Il “childismo” (o “childism”) consiste nei casi di discriminazione, spesso sottovalutati ma presenti da sempre in ogni civiltà, perpetrati dagli adulti nei confronti dei bambini, per affermare la propria ottica, permeata di superiorità e di indifferenza.
Il termine è stato introdotto dagli psichiatri statunitensi Chester Middlebrook Pierce e Gail B. Allen, in un articolo di denuncia, pubblicato dalla rivista “Psychiatric Annals” il I luglio del 1975. L’articolo inizia con una decisa e generalizzante affermazione “Il childismo è la presunzione automatica di superiorità di qualsiasi adulto su qualsiasi bambino; ciò comporta che i bisogni, i desideri, le speranze e le paure dell’adulto abbiano una precedenza indiscussa su quelli del bambino”.
Una discriminazione dalle radici antiche
La problematica è di antica origine e ha conosciuto forme estreme anche in epoche (Rinascimento, Illuminismo) classificate come di risveglio dell’umanità dall’oblio e dalle tenebre educative/pedagogiche, in cui, invece, il ruolo servile dei figli e la loro inesistente considerazione, costituivano pratica diffusa.
Anche la filosofia ha guardato all’età infantile come sinonimo di irrazionalità ed è giunta a considerare l’umanità con l’appellativo, in tono dispregiativo, di “bambina”, in quanto “vittima” delle religioni (Spinoza).
L’adulto che considera un fanciullo come necessariamente immaturo, irrazionale e dipendente è il primo a essere tale e a non consentire una crescita reciproca.
Il childismo dentro la famiglia
Si tratta di una palese discriminazione che avviene anche nelle mura domestiche e che comporta gravi squilibri relazionali nell’ambito della famiglia.
Nei bambini si innesta un falso mito: chi è grande è buono, intelligente, capace; chi è piccolo, invece, è cattivo, sciocco, incapace, limitato.
Il rispetto dei valori nei rapporti sociali deve essere di tipo “orizzontale” fra coetanei (o prossimi a livello generazionale) e “verticale” fra individui di diversa età, familiari e non familiari.
San Giovanni Paolo II e la dignità dei bambini
Il 13 dicembre 1994, nella lettera ai bambini nell’anno della famiglia, San Giovanni Paolo II ricordava “Nelle vicende del Bimbo di Betlemme potete riconoscere le sorti dei bambini di tutto il mondo. Se è vero che un bambino rappresenta la gioia non solo dei genitori, ma della Chiesa e dell’intera società, è vero pure che ai nostri tempi molti bambini, purtroppo, in varie parti del mondo soffrono e sono minacciati: patiscono la fame e la miseria, muoiono a causa delle malattie e della denutrizione, cadono vittime delle guerre, vengono abbandonati dai genitori e condannati a rimanere senza casa, privi del calore di una propria famiglia, subiscono molte forme di violenza e di prepotenza da parte degli adulti. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di tanti bambini, specialmente quando è causata in qualche modo dagli adulti? […] Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli »? Non pone forse Gesù il bambino come modello anche per gli adulti? Nel bambino c’è qualcosa che mai può mancare in chi vuol entrare nel Regno dei cieli. Al cielo sono destinati quanti sono semplici come i bambini, quanti come loro sono pieni di fiducioso abbandono, ricchi di bontà e puri. Questi solamente possono ritrovare in Dio un Padre, e diventare a loro volta, grazie a Gesù, altrettanti figli di Dio”.
Lo sguardo adultocentrico sull’infanzia
La professoressa Maura Tripi, è l’autrice del volume “Non chiamateli bambini” (sottotitolo “Un’introduzione al childism”), pubblicato da “Ledizioni” nel luglio 2025. Parte dell’estratto recita “Le bambine e i bambini sono ingenui, innocenti, incontrollabili, vulnerabili, capricciosi: il punto di vista degli adulti è carico di pregiudizi rispetto al mondo dell’infanzia. Lo sguardo adultocentrico influenza i gesti, i comportamenti, le parole che rivolgiamo ai bambini. Giustifica i modi in cui esercitiamo su di loro potere e controllo”.
