Gli aiuti alle imprese funzionano solo se lo Stato decide quali obiettivi perseguire


Il 3 agosto, sulla Gazzetta Ufficiale numero 178, è stato pubblicato il decreto legislativo 138 del 2026, che riordina il sistema degli incentivi alle imprese. Concentra gli interventi del Ministero delle Imprese in meno strumenti, assorbe le agevolazioni minori, riorganizza il Fondo per la crescita sostenibile in quattro sezioni: ricerca, sviluppo e innovazione; nascita e crescita di startup; investimenti produttivi e transizione digitale ed ecologica; accesso al credito e al mercato dei capitali, che comprende anche i piani di ristrutturazione e la salvaguardia dell’occupazione. Le risorse degli incentivi soppressi vi confluiranno attraverso la prossima legge di bilancio.

L’economista Claudio De Vincenti, in un libro il cui titolo dice già molto, “Per un governo che ami il mercato”, ha proposto l’immagine più esatta per descrivere che cosa può fare la mano pubblica accanto a quella invisibile: lo Stato come àncora e timone. Due funzioni, non una. Nel libro l’àncora è quella delle aspettative e delle regole di mercato; presa in senso più largo, serve anche quando arriva la burrasca, e impedisce che una crisi distrugga in diciotto mesi competenze costruite in venti anni. Non blocca la navigazione, evita la deriva. Il timone serve quando bisogna decidere dove andare, e si manovra con ricerca, infrastrutture, competenze allineate a ciò che verrà. Il mercato resta il modo migliore di allocare le risorse nel dettaglio, ma è miope per costruzione, e la rotta non gliela si può chiedere.

Letto con quella lente, il decreto separa per la prima volta con una certa nettezza gli strumenti che possono orientare una trasformazione da quelli che servono a impedire che si trasformi in disgregazione. La separazione non è perfetta, e l’imperfezione è la parte più istruttiva. La quarta sezione mette insieme l’accesso al credito, che può far crescere un’impresa, con la ristrutturazione aziendale e la salvaguardia dell’occupazione, che servono a impedirle di crollare. Non è un difetto di scrittura normativa. È il punto esatto in cui l’àncora può scivolare nella zavorra. E il decreto l’ha messo nella stessa sezione.

Il decreto, insomma, ha costruito entrambe le funzioni e non ha detto quanto pesano. Lo deciderà la manovra, che entro il 20 ottobre arriva alle Camere. È la scelta più importante dell’autunno e non se ne sta discutendo, perché le sezioni di un fondo non producono titoli.

Si discute di tutt’altro, e con un’intensità che ha una ragione precisa. Quella in arrivo è la quinta e ultima legge di bilancio della legislatura. I cantieri si sono aperti ad agosto con una fila di richieste: l’aliquota Irpef ridotta estesa fino a 60 mila euro, la detassazione delle tredicesime, la flat tax incrementale per le partite Iva, il bollo auto, le pensioni. Una prima ricognizione porta il conto oltre i 17 miliardi. Il confronto vero non è ancora cominciato. E per una volta i margini esistono, perché il governo ha chiesto a Bruxelles l’attivazione della clausola di salvaguardia per circa 35 miliardi nel triennio, sia pure vincolati a difesa ed energia.

In quell’elenco le quattro sezioni non compaiono, e non perché qualcuno le abbia escluse. Una manovra elettorale seleziona per data di pagamento. Il rendimento politico di una spesa non dipende da quanto vale, ma dalla distanza fra lo stanziamento e il momento in cui qualcuno si accorge del beneficio: una misura che arriva in busta paga a gennaio batte un brevetto del 2032 anche quando il brevetto vale di più. Non è cinismo, è aritmetica del consenso. E àncora e timone hanno lo stesso difetto: richiedono entrambi un orizzonte più lungo di una legislatura.

Quando un credito d’imposta si riduce, cambia nome e poi torna, le linee nuove slittano, e con loro le assunzioni e i corsi per riqualificare chi c’è già. Chi lavora su una linea rinviata non perde il posto. Perde l’anno in cui sarebbe diventato più bravo. Quel tempo non torna, e non compare in nessuna relazione tecnica. È l’asimmetria che rende fragile qualunque trasformazione: i costi arrivano subito e cadono su persone precise, i benefici arrivano dopo e sono di tutti. Chi paga i primi vota molto prima di vedere i secondi.

Sia chiaro: buona parte delle richieste in campo è sostegno al reddito, e va giudicata su quel metro. Una tredicesima più pesante non deve orientare nessun investimento; deve arrivare a chi lavora. Il problema comincia con il denaro che diamo alle imprese. Quando l’incentivo orizzontale prende il posto della politica industriale invece di affiancarla, non svolge nessuna delle due funzioni. Non è àncora: dura dodici mesi, e nessuno pianifica un impianto su una norma che scade a dicembre. Non è timone: va a tutti, e quindi non indica niente.

