Agricoltura, zero Irpef e fisco soft per le partite Iva fino 100mila €


Conferma dell’esenzione Irpef agli agricoltori, aiuti 4.0 e 5.0 per i macchinari, ma è: «Portare il regime forfettario per le partite Iva fino a 100mila euro» il vero obiettivo della manovra. Lo rivela a ItaliaOggi, Giorgio Salvitti, membro della commissione finanze del senato e consigliere politico del ministro dell’agricoltura, Francesco Lollobrigida. ItaliaOggi lo ha raggiunto appena tornato da Nairobi (Kenya) dove, nell’ambito del Piano Mattei, ha partecipato alla 4° assemblea mondiale della Fao Food Coalition, riunita per la prima volta fuori dall’Italia. «Meloni ha scritto alla presidente della commissione, von der Leyen, per chiedere flessibilità sui conti per la gestione dell’inflazione», spiega. Sul punto sono in corso interlocuzioni, in vista del Consiglio Ue di giovedì e venerdì, anche se il governo tedesco ha già fatto sapere di non gradire altre eccezioni al Patto di stabilità.

Che sensazioni le lascia l’evento in Kenya?

L’Italia era l’unico paese europeo invitato su 84 presenti. Sa perché? Non veniamo visti come paese predatore. Il che è importante, perché gli interlocutori non partono sulla difensiva. L’ospitalità del Kenya non è un caso: gli investimenti fatti lì, a partire dai mercati contadini, funzionano; portano ricchezza, anche sociale. Gli agricoltori valorizzano la merce, si dotano di insegne, non tengono più la roba a terra, replicano il modello in altri mercati. In Italia, grazie alle norme, i farmer’s market sono consolidati; altrove non è così.

Il piano Mattei vale 5,5 mld. Ma gli investimenti più rilevanti sono infrastrutturali. Penso al corridoio di Lobito.

I progetti attivi sono 76 su 119 in agenda. La ricaduta in termini di visibilità per l’Italia è importante. Il piano Mattei nasce con 9 nazioni, poi si passa a 14. Ora sono 18.

Ma in cantiere che investimenti ci sono?

Molti sull’acqua, per creare strutture che consentano l’irrigazione. Ma gli assi sono sei: agricoltura, energia, infrastrutture (anche digitali), idrico, salute e formazione, che è prioritaria. Sace sta investendo molto (4 mld in garanzie attivate), assieme a partner istituzionali e internazionali. BF è in prima linea nel food e non food. L’Africa può mobilitare il patrimonio agricolo più rilevante del pianeta, ma va infrastrutturato.

E l’Italia che ci guadagna?

Ragioniamo per esempi. Il Kenya è un player del caffè ed è il terzo produttore al mondo di te. A Nairobi ci chiedono formazione per i loro amministrativi, così da captare fondi. Mettendo a disposizione il nostro know-how, diventiamo partner ideali; le aziende che seguono l’azione dello stato e danno supporto in loco diventano un riferimento. Vale per BF, Eni e Sace. Nascono relazioni con player internazionali che danno garanzie: Banca Mondiale, Banca africana di sviluppo, Ifad, African finance corporation. (269 mln di crediti bilaterali in fase di conversione su scala decennale, ndr).

E dell’Eni che pensano?

Sono entusiasti del grande impianto per la produzione di olio vegetale che ha realizzato sulla costa e del fatto che lavori molto sui biofuels, a cui credono. Specie per il trasporto pubblico.(Il piano Mattei ha sbloccato investimenti per 75 mln di dollari nel paese, ndr).

Insomma ritorni politici ed economici.

Pensi che il piano Mattei in Africa lo chiamano “piano Roma”. È già un successo d’immagine. E poi, se trasportiamo know-how in Africa e generiamo ricchezza sul posto, i giovani non dovranno necessariamente emigrare in Italia.

La presenza cinese, come la vivono?

I loro investimenti li hanno subiti, non scelti. Idem per la Turchia, molto presente in Africa. Turchi e cinesi non sono visti bene; la sensazione è che siano andati a far l’affare. Non le dico ciò cosa pensano di francesi e belgi, specie dei francesi.

