La teocrazia dell’algoritmo. Il Dio social decide cosa vediamo, cosa votiamo e cosa crediamo vero


La verità. Quali sono i suoi confini, i suoi limiti? Viviamo in una società liquida, per usare un’espressione di baumiana memoria, oggi più che mai fluida: fluida nei generi, nel linguaggio, nella dialettica, nella politica e nella comunicazione. E in questo contesto ci chiediamo: chi ha il compito di custodire la verità? Perché chi ne è il detentore può stabilire come trasformarla in consenso: consenso mediatico, politico, ideologico.

La verità nell’era della disintermediazione

Ci siamo illusi che la verità potesse essere raccontata senza intermediari e senza filtri. Era il pensiero che maturava con l’esplosione dei social e con la crescente diffidenza verso i media tradizionali e verso coloro che, per definizione, il consenso erano chiamati a gestire, i partiti politici.

La “legge dell’algoritmo digitale” ci ha regalato il brivido della disintermediazione, di spazi apparentemente liberi come le piattaforme social, spacciate per agorà democratiche, quelle che non a caso divennero il terreno fertile del grillino pensiero “dell’uno vale uno”.

Mattarella e il rischio di perdere lo spirito critico

Eppure oggi è Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica e, come tale, custode della Costituzione, a lanciare un allarme su l’annichilimento dello spirito critico. Mattarella, intervistato da Francesco Oggiano, ha ammonito: “Quando si entra in una piattaforma social si ha spesso l’impressione di trovarsi di fronte a schieramenti contrapposti, ciascuno dei quali porta una sua verità assoluta e inscalfibile. In questo modo diventa difficile, se non addirittura viene escluso, il dialogo”.

Effettivamente, nella riflessione del Presidente, se allarghiamo lo sguardo, non troviamo soltanto il monito di chi ne ha viste tante, ma la denuncia, forse ancora troppo sussurrata, della normalizzazione di un sistema che non si limita a indignarsi per qualche insulto nei commenti dei social, ma scava molto più in profondità.

La filter bubble e il potere degli algoritmi

Parliamo della filter bubble, così la chiamano gli esperti: quella bolla generata dagli algoritmi che racchiude nello stesso recinto digitale tutti coloro che la pensano allo stesso modo, autoalimentando le loro convinzioni. Non è un caso che nella nostra schermata di Facebook compaiano continuamente video e post che rafforzano ciò che già pensiamo.

Tutti la pensano come me? No. Facebook vuole semplicemente tenerci il più a lungo possibile attaccati allo schermo, proponendoci contenuti che suscitano il nostro interesse per inserirvi, nel mezzo, le inserzioni pubblicitarie da cui trae profitto.

Perché questa è la prima grande rivelazione: quella che i più ingenui considerano una grande agorà democratica è in realtà una multinazionale privata che detiene un potere pressoché monopolistico. Il suo guadagno deriva dalla vendita di spazi pubblicitari alle aziende e il prodotto che vende siamo proprio noi e i nostri dati.

Ma diciamocelo: a volte può anche essere utile trovare i video che ci piacciono o la pubblicità di prodotti che effettivamente potrebbero interessarci. Insomma, una comodità. Ma che cosa succede quando i nostri dati vengono utilizzati a favore di campagne politiche? Quando servono a orientare il nostro voto, le nostre opinioni e, quindi, ad alterare la narrazione della “verità”?

Lo abbiamo già sperimentato. Facebook è stata sanzionata dalle autorità per le violazioni della privacy legate allo scandalo Cambridge Analytica, la controversa vicenda esplosa negli anni della campagna referendaria sulla Brexit. Una vittoria dell’uscita dall’Ue — e non entriamo nel merito della decisione — raggiunta anche per tramite di campagne social finalizzate a orientare il voto, con bombardamenti di fake news verso gli indecisi e arrivando persino a tentare di scoraggiare dal voto chi era contrario all’uscita dall’Unione europea.

Questa è storia.

Eppure, dieci anni dopo, siamo ancora qui, in balia dell’ennesima evoluzione del digitale, ora dettata dall’intelligenza artificiale, in un mondo nel quale sarà sempre più labile il confine tra naturale e artificiale, tra vero e falso, tra giusto e sbagliato.

