cosa ci insegna l’olivo sulla variabilità tra cultivar


L’olivo (Olea europaea L. subsp. europaea) è forse l’albero più emblematico del Mediterraneo, ma anche uno dei meno compresi dal punto di vista della variabilità funzionale interna alla specie. Mentre gli studi comparativi tra specie diverse hanno stabilito relazioni piuttosto solide tra durata delle foglie, struttura e contenuto di nutrienti – il cosiddetto “leaf economics spectrum” – sappiamo ancora poco se queste stesse regole valgano anche all’interno di una singola specie colturale, dove la selezione operata dall’uomo ha plasmato caratteri molto diversi tra loro.

Un gruppo di ricercatori francesi ha cercato di rispondere a questa domanda seguendo per quattro anni 52 varietà di olivo (36 coltivate e 16 selvatiche) mantenute nella banca del germoplasma dell’isola di Porquerolles, nel sud della Francia. Hanno misurato non solo la longevità delle foglie, la massa per area (LMA) e il contenuto di azoto, ma anche l’intera fenologia vegetativa e riproduttiva: dalla comparsa delle nuove foglie alla caduta, dalla fioritura alla maturazione dei frutti. L’obiettivo era capire se e come il tempo – le tempistiche dei vari eventi – si associa alle caratteristiche strutturali della pianta.

Foglie che vivono da uno a due anni, a seconda della varietà

I risultati mostrano innanzitutto una sorprendente variabilità. La durata media della vita di una foglia (LLS) si attesta su 405 giorni – poco più di 13 mesi – ma con un intervallo che va da 181 a 702 giorni a seconda della varietà. La foglia più longeva tra quelle osservate ha superato i 1395 giorni (quasi 46 mesi). In pratica, alcune varietà rinnovano le foglie ogni anno, altre ogni due, e qualcuna riesce a mantenerle anche per tre stagioni.

Ma come avviene esattamente questa perdita? Le foglie prodotte in primavera – che rappresentano tra il 65% e il 90% della produzione annuale – cadono secondo un ritmo ben preciso: un primo picco nei primi mesi dopo la loro comparsa (circa il 18% delle foglie), poi un secondo picco molto più importante (oltre il 70%) nella primavera dell’anno successivo, e infine una terza ondata minore (10%) nella terza primavera. È interessante notare che la perdita delle foglie dell’anno *n* coincide temporalmente con la fioritura e la nuova produzione di foglie dell’anno *n+1*, suggerendo un forte bilanciamento tra sorgenti e pozzi di carbonio all’interno dell’albero.

Le varietà selvatiche mostrano un periodo di caduta delle foglie più lungo di circa 64 giorni rispetto a quelle coltivate, principalmente perché la fine della perdita avviene più tardi (48 giorni in media). La produzione annua di foglie varia anch’essa tra varietà, ma senza influenzare la durata complessiva del periodo di caduta.

Foglie longeve non significa necessariamente foglie “costose”

Uno dei risultati più controintuitivi riguarda l’assenza di correlazione tra longevità fogliare e altri tratti funzionali. Secondo lo “spettro economico” globale, le specie con foglie longeve tendono ad avere foglie più robuste (alta LMA) e un contenuto di azoto più basso (basso LNC), perché investono in strutture difensive e recuperano lentamente il carbonio investito. In queste 52 varietà di olivo, nonostante la longevità variasse del doppio, la LMA variava solo di 1,5 volte (da 187 a 285 g/m²) e il contenuto di azoto di 1,7 volte (da 12,2 a 21,2 mg/g), ma senza alcuna relazione significativa con la durata di vita delle foglie.

In pratica, una varietà con foglie che durano due anni non ha necessariamente foglie più spesse o meno azotate di una con foglie che durano un anno. Questo contraddice quanto osservato tra specie diverse e conferma un’idea già emersa in studi recenti: le relazioni che valgono su scala macroevolutiva spesso non si ritrovano all’interno di una singola specie, dove i range di variazione sono più ridotti e le pressioni selettive agiscono diversamente.

Rispetto alle altre specie sempreverdi del database globale GLOPNET, l’olivo mostra una longevità fogliare relativamente bassa (si colloca attorno al 30° percentile) nonostante una LMA piuttosto alta (70° percentile). Gli autori ipotizzano che questo possa derivare dalla forte richiesta di risorse da parte dei frutti, che in una specie selezionata per la produzione olearia creano un forte “effetto pozzo” accelerando il ricambio fogliare.

Il frutto: dieci volte più variabile, e dominato dalla domesticazione

Se la variabilità fogliare è modesta, quella del frutto è impressionante. Il peso fresco medio della drupa è di 2,61 grammi, ma l’intervallo va da 0,36 a 8,48 grammi tra le varietà. Le olive coltivate pesano in media più del doppio di quelle selvatiche (+113%), e questa differenza non dipende dalle dimensioni del nocciolo (che è simile tra i due gruppi) ma dalla maggiore quantità di polpa (mesocarpo) nelle varietà selezionate dall’uomo. Il rapporto polpa/nocciolo è infatti molto più basso nelle selvatiche.

