Csm, la partita dei laici: Zanon e Zanettin in pole. La tentazione Schifani e le mosse di Renzi


Aperte le candidature per i dieci componenti scelti dal Parlamento. FdI guarda all’ex vicepresidente della Consulta, volto del Sì al referendum. FI al senatore già consigliere del Csm. L’exit strategy per il governatore siciliano e l’attivismo di Italia Viva

Le candidature sono aperte solo da un giorno, ma il risiko sui nomi dei dieci membri laici del prossimo Consiglio superiore della magistratura è già in corso da tempo. Il Parlamento comincerà a votarli il 28 ottobre e nei partiti si ragiona già sulle quote e sulla partita più ambita, quella della futura vicepresidenza. Per presentarsi c’è tempo fino alle 10 del 23 ottobre: servono quindici anni di «esercizio effettivo» della professione forense oppure la qualifica di professore ordinario in materie giuridiche, si legge sul sito di Camera e Senato.

Derby Zanettin-Zanon per la vicepresidenza

Nel centrodestra intanto si vagliano più fronti. Forza Italia guarda soprattutto a Pierantonio Zanettin. Il senatore azzurro, oggi capogruppo in commissione Giustizia, ha già seduto a Palazzo Bachelet tra il 2014 e il 2018 e potrebbe tornare con un’ambizione in più: giocarsi la vicepresidenza.

FdI, però, non sembra intenzionata a lasciare agli alleati la partita per il numero due del Csm. Tra i profili valutati c’è Nicolò Zanon, professore ordinario di Diritto costituzionale alla Statale di Milano, già consigliere del Csm e poi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale. Nella prima parte dell’anno, il suo nome si è legato al referendum sulla giustizia: ha guidato il Comitato “Sì Riforma” nella campagna per la revisione costituzionale poi bocciata alle urne.

Sulla vicepresidenza però, è bene ricordare fin da subito che il pallino non sarà del tutto nelle mani degli onorevoli. I deputati e i senatori eleggono i dieci laici, successivamente il nuovo plenum del Csm sceglie tra loro il nome da affiancare al presidente della Repubblica. È quindi su questo secondo livello – lo mette nero su bianco l’articolo 104 della costituzione – che dovrà essere costruita la maggioranza necessaria, anche con il voto dei componenti togati. 

Mulè e l’incognita Schifani in Sicilia

A complicare i giochi in Forza Italia c’è poi un altro nome che continua a riaffacciarsi: Renato Schifani. L’ipotesi di un approdo al Csm dell’attuale presidente della Regione siciliana non nasce oggi. Già a luglio nel centrodestra si ragionava su quest’ipotesi come possibile soluzione per aprire la successione in Sicilia. Date alla mano, a questo scenario si oppone però un problema di calendario. L’attuale organismo, infatti, si è insediato il 24 gennaio 2023 e la Costituzione stabilisce che i membri elettivi restino in carica quattro anni. Il nuovo Consiglio dovrà quindi subentrare all’inizio del 2027. Schifani, dunque, se puntasse davvero al nuovo incarico, non potrebbe aspettare la conclusione naturale della legislatura siciliana come invece vorrebbe, si ragiona tra gli azzurri.

Potrebbe invece essere eletto dal Parlamento prima di lasciare la Regione e risolvere successivamente l’incompatibilità. Un precedente d’altronde c’è. David Ermini nel luglio 2018 fu eletto componente laico dal Parlamento il 19 quando era ancora deputato. Lasciò Montecitorio il 25 settembre e due giorni dopo venne scelto come vicepresidente del Csm. La Carta vieta infatti ai componenti del Consiglio, «finché sono in carica», di far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale. Un eventuale addio anticipato di Schifani riaprirebbe immediatamente la partita siciliana. E un nome disposto a farsi avanti già c’è. Il forzista Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha già dato la propria disponibilità al partito, sottolineano. 

Il caso Boschi: la smentita e l’incontro di Renzi

Sul fronte delle opposizioni invece c’è il caso che riguarda Maria Elena Boschi. Solo poche settimane fa la capogruppo di Italia Viva alla Camera al Fatto quotidiano ha smentito nettamente le ricostruzioni che la riguardano: «Non mi sono mai proposta per un ruolo al Csm e tanto meno ho mai pensato o chiesto di diventarne vicepresidente». Aggiungendo un elemento dirimente: «Allo stato non ho i requisiti di anzianità professionale richiesti».

Eppure la strada per l’ex ministra non sarebbe del tutto sbarrata, almeno nei desideri dell’ex premier. Secondo quanto riferisce a Open una fonte autorevole, Renzi avrebbe incontrato alcuni togati in odore di candidatura al Csm proprio per perorare la candidatura di Boschi, in vista della partita sulla vicepresidenza. Insomma, requisiti o meno, un interessamento ci sarebbe effettivamente stato. Certo, l’ostacolo tecnico resta. Nell’avviso pubblicato non si richiedono semplicemente quindici anni di iscrizione all’albo, ma quindici anni di «esercizio effettivo» della professione. E Boschi, iscritta all’Ordine degli avvocati di Firenze già prima dell’ingresso in Parlamento, durante gli incarichi di governo ha sospeso l’attività.

Sul tavolo c’è poi anche la nuova legge elettorale. Se il Melonellum verrà confermato alla Camera, con le preferenze e l’incognita del premio di maggioranza, gli onorevoli a rischiare la rielezione potrebbero non essere pochi. Per Italia Viva, che potrebbe alleggerire le liste conquistando una poltrona a Palazzo Bachelet, c’è però soprattuto una questione di geometrie politiche da considerare. Se venisse confermato uno schema simile a quello del 2023, con sette laici riconducibili alla maggioranza e tre alle opposizioni, non è affatto scontato che uno dei posti resti ai renziani. Le opposizioni puntano infatti a portare ad almeno quattro la propria quota, ma il finale della trattativa è ancora tutto da scrivere.

I nomi del Pd e la carta Grosso dopo il referendum 

Nel Pd invece sono almeno due i parlamentari il cui nome è entrato nel toto-Csm: Alfredo Bazoli, senatore e avvocato, e Anna Rossomando, vicepresidente del Senato e anche lei avvocata. Accanto a loro circola anche un profilo esterno, quello di Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino.

Una candidatura che avrebbe anche un forte valore simbolico nel post referendum. Se Zanon è stato uno dei volti del Sì, Grosso ha puntellato il fronte opposto da presidente onorario del comitato “Giusto dire No”, promosso su impulso dell’Associazione nazionale magistrati. I due insomma potrebbero così ritrovarsi a sedere nello stesso Csm, dopo essersi scontrati nella battaglia sulla riforma che proprio l’assetto dell’autogoverno della magistratura avrebbe voluto cambiare.


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