Sigfrido Ranucci ha subito un attentato. Da questo fatto non si può prescindere, anche mentre la magistratura continua legittimamente a indagare sulle circostanze, sui rapporti personali, sulle comunicazioni e sulle responsabilità che possono aiutare a ricostruire ciò che è accaduto. L’inchiesta giudiziaria deve andare avanti senza zone protette, senza timori e senza riguardi per nessuno. Ma proprio mentre la giustizia fa il proprio lavoro emerge un problema diverso, che non riguarda soltanto Ranucci e che forse è persino più difficile da affrontare perché riguarda direttamente noi giornalisti: il modo in cui una parte dell’informazione può trasformare una vittima in un personaggio sottoposto a un processo mediatico, trascinando progressivamente nella stessa esposizione la sua famiglia, le persone che frequenta, gli amici e chiunque compaia, anche marginalmente, nella sua vita.
Il punto non è stabilire se Sigfrido Ranucci debba essere difeso dalle critiche. Naturalmente no. Un giornalista può essere criticato come chiunque altro, e chi svolge un’attività pubblica così rilevante deve accettare che le proprie scelte professionali vengano analizzate, contestate e, quando necessario, duramente giudicate. Report può essere sottoposto a verifica, le sue inchieste possono essere discusse, le fonti controllate, gli errori denunciati.
Sarebbe persino contraddittorio pretendere libertà d’inchiesta per sé e negare agli altri la libertà di critica. Il problema nasce quando la critica smette di riguardare il lavoro e comincia a consumare la persona.
Il giornalismo non può riempire con le insinuazioni ciò che la giustizia deve ancora accertare
In una vicenda giudiziaria complessa possono emergere telefonate, messaggi, conoscenze, incontri, relazioni professionali e personali. Sono elementi che un magistrato e un investigatore hanno il dovere di verificare perché possono rivelarsi importanti nella ricostruzione dei fatti. Il giornalista ha però una responsabilità differente: deve stabilire non soltanto se un’informazione esiste, ma quale valore abbia, quanto sia verificata, quale relazione concreta presenti con il fatto principale e quali conseguenze possa produrre pubblicandola.
Questa distinzione è decisiva, una conversazione acquisita durante un’indagine non diventa automaticamente una notizia da prima pagina. Un’amicizia non diventa automaticamente un sospetto e una conoscenza non è una complicità. Una persona citata negli atti non acquista per questo una responsabilità. Un dettaglio della vita privata può essere interessante per gli investigatori e restare completamente irrilevante per il pubblico.
Il giornalismo perde il proprio limite nel momento in cui prende ciò che è ancora materia di verifica e lo dispone davanti al lettore in maniera tale da suggerire una conclusione che nessuno ha ancora dimostrato.
Non occorre scrivere esplicitamente un’accusa per produrre un’accusa. Talvolta basta accostare due nomi in un titolo, scegliere una fotografia, mettere in evidenza una relazione, utilizzare un’espressione insinuante. Il lettore completa il ragionamento. E una volta completato, quel giudizio può diventare enormemente difficile da cancellare.
La vittima non diventa meno vittima perché emergono domande sulla sua vita
Questo principio nel caso Ranucci dovrebbe essere particolarmente chiaro. L’esistenza di aspetti che la magistratura vuole approfondire non modifica la natura dell’episodio dal quale tutto è cominciato: davanti all’abitazione di un giornalista è stato collocato e fatto esplodere un ordigno.
Ranucci è la vittima di quell’attentato. Potrà essere interrogato sulle sue conoscenze, dovrà eventualmente spiegare rapporti che gli investigatori ritengano utili, potrà ricevere critiche professionali e potrà essere chiamato a rispondere pubblicamente di qualsiasi comportamento che presenti un interesse giornalistico reale. Nulla di questo autorizza però a capovolgere progressivamente i ruoli fino a produrre nel pubblico l’impressione che la persona colpita dall’attentato debba quasi giustificare il fatto di averlo subito. È uno slittamento pericoloso perché sostituisce alla ricostruzione dei fatti una narrazione morale della persona.
