Congelamento degli affitti: la lotta di classe sul mattone


Politica

Da New York a Berlino, la Sinistra rispolvera il dirigismo immobiliare in nome del diritto alla casa. Tra affitti congelati e progetti di esproprio, il proprietario torna sul banco degli imputati: costruire costa fatica, redistribuire il mattone altrui promette consensi

di Anna Tortora –

La rivoluzione socialista del nuovo millennio ha trovato il suo terreno ideale: il mattone. Dimenticate le fabbriche occupate, le barricate e gli operai con la bandiera rossa. Oggi il proletariato bussa alla porta, possibilmente di proprietà altrui, e la politica progressista si presenta con una soluzione semplice, quasi commovente: se la casa costa troppo, basta intervenire su chi la possiede. Se ancora non basta, si può sempre pensare di prenderla.
È la nuova Internazionale dell’esproprio, versione immobiliare della lotta di classe. Meno Che Guevara e più amministratori di condominio, ma con la stessa incrollabile fiducia nelle virtù della proprietà quando appartiene agli altri.

A New York, Zohran Mamdani ha fatto dell’emergenza abitativa uno dei pilastri della propria agenda politica, puntando anche sul congelamento degli affitti regolamentati. La promessa è seducente: fermare gli aumenti e restituire ossigeno agli inquilini strangolati dal costo della vita. Chi potrebbe obiettare? Soltanto qualche ingenuo potrebbe domandarsi chi pagherà la manutenzione degli immobili, chi finanzierà le ristrutturazioni e quale incentivo resterà a chi vorrebbe investire nel settore. Dettagli, naturalmente. La giustizia sociale, quando arriva in campagna elettorale, non ama essere disturbata dalla contabilità.

Il ragionamento è irresistibile nella sua semplicità: il prezzo è troppo alto, dunque lo si blocca. Se il mercato non collabora, peggio per il mercato. Se gli investimenti rallentano, la colpa sarà degli speculatori. Se trovare un appartamento diventa ancora più difficile, si organizzerà una commissione per stabilire perché il capitalismo non abbia ancora imparato l’educazione.

Dal congelamento degli affitti agli espropri di Berlino

A Berlino, del resto, il repertorio è persino più ambizioso. Nel 2021, il 57,6 per cento dei votanti si espresse a favore della proposta di espropriare le grandi società immobiliari. Un voto consultivo, non un interruttore capace di trasferire automaticamente migliaia di appartamenti alla mano pubblica. Ma il messaggio politico era chiarissimo: quando il mattone diventa inaccessibile, la tentazione di cambiare proprietario sembra più forte di quella di cambiare sistema.

Naturalmente, tra una società che possiede migliaia di immobili e una famiglia che affitta l’appartamento acquistato con i risparmi di una vita esiste qualche differenza. Per una certa retorica, però, il proprietario è una figura sospetta per definizione. Possiede? Rendita. Affitta? Speculazione. Difende il proprio investimento? Egoismo. A questo punto, per meritare l’assoluzione, gli resterebbe soltanto una possibilità: regalare le chiavi e chiedere scusa per averle avute.

La cosa curiosa è che la casa rimane un bene costoso anche quando cambia padrone. I tetti vanno riparati, gli ascensori si rompono, le tubature perdono e i condomìni non si mantengono con gli appelli alla solidarietà. Lo Stato può certamente costruire, finanziare edilizia sociale, sostenere le famiglie in difficoltà e correggere gli abusi. Ma se pensa di risolvere la scarsità delle abitazioni semplicemente comprimendo i diritti di chi le possiede, rischia di confondere la soluzione con la vendetta.

Costruire case o decidere sulle case degli altri

Costruire case richiede investimenti, terreni, permessi, progettisti e amministratori capaci. Espropriare, almeno sul piano dello slogan, richiede soprattutto un nemico. E il nemico perfetto è sempre quello che possiede qualcosa che qualcun altro desidera.

La sinistra internazionale sembra così aver scoperto una nuova forma di redistribuzione: meno case nuove, più discussioni su quelle vecchie. Meno cantieri, più convegni. Meno offerta abitativa, più dichiarazioni solenni sul diritto all’abitare. Se poi il conto non torna, si può sempre accusare il proprietario di non aver compreso la portata storica della rivoluzione.
Resta una domanda, molto meno ideologica di quanto sembri: il diritto alla casa significa che tutti devono avere una possibilità concreta di trovare un’abitazione dignitosa, oppure significa che la politica deve poter decidere sempre più liberamente delle case degli altri?

La differenza è sostanziale. Nel primo caso servono investimenti, regole intelligenti e un’offerta adeguata. Nel secondo basta individuare qualcuno che abbia qualcosa e spiegare a qualcun altro che, finalmente, quel qualcosa potrebbe diventare suo. Naturalmente per il bene comune, formula che nella storia ha giustificato parecchie generosità finanziate con il portafoglio del vicino.
La proprietà privata non è un dogma intoccabile, così come il mercato non è un oracolo infallibile. Ma neppure lo Stato è una divinità immobiliare capace di trasformare ogni appartamento in un affare soltanto perché ne assume il controllo.

La rivoluzione, insomma, ha cambiato indirizzo. Non punta più al Palazzo d’Inverno: preferisce il trilocale con balcone, possibilmente in una zona centrale e con l’affitto bloccato.
E se la casa è di proprietà, tanto meglio. La lotta di classe, finalmente, ha trovato un modo per risparmiare sull’affitto.
Basta che a pagare sia il padrone di casa.

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