le favole degli adulti nel bosco dei diritti – Informare un’H


di Carla Cannas, con la collaborazione di Maria D’Oronzo*

La funzione educativa delle favole consiste nell’insegnare ai bambini e alle bambine a riconoscere i pericoli e a superare le paure per imparare a stare al mondo. Carla Cannas e Maria D’Oronzo partono proprio dalle favole di Capucetto Rosso, Pinocchio e Alice nel Paese delle Meraviglie per proporre una riflessione e un’analisi delle insidie e delle sfide che le persone con disabilità e, più in generale, le persone fragili devono affrontare per vedersi riconosciuti i propri diritti. Nella realtà «il Lupo può non avere più il pelo nero» ed il Gatto e la Volpe «si presentano come quelli che sanno, quelli che conoscono la strada, quelli che hanno una soluzione».

Un antico albero ricoperto di muschio all’interno di un fitto bosco nebbioso, illuminato da suggestivi raggi di sole che filtrano attraverso la chioma (foto dal web).

C’era una volta.
È così che iniziano molte delle favole che abbiamo ascoltato da bambini.
C’era una volta Cappuccetto Rosso, una bambina che attraversava il bosco e incontrava il Lupo.
C’era una volta Pinocchio, che voleva diventare grande e che, proprio perché inesperto e fiducioso, finiva nelle mani del Gatto e della Volpe.
C’era una volta Alice, che cadeva nella tana del Bianconiglio e si ritrovava in un mondo nel quale le regole sembravano cambiare continuamente e persino le parole potevano assumere significati diversi.
E poi c’era l’Orco cattivo, insaziabile, quello che rappresentava il male senza bisogno di troppe spiegazioni.

Ma forse questa è un’altra favola.
O forse no.
Perché il bosco, in fondo, è sempre lo stesso.
Da bambini imparavamo a riconoscere il pericolo. Il Lupo aveva il pelo nero, il Gatto e la Volpe erano personaggi dai quali diffidare, l’Orco aveva un volto preciso.
Da adulti scopriamo che non è così semplice.
Il Lupo può non avere più il pelo nero.
Può avere una qualifica, un incarico, una scrivania, una struttura. Può parlare di cura, assistenza, protezione, tutela, inclusione e diritti.
Ed è proprio qui che le favole smettono di essere soltanto favole.
Perché il pericolo non sempre si presenta con il volto che ci hanno insegnato a riconoscere.
E una persona fragile non è soltanto qualcuno da proteggere: è una persona che deve essere ascoltata, rispettata e coinvolta nelle decisioni che riguardano la propria vita.

Questa riflessione nasce anche da una storia personale.
Chi scrive ha conosciuto, attraverso la storia della propria madre, quanto possa essere doloroso e complesso attraversare un sistema nel quale entrano in gioco fragilità, tutela, servizi, professionisti, istituzioni e decisioni capaci di incidere profondamente sulla vita di una persona.
Ma questo articolo non nasce soltanto da quella esperienza.
Nasce da anni di ascolto, confronto e ricerca della sottoscritta insieme a Maria D’Oronzo, psicologa. Nasce dalle testimonianze di persone e famiglie, dal confronto con associazioni e professionisti e da storie diverse che, pur provenendo da territori differenti, raccontano talvolta difficoltà sorprendentemente simili.

Parole che ritornano:
ascolto difficile, solitudine, impotenza, burocrazia, famiglie stanche, affetti messi da parte, decisioni prese da altri.
Non tutte queste testimonianze hanno lo stesso valore sul piano dei fatti e non tutte possono diventare automaticamente verità giudiziarie.
Ma non tutte possono essere ignorate.
Quando persone che non si conoscono raccontano esperienze che presentano interrogativi simili, forse vale la pena fermarsi.
Non per emettere sentenze.
Non per accusare un intero sistema.
Ma per fare domande.
Chi protegge davvero una persona fragile?
Chi controlla chi ha il compito di proteggerla?
Chi ascolta quella persona quando la sua voce rischia di perdersi dentro una procedura, una struttura o una decisione presa da altri?
E ancora: quanto può essere grande la distanza tra un diritto scritto e un diritto realmente vissuto?

“Il Gatto e la Volpe”, gruppo scultoreo in bronzo realizzato da Pietro Consagra nel 1963, sito nel Parco monumentale di Pinocchio di Collodi (frazione del comune italiano di Pescia, in provincia di Pistoia) (Ph. Credit: Finestre sull’Arte).