Dai social all’AI: la teocrazia dell’algoritmo

Il brivido di libertà che ci hanno consegnato i social, la convinzione di non avere più barriere, ci ha fatto piombare in una nuova fase. Mentre siamo qui a discutere (proprio sui social) del ritorno o meno del Ventennio, siamo in realtà ostaggio di una nuova forma di compressione delle libertà, di una dittatura quasi teocratica: la “teocrazia dell’algoritmo”, nella quale un’entità superiore ci detta matematicamente le regole della nostra vita, ci dice che cosa comprare e che cosa votare, e noi la ringraziamo pure, perché ne siamo ormai dipendenti.

Alla timida presa di posizione del Presidente Mattarella si affiancano i tentativi, maldestri e poco riusciti, dell’Unione europea di regolamentare l’utilizzo dei social. Nel frattempo, negli Stati Uniti assistiamo a una sempre più evidente commistione di poteri: il proprietario di X, Elon Musk, ha contribuito alla campagna di Donald Trump ed è poi entrato nella sua Amministrazione.

E sono proprio gli USA, il Paese che si considera libero e democratico per eccellenza, ad averci consegnato l’immagine plastica di questo cortocircuito: la fotografia dell’insediamento della seconda presidenza Trump, nella quale compaiono, ritratti nelle prime file, tutti i proprietari delle principali Big Tech, le piattaforme digitali, ormai incastonati tra le istituzioni, davanti agli stessi politici, quasi a voler marcare il territorio.

Perché aggiornare l’articolo 21

E se questo è il presente che stiamo vivendo, forse è arrivato il momento di raccogliere l’invito di diversi costituzionalisti, come Stefano Rodotà e Ugo De Siervo, già Presidente della Corte costituzionale, e di pensatori come Remo Bodei: serve “aggiornare” l’articolo 21 della Costituzione.

Una modernizzazione necessaria per rafforzare gli anticorpi della nostra liberaldemocrazia di fronte all’aggressione di modelli commerciali privati, fondati sul profitto, che hanno però sostituito i nostri tradizionali spazi democratici.

Il mio non è un giudizio nel merito, ma, se è vero che il diritto segue per sua natura l’evoluzione della società, non possiamo continuare a ignorare l’elefante nella stanza nei nostri Parlamenti, nelle sedi dei partiti e nelle redazioni giornalistiche.

L’evoluzione tecnologica dell’ultimo decennio ha profondamente modificato le strategie di gestione del consenso, snaturando, deformando e rielaborando alcuni principi fondamentali delle democrazie, come il pluralismo del dibattito pubblico, fino ad arrivare all’alterazione di importanti campagne elettorali.

L’assenza di una regolamentazione comune della comunicazione politica sui social network ha comportato una sorta di disparità di trattamento normativo tra i mezzi di comunicazione tradizionali e le nuove piattaforme, che agiscono ancora in assenza di una normativa chiara e realmente vincolante.

Le piattaforme digitali, forti anche della loro posizione economica, hanno ingaggiato un braccio di ferro con le istituzioni sovranazionali, sempre deboli coi forti e forti con i deboli, non soltanto in ambito tributario, ma anche sotto il profilo della gestione trasparente dei contenuti politici.

Per tutelare il dibattito pubblico e l’essenza stessa delle democrazie occidentali si rende quindi necessario estendere anche al mondo del web le garanzie che la nostra Carta costituzionale riconosce agli altri mezzi di comunicazione.

Facciamolo inserendo nella Costituzione, all’articolo 21, il diritto fondamentale a informarsi e a essere informati in modo libero e plurale anche nell’ambiente digitale. Imponiamo inoltre che i processi algoritmici si conformino ai principi di trasparenza e non discriminazione e incentiviamo l’alfabetizzazione digitale, fondamentale per alimentare una conoscenza critica delle nuove tecnologie.

Questo, se vogliamo preservare la verità e la libertà di conoscerla, senza che a prevalere, ancora una volta, siano interessi liberticidi.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Piermario Boccellato

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.