Arriva qui l’obiezione seria, quella che per trent’anni ha avuto le sue ragioni: lo Stato non deve scegliere i vincitori. Quando ci ha provato ha prodotto partecipazioni gestite male, campioni protetti e inefficienti, sprechi difesi in nome dell’interesse nazionale. Li sceglie già. L’Italia non ha rinunciato alla politica industriale. Ne ha scelta una che finge di non scegliere.

L’incentivo distribuito a tutti sembra imparziale proprio perché non nomina nessuno. In realtà seleziona benissimo, e seleziona in base a caratteristiche pregresse: la liquidità per anticipare la spesa, l’ufficio che sa compilare la pratica, il rating che consente di scontare il credito, la capienza fiscale per usarlo. Il modulo è uguale per tutti. La capacità di compilarlo no. Chi deve ancora nascere non ha un consulente fiscale. Una politica che premia chi ha già i mezzi per accedervi non è neutrale: è regressiva, e lo è tanto più quanto più si dichiara imparziale.

Sostituirla con una politica esplicita richiede di dire su cosa. Un settore merita il timone quando ricorre una di quattro condizioni. Ne basta una: se dipenderne è un rischio strategico e non solo un costo; se genera esternalità che il singolo investitore non si appropria, e quindi sotto-investe; se richiede una scala fuori dalla portata di una sola impresa italiana; se poggia su capacità già presenti e in via di dispersione. Da questi criteri i terreni vengono da sé: transizione ecologica, digitale e sovranità tecnologica, salute e bioscienze, infrastrutture. È lì che si decide se nei prossimi vent’anni la tecnologia la compreremo o la venderemo. Chi produce l’elettrolizzatore fissa il prezzo dell’idrogeno. Chi controlla il cloud su cui gira la nostra sanità decide a quali condizioni continuerà a girare. La scelta non resta vacante: la compie chi quelle tecnologie le finanzia.

Il rischio opposto è quello in cui l’Italia cade con più naturalezza, ed è la quarta sezione letta male: sussidi a imprese che il mercato ha smesso di scegliere, protezioni che eliminano la concorrenza, regole scritte su misura per chi è già dentro. Non è stabilità, è immobilità. L’innovazione avviene per distruzione creatrice e richiede che le imprese nuove possano entrare e sostituire le vecchie. L’àncora serve a tenere la nave dove il capitano ha deciso, non a impedirle di salpare.

Ma una politica industriale che richiede dieci anni incontra un problema che nessun indicatore economico risolve da solo: ogni quattro o cinque anni qualcuno deve votare per lasciarle il tempo di funzionare. Il 6 settembre, in Sassonia-Anhalt, l’AfD ha preso il 43,8 per cento e 39 seggi su 83. La Cdu, che governava quel Land ininterrottamente dal 2002, è scesa dal 37,1 al 17,2. E l’affluenza è salita da poco più del 60 per cento a quasi l’80. È il contrario dell’apatia: quel Land non si è disinteressato, si è mobilitato. Le spiegazioni sono molte e nessuna basta da sola. Ma una domanda quel voto la pone anche a noi, ed è esattamente la domanda del tempo lungo: quanto regge il consenso a una trasformazione che chiede costi adesso e promette benefici dopo, se nel frattempo nessuno verifica se stiano arrivando?

Perché è questo che trasforma un problema di orizzonte in un problema democratico. E la risposta non può essere accorciare l’orizzonte, perché un orizzonte corto non produce niente. Deve essere accorciare la distanza percepita senza accorciare quella reale. Ogni sezione del Fondo dovrebbe nascere con indicatori pubblicati il primo giorno, una verifica indipendente a metà percorso e una clausola di uscita: se dopo cinque anni quegli indicatori non si muovono, lo strumento si chiude senza bisogno di una legge che lo abroghi. Non è soltanto buona amministrazione. È il modo in cui una politica decennale resta politicamente viva abbastanza a lungo da produrre i risultati per cui è stata fatta. Il contrario di una politica industriale sbagliata non è l’assenza di politica industriale: è una politica industriale capace di correggersi.

Ed è anche il motivo per cui questa non è una materia da addetti ai lavori. Senza domanda di competenze, la scuola produce emigrazione. Senza settori ad alto valore, il salario non si alza per decreto. Senza il gettito che quel valore genera, il welfare non si finanzia affatto. Tutto si tiene, o niente regge. Non scegliere i vincitori non significa non scegliere. Significa lasciare che li scelga qualcun altro.


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