La paesologia, Escher e i paesi che stiamo lasciando morire


C’è una parola che in questi giorni risuona con sempre maggiore insistenza: paesologia.

Questa parola evoca immagini di piccoli paesi, strade secondarie, piazze deserte. Evoca anziani che si godono il sole davanti a un bar e case che lentamente si spengono. Montagne che, silenziose, osservano tutto dall’alto, mentre sotto di loro comunità dopo comunità perdono abitanti, servizi e un futuro.

Il tema è tornato a essere al centro del dibattito, grazie anche alle riflessioni di Franco Arminio, che da anni esplora la vita nei piccoli paesi e nelle aree interne. La paesologia, infatti, è vista come uno studio attento e coinvolto dei territori meno conosciuti e meno frequentati.

Ma forse oggi la paesologia non dovrebbe limitarsi a raccontare le storie di questi luoghi. Dovrebbe anche diventare un modo per denunciare chi ha progressivamente abbandonato questi paesi.

Un paese che guarda i suoi paesi scomparire

Da decenni assistiamo a una scena che si ripete: un piccolo comune perde abitanti, chiude la scuola, poi l’ufficio postale, il negozio e infine il bar. Gli autobus passano sempre meno frequentemente, e l’ambulatorio diventa solo un ricordo. I giovani se ne vanno, perché studiare, lavorare e costruire una famiglia in quel territorio diventa sempre più complicato.

Alla fine, restano solo gli anziani, qualche attività stagionale e un numero crescente di case vuote. E così, qualcuno inizia a parlare di “valorizzazione dei borghi”. Si organizzano festival, si restaurano facciate, si illuminano monumenti e si inaugurano percorsi turistici. Vengono pubblicate brochure patinate con immagini di vicoli in pietra, montagne e tramonti mozzafiato.

Ma una domanda rimane, spesso senza risposta: «chi dovrebbe vivere in quei luoghi?».

Perché un borgo non è un museo. Un borgo è vivo quando qualcuno apre una finestra al mattino, quando un bambino va a scuola, quando un negoziante alza la serranda, quando una persona anziana può raggiungere un medico senza dover percorrere decine di chilometri. Senza abitanti, il borgo può essere bellissimo, ma in qualche modo diventa già un reperto.

La politica ha confuso il territorio con il paesaggio

Qui è dove, a mio avviso, è fondamentale essere critici nei confronti della politica. Non parlo di un singolo governo o di una specifica maggioranza. Il problema è molto più ampio e complesso. Per decenni, abbiamo costruito un modello di sviluppo che ha relegato le aree interne a una condizione di perifericità, non solo dal punto di vista geografico, ma anche economico e politico.

Il risultato è evidente a tutti.

I dati Istat dimostrano che non si tratta di una semplice percezione: nelle aree interne, la popolazione è calata del 5% tra il 2014 e il 2024, mentre nei centri urbani la diminuzione è stata dell’1,4%. E le proiezioni demografiche più recenti indicano che questa frattura si amplificherà nei prossimi decenni. Ancora più sorprendente è che nelle aree interne non manchi necessariamente il patrimonio.

Abbiamo borghi meravigliosi, ma sempre meno abitanti. Ci sono chiese, castelli, palazzi, sentieri e paesaggi, ma sempre meno persone pronte a prendersene cura ogni giorno. I nostri territori vengono scoperti dal turismo per qualche giorno all’anno, mentre la politica sembra dimenticarli per il resto dell’anno. Questa è una contraddizione che merita una profonda riflessione.

Escher arrivò quando quei paesi erano ancora vivi

Per capire davvero cosa stiamo perdendo, forse dovremmo fare un salto indietro di quasi un secolo.

Nel 1929, Maurits Cornelis Escher si trovava in Abruzzo. Non era lì per cercare il borgo perfetto da immortalare su Instagram, ma come artista, viaggiatore e amante delle passeggiate e dell’osservazione. In compagnia del pittore svizzero Giuseppe Haas-Triverio, si avventurò a piedi attraverso l’Abruzzo.

Escher aveva addirittura pensato di creare un libro illustrato sui paesi abruzzesi. Anche se quel progetto non si realizzò mai, i suoi viaggi generarono disegni e incisioni che continuano a narrare la storia di quel territorio. Tra i luoghi che lo affascinarono c’era Castrovalva (AQ).

Da lì, realizzò una famosa litografia nel 1930. Il paese sembra arrampicarsi sulla montagna, immerso in un paesaggio aspro e mozzafiato. Non è solo una cartolina: è la rappresentazione di un luogo vissuto, in una connessione quasi tangibile con la montagna e la valle.

E poi c’è Scanno, con i suoi vicoli e le donne che lavoravano al tombolo, anch’esso catturato dall’artista. Escher percepiva ciò che oggi rischiamo di non notare più. Non solo la bellezza, ma anche la vita che si cela dentro di essa.

E se Escher tornasse oggi?

Mi piace immaginare, forse in modo provocatorio, cosa penserebbe Escher se potesse tornare oggi in Abruzzo. Lo vediamo mentre risale lentamente verso Castrovalva, arrivando nello stesso punto da cui nel 1930 osservò il paese.