Sono domande che ci riportano alle favole.
Pensiamo a Pinocchio.
Pinocchio è fragile, inesperto, curioso. Vuole conoscere il mondo, diventare grande, essere libero. Ma proprio perché non conosce ancora la strada, può essere facilmente ingannato.
Poi arrivano il Gatto e la Volpe.
Non si presentano come nemici. Si presentano come quelli che sanno, quelli che conoscono la strada, quelli che hanno una soluzione.
Pinocchio si fida.
Ed è qui che la favola incontra l’amministrazione di sostegno.
L’amministratore di sostegno nasce come strumento di supporto per una persona che può avere bisogno di aiuto nel provvedere ai propri interessi. Ma supportare non dovrebbe significare sostituire la persona, né trasformare la protezione in un potere incontrollato sulle sue scelte e sulla sua vita.
Il problema, dunque, non è soltanto chiedersi se un amministratore possa diventare il Gatto o la Volpe. È interrogarsi su cosa accade quando un potere nato per sostenere finisce per comprimere la libertà di scelta, quando la persona viene progressivamente sostituita e quando i controlli non sono abbastanza forti.

È una delle ragioni per cui Diritti alla Follia sostiene da anni la necessità di riformare l’amministrazione di sostegno per renderla maggiormente coerente con i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e per contrastare limitazioni e coercizioni che possono incidere profondamente sulla vita delle persone.

La cronaca giudiziaria dimostra che il problema dei controlli non è soltanto teorico.
Nel 2025 la Cassazione ha confermato, dichiarando inammissibile il ricorso, la condanna per peculato di un’amministratrice di sostegno accusata di avere sottratto somme appartenenti a diversi assistiti e utilizzato per profitto personale anche un immobile di una persona assistita, gestito come bed and breakfast.
A Ravenna, inoltre, la Guardia di Finanza ha sequestrato beni, risorse finanziarie e un immobile per un valore di 54 mila euro riconducibili a un amministratore di sostegno indagato per peculato e autoriciclaggio. Secondo gli accertamenti, l’amministratore si sarebbe appropriato di circa 130 mila euro, utilizzandoli per spese personali e investimenti, tra cui viaggi, automobili, motocicli e ristoranti.

Sono vicende diverse e le responsabilità devono essere accertate nei rispettivi procedimenti. Ma pongono una domanda comune:
quanto deve essere forte il sistema dei controlli quando chi dovrebbe essere protetto ha meno possibilità di controllare autonomamente ciò che accade?
La tutela non può basarsi soltanto sulla fiducia.
Il controllo non è il contrario della tutela. È parte della tutela.
Poi c’è Alice.
Alice cade nella tana del Bianconiglio e finisce nel Paese delle Meraviglie: un mondo nel quale le regole sembrano cambiare continuamente e ciò che prima appariva normale improvvisamente non lo è più.
Alice cerca di capire.
Chiede.
Osserva.
Mette in discussione ciò che le viene detto.
È forse questa la parte più attuale della sua favola.
Perché una persona con disabilità o in una condizione di fragilità, insieme alla propria famiglia, può entrare in un sistema nel quale diventa difficile capire chi decide, secondo quali regole, quali siano le possibilità concrete di scelta e, soprattutto, dove sia finita la voce della persona.
Valutazioni, autorizzazioni, udienze, relazioni, servizi, professionisti, moduli e comunicazioni.
Tutto può essere formalmente corretto sulla carta e, nello stesso tempo, lontano dalla realtà vissuta.
Un fascicolo può essere completo.
Una procedura può essere rispettata.
Una relazione può essere perfetta.
Ma nessuna carta può sostituire la voce di chi quella vita la vive.
Quando il fascicolo diventa più importante della persona, il sistema rischia di proteggere la procedura invece di proteggere chi dovrebbe essere al centro della procedura.
Alice, allora, pone una domanda semplicissima:
Chi mi sta ascoltando?

Nel frattempo il linguaggio è cambiato.
Si parla di diritti, partecipazione, inclusione, autodeterminazione e progetto di vita.
Il decreto legislativo 62 del 2024 ha introdotto il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, che deve tenere conto anche dei desideri, delle aspettative e delle scelte della persona.
È un cambiamento importante.
Ma cambiare le parole significa automaticamente cambiare la vita?
Una persona non vive dentro una definizione.
Vive nelle cure che riceve, nell’ascolto che trova, nella possibilità concreta di scegliere e di essere protagonista della propria esistenza.
E qui entrano anche le risorse.