Il tritacarne comincia quando non distinguiamo più ciò che è pubblico da ciò che è soltanto privato
La parte più grave di questo meccanismo emerge quando intorno al protagonista vengono trascinate persone che non hanno scelto l’esposizione pubblica. Mogli, mariti, figli, amici, compagne, conoscenti entrano improvvisamente nel racconto perché un messaggio, una telefonata, una fotografia o un rapporto personale possono alimentare un titolo.
A quel punto bisogna porsi una domanda professionale seria: che cosa aggiunge quella persona alla comprensione del fatto? Se non aggiunge nulla, il suo nome non dovrebbe essere pubblicato.
Non perché esista necessariamente un divieto formale e debba intervenire il giudice e nemmeno perché si tema una querela. Semplicemente perché un giornalista dovrebbe sapere che il diritto di cronaca non coincide con il diritto di utilizzare qualsiasi informazione disponibile.
Una persona citata in un articolo rimane su internet. Il suo nome viene indicizzato, associato a parole e vicende che possono accompagnarla per anni. I lettori commentano, interpretano, costruiscono sospetti. Il successivo chiarimento, ammesso che arrivi, quasi mai dispone della stessa potenza del primo titolo. È precisamente qui che dovrebbe intervenire la coscienza professionale.
Non tutti i lettori ricevono un’informazione nello stesso modo
Esiste poi un’altra responsabilità che spesso dimentichiamo. Il pubblico non è un blocco indistinto, esistono lettori con grande familiarità con il linguaggio giudiziario e persone che non conoscono la differenza fra un indagato, un testimone, una persona informata sui fatti, una fonte, una vittima o qualcuno semplicemente nominato in un documento.
Quando scriviamo dobbiamo sapere che stiamo parlando anche a loro e la responsabilità del giornalista consiste proprio nel rendere chiara quella differenza, non nello sfruttarne l’ambiguità.
Per questo il titolo assume un peso enorme. Può raccontare correttamente una vicenda oppure deformarne completamente la percezione, pur lasciando formalmente intatti i fatti all’interno dell’articolo. Un giornalismo responsabile non dovrebbe poter dire: “Io l’ho spiegato nel testo”, dopo avere costruito un titolo capace di far pensare esattamente il contrario.
L’Ordine dei giornalisti deve avere il coraggio di guardare dentro la professione
Dopo l’attentato a Ranucci l’Ordine ha espresso solidarietà al collega. Era doveroso farlo. Un’organizzazione professionale deve difendere un giornalista minacciato, intimidito o colpito per il proprio lavoro, ma questo non basta.
Anzi, limitarsi alla solidarietà nei confronti del giornalista aggredito è la parte più facile. La parte difficile consiste nell’intervenire quando il problema nasce all’interno della professione stessa.
L’Ordine dovrebbe occuparsi anche del giornalismo che pubblica un’indiscrezione non sufficientemente verificata, che espone una persona estranea a un’indagine, che utilizza la vita privata per costruire un sospetto, che confonde una conoscenza con una responsabilità e che mette in circolazione elementi capaci di distruggere una reputazione senza aggiungere nulla alla conoscenza dei fatti.
Su questo l’Ordine dovrebbe essere molto più presente, non soltanto dopo un attentato, ma prima. E dovrebbe farlo attraverso richiami pubblici chiari, formazione professionale seria e una discussione deontologica che non resti confinata ai convegni o ai corsi obbligatori, ma entri realmente nelle redazioni e nelle decisioni quotidiane.
Perché se un Ordine professionale interviene soltanto per difendere il giornalista dagli altri poteri e non richiama mai con sufficiente forza i giornalisti davanti al potere che essi stessi esercitano, rischia di svolgere soltanto metà della propria funzione.
La deontologia serve anche a proteggere il cittadino dal potere della stampa
Questo è probabilmente il punto sul quale l’Ordine dovrebbe interrogarsi con maggiore severità, perché la deontologia giornalistica non esiste soltanto per tutelare la libertà di stampa, ma anche per impedire che quella libertà venga utilizzata in modo irresponsabile.
