La Procura di Roma ha riaperto i fascicoli sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Nell’ambito di queste attività, i magistrati stanno riesaminando la vecchia documentazione che riguarda Mario Meneguzzi, lo zio materno della ragazza. Chi indaga valuta l’ipotesi che la scomparsa possa essere legata a un contesto familiare. Gli Orlandi e i Meneguzzi respingono questa ricostruzione, sottolineando che non esiste alcun elemento oggettivo contro l’uomo. Tuttavia, gli atti dell’epoca indicano che le prime fasi dell’inchiesta si concentrarono proprio su Meneguzzi, in seguito a elementi che i primi magistrati valutarono come indizi molto compromettenti.
Ma quali furono questi indizi? Il primo fu un documento riservato del settembre 1983, scambiato tra la Segreteria di Stato del Vaticano e il confessore della famiglia Orlandi. In quel testo si riferiva una precedente segnalazione su molestie sessuali che Meneguzzi avrebbe rivolto a Natalina Orlandi, sorella maggiore di Emanuela, arrivando persino a minacciarla di licenziamento se avesse parlato della cosa. Nelle indagini, lo studio del passato familiare è una procedura standard per valutare l’eventuale ripetizione di condotte simili. Per i profiler, il rischio che si ripetano tali comportamenti verso un’altra figura del cerchio parentale è estremamente elevato. Gli investigatori verificarono questa ipotesi in relazione alla scomparsa di Emanuela, ma chiusero gli accertamenti senza riscontrare alcun legame tra i due casi.
Il secondo elemento riguarda la descrizione di un uomo visto parlare con Emanuela Orlandi vicino al Senato poco prima della scomparsa. Un poliziotto e un vigile urbano fornirono dettagli descrittivi che gli inquirenti valutarono compatibili con i tratti somatici dello zio, senza tuttavia approfondire dove si trovasse l’uomo mentre la nipote spariva nel nulla. Gli inquirenti ipotizzarono che la conoscenza con un parente potesse spiegare l’approccio ravvicinato con la ragazza e l’assenza di azioni violente, come di solito avviene nei casi di rapimento. Questa linea d’indagine rimase tuttavia priva di riscontri oggettivi, a causa di una colpevole inerzia investigativa.
Il terzo indizio riguarda la gestione delle comunicazioni successive alla scomparsa. In quella fase iniziale, Meneguzzi collaborò con i familiari: rispose alle telefonate a casa Orlandi; curò la pubblicazione degli annunci sui giornali e trasmise un comunicato all’agenzia ANSA in cui ventilava l’ipotesi del rapimento. Fu lui a far stampare e divulgare i manifesti con il volto di Emanuela e il numero di telefono in bella mostra, senza consultarsi con gli inquirenti e finendo per ostacolare le indagini della magistratura. Questa attività di supporto fu analizzata dagli inquirenti per verificarne le reali finalità, sospettando che l’uomo si fosse piazzato non tra la famiglia Orlandi e i rapitori, ma tra la famiglia Orlandi e gli inquirenti per dirottare le indagini. Tuttavia, questi approfondimenti non diedero luogo ad alcun rilievo penale e le iniziative dell’uomo restano ancora oggi catalogate come attività di supporto.
Il quarto indizio fu l’esame degli spostamenti dello zio attraverso lo studio dei flussi sul territorio. In qualità di capo dei servizi di ristorazione alla Camera dei Deputati, Meneguzzi compiva un tragitto giornaliero tra il Parlamento e la sua abitazione che attraversava il centro di Roma, inclusa la zona vicino a Piazza Sant’Apollinare, luogo dell’ultimo avvistamento di Emanuela. Gli investigatori notarono che l’orario di uscita di Emanuela dalla scuola di musica, intorno alle ore 19:00, coincideva quasi perfettamente con il termine del turno di lavoro dell’uomo. Questa sovrapposizione permetteva a Meneguzzi di intercettare la nipote lungo il tragitto, offrendole un passaggio in Vaticano, come riferito anche da una ex amica di Emanuela. Tuttavia, questa routine quotidiana non fornì alcun elemento di rilievo processuale.
Il quinto indizio porta la firma di un ex funzionario di polizia che, in Commissione Parlamentare d’Inchiesta, ha parlato degli spostamenti serali compiuti da Meneguzzi verso Torano, in provincia di Rieti. I poliziotti addetti al pedinamento, su ordine del commissario Nicola Cavaliere, notarono che mentre l’uomo di giorno partecipava alle ricerche, la sera si recava da solo nella sua villa di Torano, senza una ragione apparente. Sebbene le verifiche iniziali non avessero comportato una perquisizione tempestiva dello stabile, la posizione dell’immobile resta al centro di pesanti interrogativi. Perché lo zio di Emanuela si recava in modo furtivo in quel luogo, dove peraltro aveva detto di essersi trovato il giorno della scomparsa della ragazza?
Il sesto indizio riguarda proprio l’alibi claudicante di Mario Meneguzzi. Secondo quanto dichiarato dall’uomo al giudice Ilario Martella nel 1985, la sua presenza a Torano risaliva al pomeriggio del giorno prima della scomparsa di Emanuela. Tuttavia, gli atti dell’epoca riportano che Ercole Orlandi, padre di Emanuela, cercò di contattarlo al telefono quella sera, ma prima a Roma e solo dopo a Torano, trovandolo a mezzanotte, cinque ore dopo la sparizione della figlia. Gli inquirenti analizzarono gli orari delle chiamate e la distanza geografica tra la Capitale e Torano, quantificabile in circa un’ora di auto; un tragitto che avrebbe potuto permettere a Meneguzzi di andare e venire in poco tempo. I verbali registrarono la mancanza di accertamenti e questa ricostruzione non è mai stata smentita da elementi materiali.
Il settimo e ultimo indizio riguarda una grave fuga di notizie. Nel settembre 1983, il magistrato Domenico Sica dispose un servizio di sorveglianza e pedinamento nei confronti di Meneguzzi. Secondo le relazioni della Squadra Mobile di Roma, l’uomo fu avvisato del pedinamento da una probabile “gola profonda”, assumendo da quel momento in poi un atteggiamento guardingo e sospettoso. Questo comportamento diede luogo a valutazioni opposte: per gli investigatori si trattava di una reazione tipica di chi ha qualcosa da nascondere; mentre in ambito familiare fu considerato la semplice conseguenza dello stato di tensione legato alla vicenda del momento.
In ogni caso, dal punto di vista tecnico-scientifico, l’insieme di questi elementi ha costituito in passato un focus investigativo pesantemente indiziario ma mai approfondito. La recente focalizzazione della pista investigativa sulla figura di Mario Meneguzzi si configura, a ben guardare, come un modo tardivo e quasi disperato di colmare le lacune che hanno caratterizzato le prime indagini del 1983. Questo improvviso interesse per il ruolo dello zio di Emanuela Orlandi non fa che evidenziare l’inadeguatezza degli accertamenti dell’epoca, quando nodi cruciali e incongruenze vennero ignorati. Più che una reale svolta risolutiva, questa spinta fuori tempo massimo assume i tratti di un’operazione di recupero storico. Un modo per emendare i vecchi errori di una magistratura che non seppe o non volle approfondire la pista familiare per correre dietro ai complotti politici e criminali.
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