Una recente analisi pubblicata da Informare un’h, a firma di Pierluigi Frassineti, vicepresidente di FIDA (Coordinamento Italiano Diritti Autismo), ha evidenziato criticità relative alle risorse destinate alla riforma della disabilità, segnalando un taglio di 45,8 milioni di euro. Sono valutazioni che vanno naturalmente confrontate con gli atti ufficiali, ma la domanda resta concreta: come si trasformano i diritti in realtà se mancano personale, servizi e risorse?
Perché un diritto può essere scritto molto bene.
Ma se per ottenerlo occorrono anni, ricorsi, avvocati e famiglie capaci di sostenere una battaglia, il rischio è che proprio le persone più fragili rimangano indietro.
E c’è un’altra domanda che non possiamo evitare: dove finiscono le risorse?
Perché parlare di diritti significa parlare anche di soldi.
Non in senso cinico.
In senso molto concreto.
Perché ogni scelta di bilancio racconta quale idea di società abbiamo deciso di costruire.
E su questo punto la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è molto chiara. Il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, nelle osservazioni rivolte all’Italia nel 2016, aveva espresso preoccupazione per la permanenza di forme di istituzionalizzazione e per le disuguaglianze nella disponibilità e nel finanziamento dei servizi territoriali e di assistenza domiciliare. Il Comitato ha raccomandato all’Italia di non destinare risorse del bilancio nazionale alle istituzioni e di riallocarle verso i servizi basati sulla comunità, assicurando inoltre che i servizi sociali territoriali e i servizi di assistenza domiciliare siano disponibili in tutte le aree del Paese.
Questa indicazione si colloca nel quadro dell’articolo 19 della Convenzione ONU, che riconosce il diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità, con la stessa libertà di scelta delle altre persone.
Non è una semplice questione contabile.
È una questione di diritti.
Perché se una parte significativa delle risorse viene concentrata nelle strutture, mentre l’assistenza personale, i servizi domiciliari, i servizi territoriali e le alternative alla residenzialità rimangono insufficienti, la libertà di scelta rischia di diventare soltanto teorica.

La domanda, allora, non è soltanto:
quanto spendiamo per le persone fragili?
Dovremmo chiederci anche:
per che cosa spendiamo?
Per costruire luoghi nei quali le persone devono andare a vivere?
Oppure per creare le condizioni perché possano continuare a vivere nella propria comunità, nella propria casa, mantenendo relazioni, affetti, abitudini e possibilità di scelta?
La differenza non è soltanto economica.
È la differenza tra assistere una persona e metterla nelle condizioni di vivere la propria vita.

E qui il concetto di deistituzionalizzazione assume il suo significato più profondo.
Non significa semplicemente chiudere una struttura.
Significa costruire alternative concrete.
Significa servizi territoriali, assistenza personale, sostegno domiciliare, abitare supportato, sostegno alle famiglie e possibilità reali di scegliere dove e come vivere.
Significa spostare il baricentro.
Dalla struttura alla persona.
Dal posto letto alla vita.
Dalla risposta standardizzata al sostegno individualizzato.
Dalla dipendenza dal servizio alla possibilità concreta di scegliere.
Perché non basta liberare una persona dalle mura di un’istituzione se poi non le vengono garantiti i sostegni necessari per vivere davvero nella comunità.
Altrimenti rischiamo semplicemente di cambiare il nome del bosco.
E di raccontarci che il Lupo non c’è più.
Quando, invece, abbiamo soltanto cambiato la forma della sua tana.

E poi arriva Cappuccetto Rosso.
È vulnerabile.
Attraversa un bosco che non conosce.
Incontra il Lupo.
La favola ci insegna a riconoscere il pericolo.
La vita adulta aggiunge una lezione più inquietante:
il pericolo non è sempre riconoscibile.
Può arrivare attraverso un incarico, una qualifica, una struttura, un servizio, un documento, una parola rassicurante.
Cura.
Protezione.
Assistenza.
Tutela.

La cronaca degli ultimi mesi lo ricorda.
Nel Casertano un’indagine ha coinvolto cinque strutture socio-sanitarie, assistenziali, educative e riabilitative. Secondo l’accusa, sarebbero stati commessi maltrattamenti nei confronti di minori con problemi psichici, adulti e anziani con disabilità, con contestazioni che comprendono anche la somministrazione di farmaci senza prescrizione e una violenza sessuale ai danni di una donna con problemi psichici. L’indagine ha portato a cinque misure cautelari e alla chiusura di quattro delle cinque strutture coinvolte.
Un’altra vicenda, questa volta in Sicilia, è emersa a Modica. Un’indagine della Procura di Ragusa su un centro diurno dell’ANFFAS [Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo, N.d.R.] ha portato alla chiusura della struttura, a due arresti domiciliari, a cinque misure interdittive e a tredici persone complessivamente indagate per presunti maltrattamenti ed esercizio abusivo della professione infermieristica. Secondo la Procura, due indagati avrebbero posto direttamente in essere le condotte violente, mentre agli altri viene contestato di non essere intervenuti o di non aver denunciato quanto accadeva. È contestata inoltre la somministrazione di farmaci da parte di personale non abilitato, in assenza di infermieri.
Su questa vicenda si è espressa anche Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h, che ha analizzato le posizioni assunte da ANFFAS,  FISH [Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie, N.d.R.] e dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, evidenziando il rischio di una normalizzazione dell’istituzionalizzazione e richiamando la necessità di promuovere la deistituzionalizzazione e servizi basati sulla comunità. È una sua analisi, che va distinta dai fatti oggetto dell’indagine giudiziaria.

