Sono essenzialmente due le strade che si trova davanti il Comune di Latina dopo la messa in mora della Curatela di Latina Ambiente: trattare oppure andare all’arbitrato. La Curatela chiede circa 18 milioni di euro per le partite TIA 2006-2009, cifra che, tra interessi e risarcimento dei danni, potrebbe arrivare a quasi 41 milioni. La diffida, datata 29 settembre, impone ora al Comune di individuare entro il 13 ottobre un responsabile del procedimento e di avviare una trattativa, con l’obiettivo di arrivare entro 90 giorni a una soluzione transattiva. In caso contrario, la Curatela annuncia il ricorso alla Camera arbitrale dell’ANAC.
Il bivio tra mediazione e arbitrato
È proprio su questo bivio che si gioca oggi la partita più delicata per l’amministrazione. Dei 18 milioni chiesti dalla Curatela, almeno 12 risulterebbero già certificati dagli stessi uffici comunali, come attestato nella diffida. Un dato che restringe sensibilmente il margine di manovra del Comune. La prima strada è resistere e andare all’arbitrato, scommettendo sulla propria ricostruzione contabile, secondo cui il Comune avrebbe già versato circa 200mila euro in più rispetto al dovuto, arrivando a vantare un credito nei confronti della Curatela. Il rischio di questa strada, suggerita dagli uffici, però, è alto: in caso di soccombenza, il Comune si troverebbe a dover versare l’intera cifra richiesta, senza alcuna attenuazione, proprio per non aver tentato la via della mediazione prevista dalla legge. La seconda strada è la conciliazione, che la normativa fallimentare delimita in modo preciso: il Comune potrebbe pagare una quota parte delle partite contestate, fino alla concorrenza della somma necessaria a far tornare “in bonis” la società, e soddisfare tutti i creditori di Latina Ambiente. Per raggiungere questo obiettivo mancherebbero, secondo quanto emerso dalla relazione della curatela, circa 1,6 milioni di euro di cui 710mila euro di crediti IVA. Una cifra che potrebbe essere in parte coperta senza ulteriori esborsi diretti: la società ha infatti in pancia i crediti IVA ancora da riscuotere, oltre a 500mila euro di crediti già ammessi proprio nei confronti del Comune. Se l’ente rinunciasse a quei 500mila euro, questa l’ipotesi che comincia a circolare internamente, e la società riuscisse a incassare i 710mila euro di credito IVA, alla Latina Ambiente mancherebbero circa 300mila euro per tornare in bonis, portando in dote anche i 41 milioni di credito che, a quel punto, confluirebbero verso il Comune stesso. A questo punto si chiedono in Comune: è opportuno rischiare 41 milioni di euro di default sulle casse comunali oltre le spese di arbitrato, piuttosto che mediare e anticipare somme ridimensionate come poco meno di un milione di euro? Il meccanismo della procedura fallimentare, del resto, pone un limite preciso alle pretese della Curatela: una volta soddisfatti tutti i creditori, la Curatela non può chiedere né ottenere oltre quella soglia, a meno che il Comune non scelga di non versare nulla, lasciando che la vertenza prosegua fino alla richiesta integrale dei 41 milioni.
Come siamo arrivati fin qui
La vicenda nasce dalle convenzioni che dal 1997 al 2009 hanno regolato i rapporti tra Comune e Latina Ambiente. Un passaggio decisivo è la delibera di Giunta n. 658 del 2013, con cui il Comune avrebbe riacquisito la gestione contabile dei crediti TIA 2006-2009, impegnandosi a definire le pendenze sui PEF. Nel 2014 il Tavolo tecnico quantificò in 10,1 milioni di euro i costi a conguaglio. Secondo la Curatela, il Comune avrebbe però versato negli anni soltanto 2,69 milioni. La diffida richiama inoltre una comunicazione del Comune datata 27 febbraio 2026, con cui l’amministrazione avrebbe aggiornato a 12.932.130,79 euro il valore dei ruoli ancora giacenti, non riscossi o non riversati.
Il nodo del processo per il crac
La vicenda si intreccia inoltre con un altro fronte giudiziario, destinato ad aprirsi a breve: il 9 dicembre è fissata la prima udienza del processo per il fallimento di Latina Ambiente. Un passaggio che potrebbe risultare decisivo anche per i 26 imputati tra ex amministratori e controllori dell’azienda. Se infatti dovesse prevalere la tesi sostenuta dalla Curatela, cioè che i crediti TIA messi a bilancio dalla società (circa 10 milioni di euro) fossero realmente esistenti, cadrebbe uno dei presupposti dell’accusa di bancarotta: la Procura sostiene infatti che quei crediti non andavano appostati in bilancio. Se la Curatela stessa, azionando oggi quella pretesa nei confronti del Comune, ne conferma l’esistenza, la posizione degli imputati nel processo penale ne uscirebbe sensibilmente attenuata, venendo meno l’ipotesi di una condotta illecita nella redazione dei bilanci societari.
Il fallimento che si poteva evitare
C’è un dettaglio, poi, negli atti giudiziari che hanno portato al fallimento di Latina Ambiente, rilevante alla luce degli eventi successivi: la società non fu dichiarata fallita perché insolvente, ma perché il Comune di Latina, al tempo stesso debitore e socio di maggioranza della partecipata, si rifiutò di fare chiarezza sui conti che aveva con essa. E quel rifiuto avviene durante l’amministrazione Coletta. La proposta di liquidazione presentata da Latina Ambiente nel maggio 2016 si basava proprio sul pagamento dei crediti che la società vantava nei confronti del Comune, suo unico cliente. Una strada percorribile, secondo il verificatore nominato dal Tribunale, il dottor Massimiliano Roccato, a patto che l’Ente riconciliasse le proprie poste creditorie e debitorie, come peraltro la legge già imponeva. Ma quella collaborazione, scrive lo stesso verificatore nella sua relazione, non arrivò: il Comune «è rimasto fino ad oggi un interlocutore poco collaborativo». Una valutazione che il professionista designato ribadì nella propria relazione, e che il Tribunale di Latina riportò integralmente nel decreto del 7 dicembre 2016 con cui respinse la richiesta di concordato. Il paradosso è che la società, anche da fallita, dimostrò di reggersi in piedi: continuò a garantire il servizio di igiene urbana, chiudendo l’esercizio provvisorio autorizzato dal Tribunale con quasi 3 milioni di euro di utili in un solo anno di attività. Un’azienda, dunque, pienamente operativa, capace di pagare i propri creditori e produrre utili. Ma la scelta politica, se pur legittima, fu un’altra, di chiudere con i passato e creare l’azienda speciale Abc, nata in piena continuità con Latina Ambiente: stessi mezzi, stesse attrezzature, stesse autorizzazioni, stesso personale, persino la stessa sede. Il resto è storia.
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