I dati sul maltrattamento dei minori in Italia
L’“Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia 2026-Generazione sola”, pubblicato dalla Fondazione Cesvi nello scorso mese di giugno, visibile al link https://www.minori.gov.it/it/notizia/indice-regionale-sul-maltrattamento-e-la-cura-allinfanzia-italia-2026, riporta numerosi dati sull’argomento. Fra questi, si legge “In Italia, i dati istituzionali confermano la gravità della situazione. Nel 2024, i reati contro i minorenni elaborati da Terre Des Hommes hanno raggiunto la cifra record di 7.204 casi, con un incremento del 4% rispetto al 2023 e del 35% su base decennale. Tra i reati più frequenti emergono i maltrattamenti in famiglia, gli abusi sessuali e la pedopornografia online, con una prevalenza di vittime femminili (53%). Parallelamente, la III Indagine nazionale sul maltrattamento rivela che al 31 dicembre 2023 i servizi sociali avevano in carico 374.310 minorenni, di cui 113.892 vittime di maltrattamento (30,4%). Il dato è cresciuto del 58% rispetto al 2018. La forma più diffusa è la trascuratezza 37% (divisa in educativo 17%, emozionale 10% e fisico 10%), segue la violenza assistita in famiglia (34%), quella psicologica (12%), il maltrattamento fisico (11%), la patologia delle cure (4%) e infine l’abuso sessuale (2%)”.
Punizione e normalizzazione della violenza
La discriminazione degli adulti si rivela con parole e atti severi, violenti ma anche con altri più subdoli, continui, vessatori e limitanti della personalità altrui.
Il tema si ricollega strettamente al complesso e controverso concetto della “punizione”. La violenza verbale e fisica, infatti, contenuta nelle più severe pratiche punitive, traduce il rapporto di superiorità di cui si può appropriare un adulto nei confronti del bimbo.
Anziché favorire una riflessione e un pentimento da parte del “reo”, tali punizioni eccessive diventano pesanti e umilianti, principio di gravi complicazioni nella costruzione della personalità del piccolo.
La pericolosità si ritrova proprio nella “normalizzazione” della punizione: quando l’arrecare danni fisici e psicologici si considera, con convinzione e in buonafede, assimilabile a una forma educativa.
La normalizzazione rischia di investire il principio stesso del rapporto genitori/figli, in particolare la “naturale” visione adultocentrica di dominio su quella infantile.
Riconoscere le potenzialità dei bambini
Sottostimare le potenzialità psicofisiche del piccolo rappresenta un freno nei confronti delle sue capacità, della sua graduale emancipazione, in relazione alle possibilità di soddisfare i bisogni e le aspettative. Laddove ci fossero problematiche di autodeterminazione, è opportuno intervenire stimolando, con tecniche di maieutica socratica, la crescita dell’infante.
Non è l’età anagrafica a stabilire la maturità dell’individuo, a volte si tratta di un rapporto inversamente proporzionale.
Ascolto e relazioni tra generazioni
Solo attraverso le relazioni intergenerazionali, l’ascolto e il rispetto reciproco, una società può dirsi compiuta, sana e costruttiva. Una comunità, invece, fondata su questo squilibrio generazionale, istruisce i bambini, sin dalla loro tenera età, a perpetuare tale disparità, come fosse un valore educativo da trasmettere, senza interrompere il nefasto atteggiamento.
L’accettazione della discriminazione, in una sorta di “nonnismo” familiare, mina le basi sociali e blocca le prime forme di relazioni.
Le cronache riportano casi di genitori accondiscendenti, quasi schiacciati dai capricci dei figli e, al contrario, altri distanti, distratti e indifferenti alle voci infantili. L’equilibrio, fra questi due estremi, è nell’ascolto reciproco, senza pregiudizi, di un coinvolgimento attivo e non dipendente, senza sopravvalutazioni o sottovalutazioni. La famiglia ha valore nel momento in cui si discerne l’altro, senza idolatria o disprezzo, per poi trasmettere tale valore oltre le mura domestiche.
Ascoltare le parole del bambino significa, infatti, riconoscere la sua presenza, la sua persona, la sua identità.
Superare gli stereotipi tramandati
La normalizzazione impone, infine, degli stereotipi tramandati da generazioni, ritenuti comodi e di sicura valenza, poiché sopravvissuti nel tempo ed ereditati dagli anziani che, tuttavia, rimandano a un rapporto squilibrato fra le diverse età. Occorre, quindi, ove necessario, saper porre in discussione alcune verità rivelate (e tramandate) e supporre dubbi sulla reale valenza di certe pratiche e di modalità comunicative ritenute come corrette. La presunta ed esteriore efficacia di un atteggiamento non garantisce la sua valenza umana, sociale e culturale.
Zittire o ignorare un bambino può risultare efficace e comodo, nell’immediato, per la propria serenità ma il costo di tale condotta si tramuta in gravi e durature ripercussioni psicofisiche.
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Marco Managò
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