I casi che abbiamo raccontato sono soltanto alcuni esempi. Avremmo potuto aggiungerne molti altri, perché le storie, le segnalazioni e le esperienze che arrivano sono numerose e il tema è molto più vasto di quanto queste poche vicende possano rappresentare.
Abbiamo scelto di non trasformare questo articolo in un elenco di casi. Diritti alla Follia continua a raccogliere testimonianze, approfondire, fare domande e proporre cambiamenti.
Chi condivide queste battaglie può sostenerci e iscriversi alla nostra associazione. Più siamo, più possiamo dare voce alle persone, difendere i diritti e lavorare perché ciò che oggi sembra inevitabile possa finalmente cambiare.

E proprio qui è necessario essere chiari.
Noi siamo per la deistituzionalizzazione.
Ma deistituzionalizzare non significa semplicemente chiudere una struttura e lasciare sole le persone che oggi vi vivono o le famiglie che non hanno alternative.
Significa costruire le alternative.
Significa servizi territoriali, assistenza personale, sostegni alla famiglia, abitare supportato, inclusione nella comunità e possibilità reali di scegliere dove e come vivere.
Perché il problema non è soltanto ciò che può accadere dentro una struttura.
Il problema comincia anche prima, quando una persona entra in un sistema nel quale la residenzialità diventa l’unica risposta concretamente disponibile.
È in quel momento che la scelta rischia di non essere più una scelta.
Da una parte una persona che ha bisogno di assistenza.
Dall’altra una famiglia esausta.
In mezzo, servizi insufficienti, liste d’attesa, burocrazia e costi.
E alla fine arriva la struttura.
Non necessariamente perché sia stata scelta.
A volte perché non c’è altro.

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, all’articolo 19, riconosce il diritto a vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta delle altre persone e a non essere obbligati a vivere in una particolare sistemazione.
La domanda, allora, non è soltanto dove mettere una persona fragile.
È come permetterle di vivere la propria vita nel modo più libero, dignitoso e partecipato possibile.
E questo vale anche quando il livello di sostegno necessario è molto alto.
Perché la deistituzionalizzazione non può diventare una parola vuota.
Deve significare che la comunità si organizza per accogliere anche chi ha bisogno di molto sostegno, invece di trasformare il bisogno di assistenza nella ragione per allontanare una persona dalla propria vita, dalle proprie relazioni e dalla propria libertà.

È qui che Pinocchio, Alice e Cappuccetto Rosso si incontrano.
Pinocchio ci ricorda che chi riceve la fiducia di una persona deve essere responsabile del potere che quella fiducia comporta.
Alice ci ricorda che nessun sistema dovrebbe diventare così complicato da rendere invisibile la persona che dovrebbe servire.
Cappuccetto Rosso ci ricorda che il pericolo non sempre si presenta con il volto che immaginiamo.
Le favole degli adulti aggiungono però una lezione che quelle dei bambini non potevano ancora insegnarci: non basta aspettare che arrivi qualcuno a salvarci.
Bisogna costruire sistemi capaci di prevenire, controllare, ascoltare e intervenire prima che il danno sia compiuto.
La vera protezione non è quella che arriva dopo l’incubo.
È quella che costruisce le condizioni perché l’incubo abbia meno possibilità di cominciare.
Ed è anche per questo che Diritti alla Follia va oltre le singole vicende e prova a interrogare le regole, i poteri e gli istituti che possono incidere sulla vita delle persone. L’associazione si occupa della tutela e della promozione dei diritti fondamentali in ambito psichiatrico e giuridico e porta avanti proposte di riforma, tra cui quella dell’amministrazione di sostegno.
La realtà va molto oltre questo articolo.
Per questo invitiamo chi ci legge a seguirci sul sito di Diritti alla Follia, sui nostri canali YouTube e Facebook e nella diretta settimanale de Il Dritto Fragile, la nostra rubrica di approfondimento, dove continuiamo a parlare di diritti, salute mentale, disabilità, amministrazione di sostegno, istituzioni e vita reale.
Ogni mese, inoltre, la nostra rassegna stampa, con la collaborazione di Laura Ressa del blog Frasi Volanti e dell’Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici, prova a leggere ciò che accade oltre il rumore della cronaca.
Perché questo articolo non vuole essere una conclusione.
Vuole essere una domanda.

