Basta ascoltare una conversazione fuori da una scuola, in metropolitana, davanti a un’università, per accorgersi che la leggerezza dei diciotto anni oggi ha un rumore diverso. C’è chi parla di concorsi già saturi prima ancora di provarci, chi immagina l’estero come piano B con la stessa naturalezza con cui un tempo si sceglieva una facoltà, chi apre il telefono e trova nello stesso schermo una guerra, un’alluvione, una nuova crisi dei prezzi, un politico che promette futuro con la faccia di chi sta vendendo un divano in saldo. La Gen Z cresce dentro questa miscela. Poi arriva il commento adulto: sono fragili, ansiosi, disillusi. Forse la parola più precisa è un’altra: sono svegli. E spesso molto stanchi.
Un’indagine del Forum Disuguaglianze e Diversità, condotta su circa 3mila studenti e studentesse tra i 17 e i 19 anni in 21 scuole italiane, racconta una fotografia abbastanza netta. In cima alle preoccupazioni ci sono la mancanza di lavoro, la guerra, i diritti delle persone e lo scarso peso della voce dei giovani. Il dato che graffia di più riguarda proprio questo: l’81,5% pensa che la propria voce non conti nelle decisioni importanti. La mancanza di lavoro arriva a 3,8 punti su 5, la guerra a 3,6, i diritti e la voce dei giovani a 3,5. Su biodiversità e cambiamento climatico il quadro appare più spaccato: circa un quarto degli studenti si dice molto preoccupato, mentre poco meno del 20% dichiara di non esserlo affatto.
La paura ha dati molto normali
La cosa più comoda sarebbe archiviare tutto sotto l’etichetta dell’ansia generazionale. Funziona bene nei talk, dura poco, evita di guardare il resto. Però i numeri italiani dicono altro. ISTAT ha rilevato che tra gli 11 e i 19 anni un ragazzo su tre dichiara di avere paura del futuro e il 34% vorrebbe vivere all’estero da grande. Dentro quel desiderio di fuga ci sono curiosità, ambizione, voglia di mondo. C’è anche la sensazione che il Paese offra poco spazio a chi arriva dopo.
Il lavoro è il primo mattone storto. A marzo 2026 il tasso di disoccupazione generale in Italia è sceso al 5,2%, però quello giovanile è salito al 18,1%. Il calo delle persone in cerca di lavoro riguarda quasi tutte le classi d’età, tranne i 15-24enni, dove i disoccupati risultano in lieve crescita. È una di quelle frasi statistiche che sembrano neutre, finché le metti accanto a una persona di vent’anni che deve scegliere se studiare ancora, accettare uno stage pagato poco, restare in casa dei genitori, rimandare tutto.
La precarietà, per chi ha meno di trent’anni, raramente è una parola astratta. È il contratto breve, il tirocinio infinito, l’affitto che mangia metà stipendio, la richiesta di esperienza per lavori da prima esperienza, la retorica del merito pronunciata da un Paese dove nascere nella famiglia giusta continua a pesare moltissimo. La Gen Z sente tutto questo prima ancora di entrare davvero nel mercato. Lo respira in casa, nei fratelli maggiori, nei cugini, negli amici appena laureati, nei genitori che fanno i conti a tavola con la stessa attenzione con cui si disinnesca qualcosa.
Clima e guerra entrano in camera
Il clima pesa in modo più silenzioso e più strano. Secondo i dati ISTAT ripresi da UNICEF Italia, il 70,3% dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 19 anni è preoccupato per i cambiamenti climatici. Nel sondaggio UNICEF-YouTrend, il 22% degli italiani riconosce la propria esperienza come molto o abbastanza compatibile con l’ecoansia; il 7% riferisce sintomi fisici settimanali legati all’ansia ambientale, come mal di testa, tensione muscolare, nausea o palpitazioni, mentre il 9% parla di sintomi psicologici, tra cui pensieri ricorrenti e incontrollati.
Anche la guerra ha smesso di essere un capitolo distante del manuale di storia. Entra nelle notifiche, nelle discussioni familiari, nelle bollette, nelle parole riarmo, sicurezza, confini, missili, profughi. L’OCSE, nel rapporto 2026 sulla salute mentale di bambini, adolescenti e giovani, parla di un peggioramento diffuso della salute mentale under 25 nella maggior parte dei Paesi membri e indica una somma di pressioni che si rafforzano tra loro: insicurezza economica, pressione scolastica, ansia climatica, turbolenze globali e conflitti. Questi fattori, presi insieme, contribuiscono a una crisi che era già visibile prima della pandemia e che il Covid ha aggravato.
La politica spesso arriva tardi su questa materia. Quando parla ai giovani, usa due registri opposti e ugualmente inutili: l’incoraggiamento da palco, pieno di futuro, talento e innovazione, oppure il rimprovero. Studiate, lavorate, impegnatevi, partecipate. Come se il problema fosse solo una mancanza di postura individuale. Come se bastasse stare dritti sulla sedia mentre il pavimento si inclina.
Il futuro promesso male
Il dato europeo allarga la scena. Nel Youth Survey 2024 del Parlamento europeo, condotto su oltre 25mila giovani tra 16 e 30 anni nei 27 Stati membri, le priorità indicate per i prossimi cinque anni sono prezzi e costo della vita al 40%, ambiente e cambiamento climatico al 33%, situazione economica e creazione di lavoro al 31%. In Italia, l’ambiente e il clima arrivano al 46%, il lavoro e la situazione economica al 38%, il costo della vita al 34%. Sono percentuali che raccontano una generazione molto meno superficiale della caricatura che le viene appiccicata addosso.
La Gen Z non sta guardando un solo incendio. Ne vede tre o quattro nello stesso momento. Il clima cambia, il lavoro non garantisce più una traiettoria, la guerra torna dentro il lessico quotidiano, la politica sembra chiedere consenso senza concedere peso. In mezzo, la scuola prova a fare quello che può, spesso con strumenti vecchi, programmi fitti, pochi spazi di ascolto vero, adulti esausti quanto i ragazzi.
La parola “ascolto”, infatti, è diventata quasi sospetta. Tutti ascoltano i giovani, sulla carta, poi le decisioni importanti viaggiano altrove. E allora quella sfiducia va presa per quello che è: un segnale. L’81,5% che sente di non contare non descrive una generazione svogliata. Descrive un patto logorato. Se una persona cresce con l’idea che la propria voce serva a poco, prima si spegne, poi si arrangia, poi se ne va. A volte fisicamente. A volte solo con la testa. La Gen Z non chiede di essere compatita: chiede di smetterla con le prediche a costo zero. Perché a forza di dire ai ragazzi che devono credere nel futuro, qualcuno dovrebbe almeno evitare di consegnarglielo già ammaccato.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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