Il peso del frutto è correlato positivamente con la durata dello sviluppo del frutto: le varietà che impiegano più tempo dalla fioritura alla raccolta producono olive più grosse, confermando un’ipotesi formulata già nel 1987 da Primack. Tuttavia, la correlazione è solo moderata (r fino a 0,48), e la regressione multivariata spiega solo il 35% della variabilità del peso del frutto a partire dai parametri fenologici. In altre parole, il tempo di maturazione conta, ma altri fattori – come la dimensione dell’ovario alla fioritura o il tasso di crescita dei tessuti – sono altrettanto importanti.

Un dato curioso è la correlazione positiva tra peso del frutto e LMA (r = 0,52): le varietà con foglie più spesse tendono a produrre olive più pesanti, suggerendo una sorta di “sindrome dimensionale” che coinvolge più organi della pianta. Questa osservazione, già segnalata in un precedente lavoro dello stesso gruppo su 35 varietà, merita ulteriori approfondimenti.

Fenologia vegetativa e riproduttiva: due mondi separati

L’analisi multivariata condotta su tutti i tratti fenologici rivela che la variabilità complessiva si distribuisce su tre assi principali. Il primo (29,6% della varianza) è determinato dalla fenologia riproduttiva: varietà che fioriscono presto tendono ad avere fioriture più lunghe e frutti che si sviluppano più a lungo. Il secondo asse (27,3%) è definito dalla caduta delle foglie: varietà che iniziano presto a perdere le foglie hanno perdite più rapide e un ricambio più veloce. Il terzo asse (14,9%) distingue le varietà in base ai tempi di perdita fogliare, indipendentemente dalla riproduzione.

La correlazione tra fenologia fogliare e riproduttiva è debole: solo 8 correlazioni significative su 190 possibili. La più evidente è quella tra durata della fioritura e durata della caduta delle foglie (r = 0,47), ma si tratta pur sempre di una relazione modesta. In generale, foglie e fiori/frutti sembrano rispondere a logiche funzionali diverse, probabilmente perché sottoposti a pressioni selettive distinte.

Cosa significa per chi coltiva olivo?

Questo studio, pur essendo di carattere ecologico-funzionale, offre spunti pratici interessanti. Innanzitutto, dimostra che la longevità fogliare è un carattere intrinseco della varietà, stabile nel tempo (le correlazioni anno-anno sono sempre significative, con rho di Spearman >0,30). Questo significa che un allevatore può selezionare varietà con foglie più longeve o più caduche a seconda delle esigenze – ad esempio per gestire la competizione idrica o la sostanza organica nel suolo.

In secondo luogo, il peso del frutto è anch’esso un carattere molto stabile nel tempo, nonostante le variazioni climatiche tra anni. Le varietà che fanno olive grosse in un anno le fanno grosse anche nell’anno successivo (correlazioni altamente significative, p < 0,001). Questo è importante per la pianificazione delle produzioni: la dimensione del frutto non è solo una questione di annata, ma di genetica.

Terzo, la debole associazione tra fenologia e tratti strutturali suggerisce che si può intervenire separatamente sui due aspetti. Non c’è un compromesso obbligato tra, ad esempio, foglie che durano a lungo e frutti pesanti. Le varietà studiate mostrano combinazioni indipendenti dei caratteri, il che offre margine di manovra per i programmi di miglioramento genetico.

Infine, la differenza tra varietà coltivate e selvatiche si concentra quasi esclusivamente sui frutti (peso e polpa), mentre foglie e fenologia sono molto simili. Questo conferma che la domesticazione dell’olivo ha agito principalmente sull’organo di interesse economico, senza modificare radicalmente l’architettura funzionale della pianta. Le varietà selvatiche, d’altra parte, mostrano una variabilità leggermente maggiore nei tratti fenologici, il che le rende potenzialmente preziose come serbatoio di alleli per l’adattamento a condizioni climatiche mutevoli.

In conclusione, l’olivo si conferma una specie straordinariamente plastica, ma con regole interne che non sempre ricalcano quelle valide tra specie diverse. La fenologia vegetativa e quella riproduttiva viaggiano su binari in gran parte separati, e la longevità fogliare – per quanto variabile – non dice molto sull’economia complessiva della pianta. Per chi studia o coltiva l’olivo, questo significa che ogni varietà va conosciuta nelle sue specificità, senza affidarsi a generalizzazioni tratte da altre specie o da modelli teorici costruiti su scale troppo ampie.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 <a href="https://www.teatronaturale.it/autore/r-t.htm" class="autore">R. T.</a>

Source link

Di