MANDURIA – È di una bellezza quasi struggente, Manduria. Un angolo di Salento non banale, che sconfina nella provincia di Taranto: e incanta gli occhi. Quasi trentamila anime, strette tra i vigneti di Primitivo e le pietre millenarie delle Mura Messapiche. In questo settembre che sta morendo, la città ha vissuto un accavallarsi di notizie che raccontano la complessità che accomuna diverse realtà del Mezzogiorno d’Italia, contese tra un passato che pare non passare mai ed un futuro da scrivere, attingendo alla Storia.
Martedì 22 settembre, ancora buio, le squadre della Polizia di Stato in azione nell’ambito di una inchiesta dell’Antimafia. All’alba viene colpita quella che – secondo le accuse della DDA di Lecce – è una presunta forte organizzazione criminale. Alla Squadra Mobile di Taranto, che ha coordinato le indagini, sono affiancati i Reparti Prevenzione Crimine di Bari e Lecce, insieme alle unità cinofile antiesplosivo e antidroga di Bari e Napoli, in un dispiegamento di forze che ha interessato sei province.
Il risultato è l’esecuzione di ventuno ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Tra i destinatari del provvedimento anche Vincenzo Stranieri, “Stellina”, storico nome della mala pugliese, che nel successivo interrogatorio davanti al giudice Rizzo ha negato ogni coinvolgimento e respinto ogni addebito, accompagnato dai suoi difensori avvocati Lorenzo Bullo e Michele Iaia. Ha scelto di non rispondere Pietro Tondo, assistito dagli avvocati Luigi Esposito e Franz Pesare.
Colpisce, leggendo le carte trapelate nei primi resoconti, il quadro delle presunte vittime. Tra le condotte estorsive contestate figurano quelle che sarebbero state commesse ai danni di imprenditori locali, ma anche degli occupanti abusivi di un complesso residenziale della città, costretti secondo le accuse a versare mensilmente somme di denaro sotto la minaccia di aggressioni fisiche o del distacco delle utenze domestiche. Un dettaglio che restituisce l’immagine di un controllo capillare del territorio, esercitato non solo sul tessuto economico ma sulla vita quotidiana delle persone più fragili. Le indagini, inoltre, hanno permesso di raccogliere ulteriori elementi in merito ad un violento fatto di sangue avvenuto nel febbraio 2023, costato la vita a un giovane, Natale Naser Bahtijari.
Le reazioni istituzionali sono arrivate a stretto giro. I parlamentari Dario Iaia e Giovanni Maiorano, ed anche Fabio Conestà, segretario generale del sindacato di polizia Mosap, hanno espresso apprezzamento per il lavoro di polizia e magistratura, chiedendo un rafforzamento stabile di uomini e mezzi sul territorio. La presenza dello Stato non può esaurirsi nel giorno del blitz.
A distanza di qualche ora, un’altra notizia ha attraversato le stesse strade: Manduria è entrata ufficialmente nella corsa per diventare Capitale Italiana della Cultura 2029. Non è una coincidenza estemporanea: il percorso, come racconta chi segue da mesi l’iter amministrativo, era partito ben prima, con una delibera di giunta che fissava la tabella di marcia. Il Comune ha prima presentato la manifestazione di interesse al Ministero della Cultura, per poi completare e trasmettere il dossier definitivo entro il 23 settembre.
Il dossier con cui Manduria si gioca la partita ha un nome che vuole essere un manifesto: “Manduria Vibra. Terra – Suono – Futuro“. L’amministrazione ha costruito il progetto attorno agli elementi più rappresentativi dell’identità cittadina: il patrimonio messapico, il paesaggio agricolo e la produzione del Primitivo, con l’obiettivo dichiarato di trasformare le risorse storiche, archeologiche e paesaggistiche in uno strumento di crescita per il territorio. La formula scelta dal Comune è quasi uno slogan: una cultura «che si tocca, si beve e si ascolta».
