Un’ecografia direttamente nello studio del medico di famiglia, esami del sangue con una semplice puntura del dito, dispositivi capaci di controllare a distanza le condizioni dei pazienti e sistemi di intelligenza artificiale per individuare chi rischia di ammalarsi. Nel 2045 la visita dal medico di famiglia potrebbe essere molto diversa da quella che conosciamo oggi. E non servirà necessariamente aspettare vent’anni: molte delle tecnologie destinate a trasformare la medicina territoriale sono già disponibili, anche se non ancora diffuse in tutti gli ambulatori.
Il cambiamento potrebbe essere ancora più profondo. Il medico di famiglia del futuro non sarà chiamato soltanto a curare chi sta male, ma a prevenire le malattie, seguire nel tempo anche le persone sane e occuparsi dei bisogni di salute di intere popolazioni di cittadini. Una prospettiva destinata a diventare sempre più importante in un’Italia che invecchia, dove aumentano le patologie croniche e diminuiscono le persone che possono assistere i familiari più fragili.
Ma come sarà davvero lo studio medico del 2045? L’intelligenza artificiale cambierà il rapporto con i pazienti? E la telemedicina permetterà anche a chi vive nei piccoli comuni di ricevere cure senza percorrere decine di chilometri?
A delineare questo scenario è Alessandro Rubino, della Segreteria nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), che in questa intervista a Mondosanità racconta le opportunità della rivoluzione tecnologica, le sfide della prevenzione e le scelte che la politica dovrebbe compiere oggi per costruire la sanità territoriale dei prossimi vent’anni.
Dottor Rubino, immaginiamo di entrare nello studio di un medico di famiglia nel 2045. Che cosa troveremo di diverso?
«Dobbiamo distinguere quello che probabilmente troveremo da quello che auspichiamo di trovare. La prima considerazione è che il futuro, in realtà, è già oggi. Abbiamo strumenti di diagnostica di primo livello che sono già a disposizione di molti medici e che dovranno diventare accessibili a tutti.
Pensiamo all’ecografo: al fonendoscopio, utilizzato per ascoltare i polmoni, si affiancherà sempre più frequentemente un’ecografia eseguita direttamente durante la visita. Lo stesso strumento potrà essere utilizzato per valutare i vasi sanguigni o alcuni organi addominali. L’ecografo diventerà una sorta di prolungamento del braccio del medico.
Ci saranno inoltre elettrocardiografi semplificati, capaci di individuare alcune aritmie, ed esami rapidi effettuati attraverso una piccola quantità di sangue capillare, ottenuta con una puntura del dito. Già oggi questi strumenti permettono di valutare alcuni indicatori di infiammazione e parametri metabolici.
Ma ciò che auspico soprattutto è che nel 2045 sia ancora più forte il rapporto tra medico e paziente. Perché la tecnologia è un mezzo, non il fine della medicina».
Quindi il rischio è che uno studio sempre più tecnologico diventi anche meno umano?
«Esattamente. Oggi tra medico e paziente si frappongono già moltissimi strumenti: il computer, i messaggi, i motori di ricerca, quello che comunemente chiamiamo Dottor Google e, sempre più, l’intelligenza artificiale.
La sfida sarà costruire una nuova alleanza terapeutica, capace di utilizzare questi strumenti senza perdere la continuità della relazione e la fiducia reciproca.
Esistono studi internazionali che mostrano come una maggiore continuità nel rapporto con lo stesso medico sia associata a una riduzione dei ricoveri ospedalieri e persino della mortalità.
Un paziente che conosco da quindici anni e che arriva con una gastroenterite non è uguale a un paziente che incontro per la prima volta con gli stessi sintomi. Perché il paziente non è la sua malattia.
Per questo preferisco parlare di presa in cura, non soltanto di presa in carico. Significa conoscere la persona, accompagnarla nel tempo e costruire una relazione che nessun dispositivo può sostituire».
Oggi andiamo dal medico soprattutto quando stiamo male. In futuro sarà il professionista che ci aiuterà a non ammalarci?
«Assolutamente sì. Ed è probabilmente una delle trasformazioni più importanti.
Abbiamo una popolazione sempre più anziana, con un numero crescente di persone affette da patologie croniche e meno familiari disponibili a svolgere il ruolo di caregiver. Se vogliamo garantire la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale dobbiamo spostare il più avanti possibile l’insorgenza delle malattie croniche.
Questo significa sfruttare ogni occasione di contatto con il paziente per fare prevenzione, anche quando sta bene.
Parliamo di corretti stili di vita, vaccinazioni, screening oncologici e controlli appropriati. Ma raggiungere le persone sane non è semplice, perché spesso si rivolgono al medico soltanto occasionalmente.
È proprio qui che l’intelligenza artificiale potrebbe offrirci un aiuto straordinario».
In che modo l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare concretamente il medico di famiglia?