Guarda. Riconosce la montagna, le rocce, la valle. Ma poi si rende conto che qualcosa è cambiato. Una finestra è chiusa. Un’altra lo è anch’essa. Una casa è vuota. Un negozio non c’è più. La scuola non ha più bambini. La piazza ha perso la sua voce.

E forse Escher, che ha dedicato la vita a trasformare la realtà con prospettive impossibili, si troverebbe per la prima volta in difficoltà nel decidere quale prospettiva adottare. Perché la realtà che si troverebbe davanti sarebbe più assurda di qualsiasi sua litografia. Un paese bellissimo che rischia di rimanere deserto.

E sì, mi piace pensare che Escher oggi si rivoltirebbe nella tomba. Non perché il paesaggio sia cambiato; il paesaggio cambia da sempre. Ma perché sarebbe scomparsa una parte di quella relazione tra uomo e territorio che rendeva quei luoghi così vivi.

È qui che il discorso di Franco Arminio diventa davvero interessante. La paesologia non dovrebbe essere solo una celebrazione malinconica del paese che fu. Non dovrebbe limitarsi a fotografare case abbandonate, raccontare sagre di un tempo o rimpiangere il mondo contadino. Perché il turismo può aiutare un territorio, ma non può sostituire una comunità. Un paese non può vivere solo di visitatori. Ha bisogno di residenti.

Ha bisogno di medici, insegnanti, artigiani, agricoltori, commercianti, professionisti, famiglie, bambini. Servono connessioni digitali, certo, ma anche strade. Allo stesso tempo, occorrono cultura e sanità. Il turismo può aiutare, ma soprattutto serve lavoro.
E non basta la bellezza: servono anche servizi.

Il paradosso dei borghi italiani

Il paradosso è che finalmente stiamo iniziando a dare valore economico a ciò che per anni abbiamo ignorato dal punto di vista sociale.

Oggi riconosciamo che i borghi sono una vera ricchezza, che il patrimonio culturale delle aree interne è una risorsa preziosa e che i piccoli comuni sono una parte fondamentale della nostra identità italiana.

Tutto ciò è assolutamente vero.

Ma se le persone che dovrebbero custodire questa ricchezza continuano a lasciare i loro paesi, rischiamo di trasformare la valorizzazione in una forma elegante di conservazione dell’abbandono. Possiamo restaurare una facciata, ma non possiamo riportare in vita una comunità solo con un finanziamento. Possiamo recuperare un palazzo, ma non possiamo riavere automaticamente una generazione che è emigrata.

Possiamo organizzare un festival, ma non possiamo creare un paese vibrante per decreto. Per questo motivo, credo che oggi parlare di paesologia significhi anche affrontare questioni politiche. Una politica che non si limiti a portare qualcosa nei piccoli paesi, ma che consenta a chi ci vive di rimanere.

Tornare a guardare i margini

In effetti, questo è il vero insegnamento che possiamo trarre dal viaggio di Escher. Un artista olandese, quasi un secolo fa, arrivò in Abruzzo e scoprì qualcosa di straordinario che meritava di essere osservato. Così, si mise in cammino. Guardò. Disegnò. Ascoltò.

Trasformò quei paesi in immagini che hanno viaggiato in tutto il mondo. Oggi, tocca a noi intraprendere questo cammino, ma con uno sguardo rinnovato. Non dobbiamo visitare i borghi solo per scattare foto. Dobbiamo farlo per comprendere cosa sta realmente accadendo.

Per dialogare con chi è rimasto. Per ascoltare le storie di chi se n’è andato. Per chiedere ai giovani cosa li spingerebbe a tornare. Per capire cosa manca. Perché dietro ogni cifra dello spopolamento c’è una storia da raccontare. E dietro ogni casa vuota, c’è qualcuno che un giorno ha dovuto chiudere una porta.

Forse, allora, la paesologia può diventare qualcosa di più di una semplice disciplina visiva. Guardare significa già scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Raccontare significa impedire che un luogo scompaia due volte: prima dalle mappe della vita quotidiana e poi dalla memoria collettiva.

Raccontare è solo una parte del lavoro. Dobbiamo anche esaminare le scelte che ci hanno portato a questa situazione.

Una riflessione in conclusione

Non possiamo continuare a lamentarci dello spopolamento dei borghi mentre adottiamo politiche che rendono la vita sempre più difficile. Celebriamo il “borgo autentico” e poi lasciamo che l’autenticità diventi soltanto un’attrazione turistica. Non possiamo dire di voler salvare i paesi se non siamo pronti a investire nelle persone che li abitano.

Quindi, mentre discutiamo di paesologia, di decaloghi, di borghi da salvare e di territori da valorizzare, forse dovremmo fermarci un attimo e osservare la fotografia che abbiamo davanti. Perché il rischio è che tra qualche decennio, qualcuno arrivi in Abruzzo, salga fino a Castrovalva e trovi ancora la stessa montagna che vide Escher nel 1930. Trovi ancora le pietre, le case, il paesaggio. Ma non trovi più il paese.

E quello sarebbe il vero paradosso. Aver conservato tutto, tranne la vita.

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