Il regime cinese inasprisce la perecuzione dei cattolici


Implacabile, il Partito comunista cinese inasprisce la persecuzione contro la minoranza cattolica. I fedeli raccontano, coperti da anonimato, come la dittatura comunista stia moltiplicando le sessioni obbligatorie di studio politico, le campagne ideologiche e la supervisione diretta delle autorità. Il Partito riconosce un’unica Chiesa cattolica ufficiale supervisionata, appunto, dall’Associazione Patriottica Cattolica Cinese e della Conferenza dei Vescovi della Chiesa Cattolica in Cina, che operano sotto il diretto controllo del Partito e non del Vaticano.

Nelle province di Guangdong e Jiangsu sono state organizzate riunioni per esortare clero e laici a promuovere attivamente la politica di «sinicizzazione della religione» voluta da Pechino e a mettere in pratica la cosiddetta «governance rigorosa della religione». Voci critiche denunciano queste campagne, che stanno trasformando le chiese in strumenti politici gestiti direttamente da Pechino.

L’8 luglio la Chiesa cattolica del Guangdong ha informato che le autorità ecclesiastiche provinciali avevano convocato una riunione a Guangzhou, per chiedere a organizzazioni cattoliche, parrocchie, sacerdoti e laici di rilievo di partecipare a programmi di studio politico e di governance, col dichiarato obiettivo di rafforzare la «guida politica» e la gestione delle comunità, e creare sistemi per attuare la sinicizzazione religiosa. Di un incontro analogo, tenuto il 2 luglio a Nanchino, si legge sul sito ufficiale della Chiesa cattolica cinese. Le autorità ecclesiastiche sono state chiamate a studiare il discorso fatto dal presidente Xi Jinping al 105esimo anniversario del Partito, la nuova legge sull’unità etnica, le direttive emanate nell’incontro nazionale delle organizzazioni religiose e documenti programmatici della dirigenza cattolica ufficiale cinese.

Un cattolico di Shenzhen ha descritto come, nell’ultimo decennio, il controllo sulle chiese sia diventato molto più rigido: «Da anni insistono sulla sinicizzazione della religione. Hanno installato numerose telecamere di sorveglianza sia all’esterno che all’interno della chiesa. Dicono che è per la sicurezza, ma io credo sia solo una scusa». Le organizzazioni cattoliche ufficiali, ha aggiunto, richiedono ormai sistematicamente ai fedeli di studiare i discorsi del presidente Xi Jinping e le direttive politiche. «È andato troppo oltre, ma non possiamo fare nulla». Ha poi osservato con preoccupazione come il linguaggio ideologico del Partito sia entrato gradualmente nell’amministrazione delle chiese: «Ci ripetono continuamente di studiare regolamenti e leggi religiose. Dobbiamo anche rilasciare dichiarazioni a sostegno di certe politiche. … Rappresentanti dell’Associazione Patriottica assistono a ogni Messa. Mi sembra chiaro che siano lì per controllarci».

Un altro fedele di Shenzhen conferma che le sessioni di studio politico sono diventate una prassi ordinaria: «Le autorità non permettono contatti con le chiese straniere. Sono particolarmente diffidenti verso i cattolici di Taiwan e della Corea del Sud, è vietato comunicare con loro». Ha detto inoltre che ai sacerdoti viene ritirato il passaporto e subiscono forti restrizioni nei viaggi all’estero: «Se presentano domanda per un passaporto, di solito non viene approvata». Ha ricordato che, dopo la telefonata di un cattolico sudcoreano a un altro parrocchiano, la polizia è subito intervenuta chiedendo informazioni sul chiamante, sul numero di telefono e sul motivo della chiamata.

A Xuzhou, una fedele ha raccontato che nella sua parrocchia si studiano documenti giuridici e politici collegati alla religione: «Ci hanno detto che dobbiamo mettere in pratica i discorsi di Xi Jinping perché è il principale compito politico. Prima andavamo in chiesa per la Messa e la confessione. Ora dobbiamo collaborare col governo. È sempre meno un luogo di fede, ma i parrocchiani non osano opporsi».

Xi Jinping ha introdotto la «sinicizzazione della religione» nel 2015, durante una conferenza nazionale sul lavoro del Fronte Unito, integrando così la politica nelle dottrine religiose. Cerimonie come l’alzabandiera e il canto dell’inno nazionale sono ormai comuni nelle chiese, nelle moschee e nei templi buddisti. In alcune moschee sono state imposte modifiche architettoniche, come la rimozione delle cupole tradizionali.

Il controllo non si limita alle campagne ideologiche. Secondo quanto riferito da ChinaAid, un’organizzazione senza scopo di lucro del Texas che difende la libertà religiosa in Cina, nel novembre scorso, a una chiesa cattolica a Xuchang che aveva permesso ad alcuni ragazzi di suonare il pianoforte e partecipare ai servizi liturgici, è stato ordinato di sospendere le funzioni, di presentare un “piano di rettifica” e la chiusura temporanea.

Un altro fedele ha spiegato che le campagne politiche servono anche a esercitare maggiori pressioni sulle chiese che rifiutano di registrarsi: «Prima inaspriscono il controllo sulle chiese ufficiali, poi obbligano anche le chiese clandestine. Se ti registri, devi accettare la gestione dell’Associazione Patriottica e, se non lo fai, ti accusano di operare illegalmente».

Da decenni Pechino impone ai cattolici di praticare il culto solo nelle chiese affiliate all’Associazione Patriottica Cattolica controllata dallo Stato, mentre le comunità clandestine fedeli al Vaticano subiscono continue pressioni.
Nel 2018 il Vaticano e Pechino hanno firmato un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi cattolici, rinnovato più volte – nell’ottobre 2024 è stato esteso per altri quattro anni – ma il testo non è mai stato reso pubblico.
Un critico delle politiche religiose cinesi residente a Pechino ha sottolineato che l’accordo ha permesso al regime cinese di marginalizzare ulteriormente le chiese clandestine, presentando al contempo la chiesa “ufficiale” come l’unica istituzione cattolica legittima del Paese.


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 Redazione ETI/Michael Zhuang

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