«Potrebbe consentirci di analizzare la popolazione dei nostri assistiti e individuare non soltanto chi ha già una malattia, ma anche chi presenta un rischio maggiore di svilupparla.
Immaginiamo un sistema capace, nel rispetto della privacy, di stratificare i pazienti in base ai loro fattori di rischio e suggerire al medico chi contattare, quando farlo e per quale intervento preventivo.
Potremmo richiamare attivamente le persone per uno screening, una vaccinazione o un percorso di prevenzione personalizzato.
La tecnologia, in questo caso, non sostituirebbe il medico, ma gli permetterebbe di utilizzare meglio il proprio tempo e di occuparsi della salute di tutta la popolazione assistita, non soltanto di chi entra spontaneamente in ambulatorio».
E per gli anziani che vivono nei piccoli comuni o nelle zone di montagna? La telemedicina rischia di creare nuove difficoltà?
«La medicina generale rimane il presidio sanitario più vicino al cittadino. Questo è particolarmente importante nelle aree interne e rurali, dove gli spostamenti possono essere difficili, soprattutto per le persone anziane.
La telemedicina può aiutarci ad accorciare le distanze attraverso diversi strumenti.
Il primo è il telemonitoraggio: un paziente con patologie complesse può utilizzare a domicilio dispositivi che trasmettono alcuni parametri al medico.
Poi c’è la telerefertazione, che permette di effettuare un esame vicino a casa e farlo refertare a distanza, evitando al paziente spostamenti anche di decine di chilometri.
Il terzo strumento è il teleconsulto tra professionisti: il medico di famiglia può confrontarsi con uno specialista senza obbligare il paziente a raggiungere un ospedale lontano.
Infine c’è la televisita, che richiede maggiore attenzione. Non può essere utilizzata indistintamente in tutte le situazioni e deve essere riservata a casi specifici, valutando anche la capacità del paziente di utilizzare gli strumenti digitali e l’eventuale necessità di un caregiver.
La tecnologia deve avvicinare le cure alle persone, non diventare un’ulteriore barriera».
Quale sarà allora la più grande rivoluzione della medicina generale nei prossimi vent’anni?
«Credo che sarà il passaggio dalla cura del singolo paziente alla presa in cura complessiva di una popolazione di cittadini.
Immagino gruppi organizzati di medici di medicina generale che abbiano la responsabilità di seguire una popolazione di ventimila o trentamila persone, occupandosi dei suoi bisogni di salute a 360 gradi.
Non soltanto delle malattie, ma della prevenzione primaria e secondaria, della diagnostica, del monitoraggio delle patologie croniche e dei controlli successivi.
L’obiettivo è superare la frammentazione che oggi costringe spesso il cittadino a spostarsi continuamente tra studio medico, distretto, specialista e ospedale.
Dobbiamo immaginare una medicina generale con maggiore autonomia organizzativa, capace di garantire percorsi di cura continuativi e integrati».
E quale decisione dovrebbe prendere oggi la politica per rendere possibile questa trasformazione?
«Prima di tutto dovrebbe riconoscere il valore della continuità della relazione tra medico e paziente e la capacità professionale della medicina generale di prendersi cura di una popolazione.
Poi servono investimenti concreti nell’organizzazione degli studi: personale amministrativo, infermieri, forme associative avanzate e infrastrutture digitali realmente interoperabili.
Oggi abbiamo spesso sistemi informatici che, pur essendo digitali, non riescono a comunicare tra loro. È un problema che deve essere superato.
La politica dovrebbe investire nella capacità della medicina generale di organizzarsi, rafforzando la sua autonomia e permettendole di seguire il cittadino lungo tutto il percorso di cura».
Il futuro del medico di famiglia si decide oggi
La prospettiva delineata da Rubino ribalta l’immagine tradizionale del medico di famiglia. Non più soltanto il professionista che prescrive farmaci, interpreta esami e interviene quando compare un disturbo, ma un punto di riferimento capace di accompagnare le persone lungo tutta la vita, anche quando sono in buona salute.
La vera sfida non sarà dunque riempire gli ambulatori di dispositivi tecnologici, ma utilizzare l’innovazione per individuare prima i rischi, rendere più accessibili le cure e restituire tempo alla relazione con il paziente.
Perché nel 2045 potremmo avere medici capaci di effettuare esami sempre più sofisticati direttamente in ambulatorio e algoritmi in grado di riconoscere precocemente situazioni di rischio. Ma, secondo Rubino, la medicina generale avrà davvero compiuto un salto di qualità soltanto se sarà riuscita a conservare ciò che la rende insostituibile: un medico che conosce il proprio paziente, ne segue la storia e si prende cura della persona, non soltanto della malattia.
fonti:
Intervista di Mondosanità ad Alessandro Rubino, Segreteria nazionale FIMMG.
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