E perché con gli italiani sarebbe diverso?

Lo dico con un esempio: a Nairobi hanno fatto un’infrastruttura importantissima, un asse viario enorme sulla città, al punto che oggi lì si vive sotto i ponti. Solo che, se vuoi percorrerlo, devi pagare. Morale: resta vuoto, mentre sotto la città è ingolfata dal traffico. Quella strada non è vista come utile, ma come un affare straniero che deturpa la città. Noi italiani agiamo in modo diverso, paritario; chiediamo agli africani cosa gli serve. Non imponiamo il nostro modello, realizziamo ciò di cui hanno bisogno.

Il governo di destra ha dato al piano per l’Africa il nome di un partigiano. E sostiene l’ex segretario Pd, Maurizio Martina, a futuro direttore generale Fao. Siete ecumenici o consociativi?

Abbiamo rispetto per istituzioni e figure che hanno permesso la crescita dell’Italia. Sono patrimonio del paese. E se una persona è capace, perché non sostenerla? Questo è un merito di Lollobrigida, anche se la partita dell’elezione di Martina sarà decisa a giugno 2027.

Anche la Spagna ha espresso un candidato e ha già un suo uomo all’Ifad.

Dopo le dimissioni di Sanchez e le proteste nel paese, credo che il quadro cambi.

Cosa cambierebbe invece del piano Mattei?

Andrebbero velocizzati i meccanismi europei. Per paradosso, è più l’Ue a frenare le iniziative che gli africani. A Bruxelles hanno capito l’importanza dell’approccio italiano e si stanno aprendo a un intervento simile. Sarebbe una svolta per la mole di investimenti che si possono mobilitare.

Capitolo manovra. Lollobrigida, all’AgricolturaOggi Summit, ha detto che per il 2027 sarà sterilizzata l’Irpef sugli agricoltori e ci sarà un intervento per il 4.0/5.0 sui macchinari.

Sì, queste misure saranno nella manovra. Anche il 5.0 che, inizialmente non ha avuto lo stesso impatto del 4.0, perché tarato su soggetti con caratteristiche particolari. Poi, a fine 2025, c’è stato un boom di domande e in 2 mesi s’è centrato l’obiettivo.

Altre misure?

Faremo leva sul fisco. Cioè, sul fatto che si possano ricevere benefici per chi investe.

Ma il credito d’imposta per chi è tassato a forfait di fatto non esiste.

Quello no, ma c’è l’idea di innalzare la tassazione con regime forfettario per le partite Iva fino a 100mila euro di incassi. L’abbiamo imposta prima fino 65mila, poi fino a 85mila. Ora puntiamo a 100mila. È una misura rilevante.

Vista la situazione geopolitica, basterà?

In questi quattro anni abbiamo affrontato un contesto incandescente e mantenuto la barra dritta. Il ministro Giorgetti ha dimostrato una pragmaticità riconosciuta a livello internazionale: le agenzie di rating non emettono giudizi negativi da 24 mesi. Il che certifica il credito e attiva i fondi di investimento. Siamo arrivati al governo con un deficit da 166 mld. Ora siamo sotto i 70.

Quindi?

Forte di questo, il presidente del consiglio ha chiesto all’Europa più flessibilità nella gestione dell’inflazione. Le sue cause, legate alla crisi internazionale, non sono governabili né dall’Italia, né dall’Europa.

L’Italia ha già incassato l’attivazione della clausola di salvaguardia (NEC) per armi ed energia.

E questo libera capacità di spesa nel prossimo triennio. Ma chiediamo anche flessibilità nel contrasto all’inflazione; nell’ultimo trimestre è al 4%.

Non essere riusciti a stare sotto la soglia del 3% del rapporto deficit/Pil apre le porte a manovre aggiuntive?

No, ma crea un problema: avremmo potuto anticipare di un anno la manovra espansiva con investimenti di tipo industriale. Ora attendiamo i dati di novembre; magari ci diranno che si può fare. Del resto, in Europa siamo in buona compagnia. Francia e Belgio accusano un deficit oltre il 5% e la Germania rischia la stagflazione. Un guaio anche per noi.


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