Il giornalista dispone di un potere considerevole. Può rendere pubblica una vicenda, associare un nome a un’accusa, decidere l’importanza di un fatto, scegliere quale dettaglio mettere nel titolo e quale lasciare nelle ultime righe. Può trasformare una persona sconosciuta in un caso nazionale nell’arco di poche ore. Non è un potere minore perché non nasce da un’elezione e proprio per questo deve essere accompagnato da una responsabilità enorme.
La politica deve rispondere agli elettori, la magistratura alle regole del processo, le amministrazioni ai controlli previsti dalla legge. Il giornalismo ha certamente leggi, tribunali e organi professionali, ma una parte essenziale del suo controllo deve nascere dalla propria cultura. Se aspettiamo sempre che sia un giudice a stabilire il limite, significa che la deontologia ha già fallito.
Il limite non può essere la paura della querela
Un giornalista non dovrebbe evitare una bassezza perché teme una condanna, dovrebbe evitarla perché la considera incompatibile con il proprio mestiere. Non dovrebbe rinunciare alla pubblicazione di un dettaglio irrilevante perché l’avvocato gli ha spiegato che rischia una causa, ma perché comprende che quella pubblicazione può infliggere un danno ingiustificato a una persona senza produrre alcun vantaggio informativo per il lettore.
Questa è la differenza fra una professione regolata soltanto dalle sanzioni e una professione capace di regolarsi attraverso una cultura etica.
L’Ordine dovrebbe lavorare soprattutto su questo, una sorta di patente morale del giornalismo che non può naturalmente essere rilasciata con un esame né ritirata con un timbro, ma che dovrebbe rappresentare la misura dell’autorevolezza professionale.
Chi trasforma sistematicamente il sospetto in notizia, la vita privata in spettacolo e la fragilità delle persone in materiale editoriale può anche rispettare formalmente alcune norme, ma pone comunque un problema alla credibilità dell’intera professione. Come può l’Ordine dei Giornalisti rimanere indifferente?
Non esiste un diritto alla demolizione della persona
La libertà di stampa resta una delle condizioni fondamentali di una società democratica. Deve essere difesa soprattutto quando dà fastidio al potere, quando indaga interessi economici importanti, quando porta alla luce fatti che qualcuno preferirebbe nascondere.
Proprio per questo non può essere confusa con una libertà indiscriminata di demolire le persone. La forza del giornalismo dovrebbe nascere dall’accuratezza, dalla verifica, dalla capacità di distinguere i fatti dalle interpretazioni e dall’assunzione di responsabilità davanti alle conseguenze di ciò che viene pubblicato.
Il caso Ranucci rappresenta soltanto l’occasione più recente per affrontare questo problema oggi e domani potrebbe riguardare una persona politicamente lontanissima da lui. Potrebbe essere un imprenditore, un amministratore, un medico, un magistrato, un cittadino completamente sconosciuto.
Il principio deve valere allo stesso modo, altrimenti non è un principio.
L’Ordine deve scegliere se essere soltanto una corporazione o anche una coscienza professionale
La domanda finale riguarda quindi direttamente l’Ordine dei giornalisti. A che cosa serve un Ordine se non interviene con autorevolezza proprio nei momenti in cui la professione mostra le proprie degenerazioni?
Non può limitarsi a essere il soggetto che difende i giornalisti dagli attacchi della politica, dalle minacce della criminalità o dalle pressioni economiche. Quella funzione è fondamentale, ma non esaurisce il suo compito.
Deve avere anche la forza di dire ai giornalisti che una cosa non si fa e non soltanto quando viola una norma, soprattutto quando viola il senso più profondo della professione. Il giornalismo non ha bisogno di maggiore libertà dalle regole etiche. Ne ha bisogno di più forti, perché la libertà senza responsabilità non rafforza la stampa.
La rende meno credibile e una stampa meno credibile diventa inevitabilmente anche meno libera.
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