Forse i nostri antenati avevano visto lungo quando hanno cominciato a raccontare le favole.
Come ben cantava Lucio Dalla, “Attenti al lupo”.
Perché il bosco, nelle favole, non è soltanto un luogo incantato.
È la vita nel suo essere complicata, imprevedibile, a volte crudele.
È il luogo nel quale il più forte può mangiare il più debole.
Ma quel bosco dovrebbe rappresentare anche la salvezza.
C’era una volta Cappuccetto Rosso.
C’era una volta Pinocchio.
C’era una volta Alice nel Paese delle Meraviglie.
C’era il bosco.
C’era il Lupo.
C’erano il Gatto e la Volpe.
E c’era l’Orco cattivo, insaziabile.
Ma forse questa è un’altra favola.
O forse no.
Perché il bosco è sempre lo stesso.
Cambiano le parole.
Cambiano i nomi.
Cambiano i volti.
Il Lupo, forse, non ha più il pelo nero.
E allora non basta più imparare a riconoscerlo.
Dobbiamo costruire un bosco nel quale, qualunque volto abbia il pericolo, esistano occhi capaci di vederlo, strumenti capaci di fermarlo e persone capaci di ascoltare chi chiede aiuto.
Un bosco nel quale la tutela non tolga libertà, la cura non cancelli la volontà, l’assistenza non diventi possesso, nessuno sia costretto all’istituzionalizzazione per mancanza di alternative e i diritti non rimangano scritti soltanto sulla carta.
Perché alla fine, dietro ogni fascicolo, ogni firma, ogni patrimonio, ogni servizio, ogni posto letto e ogni decisione, non c’è un caso da amministrare.
C’è una persona.
E la sua vita non appartiene a chi la protegge.
Appartiene a chi la vive.
Questa, forse, è la morale della favola.
Non che dobbiamo avere paura del Lupo.
Ma che dobbiamo costruire un bosco nel quale nessuno debba averne paura.
E forse è proprio questa la favola che dobbiamo ancora imparare a raccontare.

 

* Carla Cannas è componente della Giunta dell’Associazione Diritti alla Follia, mentre Maria Rosaria D’Oronzo è componente del Direttivo della medesima Associazione, sul cui sito il presente testo è già stato pubblicato. Esso viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

 

Fonti essenziali

Normativa e documenti istituzionali
Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, in particolare articolo 19.
Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, General Comment n. 5 (2017) sulla vita indipendente e l’inclusione nella comunità.
Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, Concluding observations on the initial report of Italy, CRPD/C/ITA/CO/1, 6 ottobre 2016, paragrafi 47-48, articolo 19.
Decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62, sul progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.

Cronaca e vicende giudiziarie
Peculato amministratore di sostegno: la Cassazione, «LexCED», 11 settembre 2025.
Soldi sottratti ad una persona fragile, sequestrati 54 mila euro, «ANSA», 6 agosto 2026.
Disabili maltrattati all’interno di cinque strutture riabilitative, «ANSA», 21 luglio 2026.
Disabili maltrattati, chiuso centro Anffas di Modica, 2 arresti e 13 indagati, «ANSA», 4 agosto 2026.

Analisi e approfondimenti
Pierluigi Frassineti, Dei diritti e delle pene della disabilità, «Informare un’h», 17 agosto 2026.
Simona Lancioni, “Caso ANFFAS di Modica”, considerazioni sulle posizioni assunte da ANFFAS, FISH e Autorità Garante nazionale sulla disabilità, «Informare un’h», 16 agosto 2026.
Sara Bonanno, “Caso ANFFAS di Modica”, il bisogno di assistenza non è una condanna, «Informare un’h», 22 agosto 2026.
Simona Lancioni, Videosorveglianza nelle strutture per persone disabili? Sarebbe una forma di vittimizzazione secondaria, «Informare un’h», 28 luglio 2026.
Il linguaggio cambia la società: la Costituzione aggiorna le parole e guarda a una nuova cultura della disabilità, «Risorse. News», 30 giugno 2026.
Proposte di riforma dell’Associazione Diritti alla Follia.

Per approfondire
Associazione Diritti alla Follia

 

Ultimo aggiornamento il 1 Settembre 2026 da Simona


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