. “Pagare non equivale a risolvere” dice a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Lavenia, presidente e direttore scientifico dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche. “Quando milioni di ragazzi dormono con il telefono accanto, interrompono continuamente lo studio per controllarlo e affidano la propria autostima a un numero di like, non siamo più davanti a qualche cattiva abitudine, è questione di salute pubblica”, prosegue l’esperto.
Il monito del fondatore di Napster e 1° presidente Facebook: “Solo dio sa cosa stanno facendo al cervello dei nostri figli”
Sean Parker (primo presidente di Facebook e celebre fondatore di Napster) aveva messo in guardia sui pericoli dei social già nel 2017, ad un evento della testata statunitense Axios: “Solo Dio sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli”. Specificando nel dettaglio: “Il processo di pensiero su cui si fondano queste applicazioni, di cui Facebook fu precursore, è stato: come consumiamo più tempo possibile e più coscienza possibile? E questo significa che dobbiamo darti piccoli dosi di dopamina ogni tot”. Secondo soci di minoranza di Meta, il management conosceva da 10 anni i possibili danni per salute dei minori. Gli azionisti fondano la loro convinzione sui documenti interni di Facebook e Instagram, svelati nel corso dei processi statunitensi in New Mexico e California. Carte e testimonianza hanno alimentato dubbi di avvocati e opinione pubblica: le piattaforme sono progettate intenzionalmente per generare dipendenza? Meta ha sempre negato, sostenendo di privilegiare la sicurezza rispetto all’esigenza economica di trattenere gli utenti sulla piattaforma. Nei documenti processuali, ecco il contenuto di alcune mail firmate dai ricercatori di Instagram, risalenti al 2020: “Oh mio Dio, ragazzi, Instagram è una droga (…) Siamo praticamente degli spacciatori (…) Stiamo causando un Disturbo da Deficit di Ricompensa perché le persone ne fanno un uso eccessivo, al punto da non provare più alcun senso di gratificazione… la loro tolleranza alla ricompensa è altissima”.
Lavenia: “Fermare l’algoritmo contro il rischio della dipendenza alimentata dalla dopamina”
Molti documenti citano la dopamina. Di cosa si tratta? “È la sostanza del piacere prodotta dal nostro organismo, ma anche molto di più”, dice Lavenia. “È coinvolta nell’attesa della ricompensa e spinge il cervello a ripetere i comportamenti che possono produrla”, prosegue l’esperto. In che modo l’algoritmo può incidere sulla dipendenza e sul rilascio della dopamina? “Ogni volta che apriamo un social potremmo trovare un messaggio, un like, una notizia o un video interessante. Non sappiamo quando arriverà qualcosa di gratificante, ed è proprio questa incertezza a spingerci a controllare ancora. L’algoritmo rende il meccanismo più potente perché impara quali stimoli funzionano meglio su ciascuno di noi e ce li serve uno dopo l’altro, senza concederci un vero punto di arresto”. Quali sono i sintomi della dipendenza? “A un certo punto non apriamo più il social perché abbiamo deciso di farlo. Lo apriamo per automatismo, appena compare la noia, la solitudine o l’ansia. La perdita di controllo comincia lì: quando il gesto precede il pensiero e continua anche se danneggia sonno, studio e relazioni”, conclude lo psicologo.
L’accordo firmato da Meta con 52 procuratori impone vincoli per la tutela dei minori. Come il blocco notturno e lo stop alle notifiche negli orari scolastici, oppure i like nascosti per i più giovani. Un accordo storico. “Sono misure necessarie – commenta Lavenia – ma il rischio è che si installino alcune cinture di sicurezza lasciando il motore lanciato alla stessa velocità. Se le protezioni possono essere disattivate, aggirate o lasciate alla volontà di un adolescente, la loro efficacia sarà inevitabilmente limitata”. Non solo, il modello economico rimane intatto: “più tempo trascorriamo online, più dati produciamo e più valore generiamo”, mette in guardia l’esperto. Un incentivo strutturale, per le piattaforme, ad usare ogni espediente legale per tenere gli utenti sempre online.
L’avvocato Bertone: “Limiti alle notifiche e al tempo d’uso? Come diminuire la nicotina nelle sigarette light, la dipendenza resta”
L’avvocato Stefano Bertone nutre l’identico timore: “l’unica soluzione è obbligare i social network a modificare algoritmo e modello di business, anteponendo la sicurezza agli affari”, dice a ilfattoquotidiano.it il legale della class action contro Meta e TikTok, insieme allo studio torinese Ambrosio & Commodo. Correggere il design, limitare le notifiche e il tempo d’uso, non basta? “Assolutamente no, è come con le sigarette light – avvisa l’avvocato – diminuisci la nicotina ma il principio della dipendenza ne esce rafforzato, perché i fumatori ne consumano di più, solo con dosi minori”. L’unica soluzione, secondo Bertone e Lavenia, è vietare la nicotina. Ovvero fermare la ruota dell’algoritmo, con i suggerimenti incessanti di contenuti personalizzati, un menù quasi irresistibile per gli utenti dei social network, ancora più se in tenera età. Una via assai impervia. Oppure vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni: “Un bambino di undici anni non può difendersi da una piattaforma che studia ogni suo comportamento e sa come trattenerlo – ammonisce lo psicologo dell’associazione contro le dipendenze – Non è libertà di scelta quando da una parte c’è un minore, dall’altra un’industria costruita per catturare la sua attenzione”.
Le richieste della class action italiana: nessun risarcimento, ma correzioni all’algoritmo, verifica dell’età e campagna infortmativa
La class action milanese, contro Meta e TikTok, invoca il divieto di ingresso ai social, per i minori di 16 anni, ma anche la correzione dell’algoritmo e una campagna informativa sui possibili rischi. Tre richieste escluse dall’accordo di Meta con i procuratori. Certo gli Stati americani intascheranno fino a 18 miliardi, da Meta. Ma il colosso rischiava di pagare anche 200 miliardi: i colossi del tabacco, nella causa di risarcimento del 1998, sborsarono 209 miliardi. Al gigante di Mark Zuckerberg è andata molto meglio, negli Stati Uniti.
In Italia, l’udienza conclusiva della class action è prevista il 19 novembre. Il ricorso del Codacons e di Adusbef contro Meta, per obbligarla alla verifica dell’età tutelando i minori, già è stato bocciato dal tribunale di Roma il 26 agosto. Difetto di competenza: secondo i magistrati capitolini, il giudizio non spettava a Roma bensì a Dublino, sede europea di Meta. Bertone è ottimista sul procedimento milanese: “Quella causa si muoveva sul terreno dei consumatori, la nostra è a tutela dei diritti fondamentali dell’individuo, alla vita e all’integrità fisica, di stretta pertinenza dei giudici nazionali”, dice l’avvocato. “E poi nel Belpaese lavorano 100 dipendenti di Facebook Italia. A Dublino ci sono i vantaggi fiscali, ma è il ramo italiano a controllare le operazioni locali”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Paolo Dimalio
Source link