Il sindaco Domenico Sammarco non ha nascosto l’ambizione dell’operazione. Ha definito la candidatura una scelta ponderata, con l’obiettivo di dimostrare che l’identità messapica e le eccellenze locali possono trasformarsi in un motore concreto di sviluppo economico e sociale. La partita, va detto, è tutt’altro che semplice. Sono diciassette i Comuni italiani che hanno manifestato interesse per il titolo 2029, un elenco che comprende, tra gli altri, Cremona, Valcamonica, Bassano del Grappa, Tivoli, Melfi e Ostuni, quest’ultima a pochi chilometri da Manduria. Entro il 16 dicembre 2026 una giuria di sette esperti indipendenti selezionerà le dieci città finaliste, che affronteranno audizioni pubbliche entro marzo 2027, prima della proclamazione finale accompagnata da un contributo ministeriale di un milione di euro.
Ma per “capire” questa candidatura bisogna guardare a ciò che Manduria è, prima ancora di ciò che le è accaduto in queste settimane. La città affonda le radici nella civiltà messapica: le sue Mura Messapiche, uno dei sistemi difensivi più imponenti e meglio conservati dell’Italia preromana, corrono intorno al nucleo antico, custodendo necropoli e reperti che raccontano una storia lunga oltre venticinque secoli. Attorno a quelle pietre si è stratificato un centro storico fatto di chiese barocche, palazzi nobiliari, vicoli che si aprono su piazze silenziose — e fuori, un paesaggio agricolo di masserie e vigneti che ha reso il nome di Manduria sinonimo, in tutto il mondo, del Primitivo: un vino robusto, caldo. Vivo.
È in questa stratificazione — archeologia, fede, agricoltura, enologia — che “Manduria Vibra” cerca la propria cifra identitaria, ed è qui che la candidatura assume un significato che va oltre il concorso di bellezza fra municipi. Le città che hanno ottenuto il titolo di Capitale Italiana della Cultura, ricordano gli osservatori del settore, non hanno guadagnato soltanto visibilità mediatica, ma hanno potuto contare su un anno di programmazione intensiva, investimenti dedicati e un salto di percezione nazionale che spesso si è tradotto in flussi turistici duraturi. Per una città che unisce un centro storico di origini remotissime a una campagna di eccellenza produttiva, significa poter far dialogare, sotto un’unica regia, patrimonio archeologico, paesaggio rurale e produzione contemporanea — mettendo ordine, cioè, in ricchezze che finora hanno spesso viaggiato separate.
Ma chi conosce da vicino la cronaca di Manduria sa che nella memoria collettiva resta scolpita, ancora oggi, la vicenda di Antonio Stano, il pensionato affetto da un disagio psichico terrorizzato da una banda di giovanissimi, arrivato a temere di aprire la porta di casa persino agli agenti del commissariato, convinto che fossero ancora i suoi aguzzini. Ricoverato in ospedale, morì dopo giorni di agonia. Era il 2019. Una storia molto diversa, certo, per genesi e responsabilità, da quella che ha scandito la cronaca di questi giorni.
Eppure, nel racconto di una città che oggi si candida a Capitale della Cultura, il nome di Stano torna a bussare come un monito: una ferita che niente potrà – e dovrà – cancellare, ma che una città capace di guardarsi allo specchio sa ricordare. Una città che investe sulla propria immagine culturale, chiamando a raccolta associazioni, imprese, università e cittadini attorno a un progetto condiviso — come chiede lo stesso iter ministeriale — costruisce anticorpi sociali che nel lungo periodo rendono più difficile l’attecchire di logiche criminali fondate sul controllo del territorio, e possono scongiurare il ripetersi di tragedie come quella di Antonio Stano. La cultura, in questo senso, non è un orpello, un abbellimento da aggiungere dopo che la sicurezza è stata garantita: è essa stessa uno strumento di bonifica sociale, un modo per restituire ai cittadini l’orgoglio di un’identità che non si lascia ridurre a fatto di cronaca.
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