Roma – Pentagono entra nella governance dell’industria energetica di Caracas tramite la società NABEP, garantendo agli Stati Uniti l’accesso prioritario al greggio per abbattere i prezzi della benzina.
Trump ha deciso di fare sul serio con il Venezuela e in particolare con le sue enormi risorse petrolifere. In un’operazione che di fatto punta a ridefinire gli equilibri geopolitici del continente americano, l’amministrazione del Tycoon Usa ha formalizzato un accordo senza precedenti per assumere il controllo di oltre 65 miliardi di barili delle riserve petrolifere del Venezuela. L’intesa, annunciata alla fine di agosto 2026, segue mesi di pressioni politiche e l’arresto dell’ex presidente Nicolás Maduro, avvenuto lo scorso gennaio. Attraverso la società privata North American Blue Energy Partners (NABEP), gli Stati Uniti si assicurano non solo lo sfruttamento di 17 giacimenti chiave, ma anche una partecipazione diretta del Pentagono nella proprietà azionaria, trasformando di fatto il Venezuela in un partner energetico privilegiato sotto l’egida di Washington.
I TERMINI DELL’ACCORDO CENTENARIO TRA WASHINGTON E CARACAS
L’architettura dell’intesa, come dettagliato da Bloomberg, si basa su concessioni della durata di cento anni per lo sfruttamento di 17 giacimenti situati nelle regioni strategiche del Lago di Maracaibo e della Cintura dell’Orinoco. La NABEP, l’entità privata incaricata delle operazioni, prevede di investire fino a 100 miliardi di dollari in nuove infrastrutture per rivitalizzare una produzione oggi asfittica. Un elemento di assoluta novità è il ruolo del Pentagono: l’Ufficio per i Capitali Strategici acquisirà una partecipazione azionaria del 35% nella società madre di NABEP.
Questa quota, secondo le stime della Casa Bianca, potrebbe generare dividendi per centinaia di miliardi di dollari. L’operazione non graverà sulle casse pubbliche americane, poiché la società raccoglierà capitali privati negli Stati Uniti. Sul piano operativo, il Dipartimento di Stato avrà il diritto di acquistare il 20% del petrolio al puro costo di produzione per ricostituire la Riserva Strategica statunitense, mantenendo inoltre un diritto di prelazione sul restante 80% della produzione.
L’IMPATTO STRATEGICO SULLA SICUREZZA ENERGETICA AMERICANA
Il presidente Donald Trump ha presentato l’accordo come una manovra destinata a raddoppiare le riserve petrolifere statunitensi e a ridurre drasticamente i prezzi della benzina. In un momento in cui il gradimento presidenziale risente dell’impopolare conflitto con l’Iran, la Casa Bianca punta forte sull’effetto psicologico di una futura abbondanza di offerta per calmierare i mercati attuali. Oltre ai vantaggi per i consumatori, l’accordo promette di rilanciare le attività delle raffinerie e dei produttori di attrezzature petrolifere americane.
La rilevanza del greggio venezuelano è ulteriormente amplificata dalla crisi in Medio Oriente: il petrolio di Caracas può infatti raggiungere i mercati statunitensi senza transitare per punti critici e instabili come lo Stretto di Hormuz o il Mar Rosso, consolidando l’indipendenza energetica di Washington.
TRA PROSPERITÀ E SOVRANITÀ: IL DILEMMA DEL VENEZUELA
Per il Venezuela, l’impatto economico promesso è imponente. NABEP stima di creare migliaia di posti di lavoro e di versare circa 200 miliardi di dollari in royalties e tasse nei primi 25 anni di attività. La presidente Rodríguez ha descritto l’accordo come uno strumento per trasformare le ricchezze sotterranee in “benessere, prosperità e felicità” per la popolazione. Tuttavia, le critiche non mancano. Francisco Rodríguez, economista e professore all’Università di Denver citato da Bloomberg, ha affermato che “il Venezuela funziona di fatto come un protettorato degli Stati Uniti”, sostenendo che l’assetto garantisca gli interessi di sicurezza americani piuttosto che quelli nazionali.
LE RISERVE DI IDROCARBURI E LA CAPACITÀ PRODUTTIVA ATTUALE
Sebbene l’OPEC stimi le riserve venezuelane in circa 304 miliardi di barili — la quantità più alta al mondo, superiore a quella dell’Arabia Saudita — molti analisti indipendenti suggeriscono che la cifra reale si attesti intorno ai 100 miliardi. Si tratta comunque di un volume quasi doppio rispetto alle riserve sommate di Stati Uniti, Canada, Messico e Cile. Attualmente, il Paese produce circa un milione di barili al giorno, coprendo meno dell’1% della produzione globale, con il 95% delle entrate estere legate proprio all’oro nero. Secondo Rystad Energy, nonostante l’obiettivo di NABEP sia di incrementare la produzione di oltre un milione di barili al giorno nel breve termine, potrebbero volerci decenni per tornare ai picchi degli anni ’90, quando il Venezuela superava i 3 milioni di barili quotidiani.
IL NUOVO RUOLO DEGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI E IL FUTURO NELL’OPEC
Sotto la guida dell’amministrazione Trump, che ha definito il Venezuela come il “51° stato” promettendo di ricostruirne l’industria, le leggi sugli idrocarburi sono state riscritte per favorire gli investitori stranieri, abolendo i rigidi controlli statali dell’era Chávez. Mentre il Tesoro statunitense allenta le sanzioni su PDVSA, Washington mantiene un controllo ferreo sulle entrate, gestite tramite conti presso il Tesoro americano. Sul fronte delle compagnie, Chevron Corp. rimane l’attore statunitense principale, finalizzando un accordo per espandersi in due giganteschi giacimenti nell’Orinoco. Anche l’italiana Eni SpA e la spagnola Repsol SA mantengono una presenza nel Paese. Segnale emblematico del nuovo corso è la discussione, confermata da fonti vicine ai fatti citate da Bloomberg, sulla possibile uscita del Venezuela dall’OPEC, l’organizzazione che contribuì a fondare nel 1960, per allinearsi definitivamente alle strategie energetiche di Washington.
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Alessandro
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