L’estate appena passata ha segnato un momento di svolta per la tutela ambientale del territorio astigiano. Nella sede dell’Ente Parco Paleontologico Astigiano si è tenuto un incontro straordinario che ha visto unire le forze di scienziati, accademici e appassionati locali con l’obiettivo di partecipare ai “Tavoli degli Esperti”, il cuore pulsante dell’iniziativa “Massimo Impatto”, un progetto coordinato dal professor Giuseppe Bogliani in stretta sinergia con la Lipu e il Settore Biodiversità e Aree Naturali della Regione Piemonte, finanziato dalla Banca Cariplo.
Ma che cos’è esattamente “Massimo Impatto” e perché la sua applicazione è così cruciale per la nostra provincia?
Questo approccio innovativo nasce per promuovere la cosiddetta scienza “expert based”, ovvero una ricerca che si fonda sul sapere pratico e sul coinvolgimento diretto di chi il territorio lo vive e lo studia ogni giorno. L’idea di fondo è semplice quanto rivoluzionaria: per proteggere l’ambiente non bastano i dati dei computer; serve l’esperienza sul campo.
Nel contesto astigiano, questa visione si è tradotta in cinque tavoli di lavoro tematici, focalizzati sulle grandi macrocategorie della nostra fauna e flora: uccelli, invertebrati, ambienti acquatici e ittiofauna, ambienti boscati e flora, erpetofauna (anfibi e rettili).
Purtroppo a causa dell’assenza di esperti sui mammiferi non è stato possibile attivare il tavolo specifico di questo gruppo faunistico.
Attorno a questi tavoli si sono riuniti biologi, naturalisti, agronomi, veterinari, pianificatori e semplici appassionati. Incrociando le mappe regionali con i propri rispettivi avvistamenti sul campo, questi esperti hanno fatto emergere dati inediti e segnalazioni preziose su specie rare o vulnerabili nascoste nel paesaggio astigiano. La giornata è stata preceduta da numerosi incontri “online” e presso i locali dell’Ente Parco, durante i quali accese e appassionate discussioni hanno permesso di individuare le “Core Areas”: i veri e propri scrigni di biodiversità dell’Astigiano che richiedono il massimo livello di protezione o che sono già tutelati dai parchi regionali.
I risultati di questa giornata di lavoro sono stati l’individuazione di alcuni gruppi: Gruppo Vegetazione (38 aree interessate), Gruppo Cenosi acquatiche (12 aree), Gruppo Anfibi&Rettili (14 aree) e Gruppo Uccelli (18 aree).
Molte aree, giova ricordare, erano già state individuate e censite nella pubblicazione, a cui aveva collaborato la maggior parte degli esperti coinvolti nella giornata del 6 giugno, edita dalla Provincia di Asti nel 2011 (E. Caprio, S. Vazzola “I Quaderni Ambiente e Territorio: Percorsi di Sostenibilità nella Provincia di Asti”)
Il lavoro, però, non si ferma qui. Grazie al personale scientifico della Lipu, il progetto entra ora in una fase affascinante: il tracciamento dei “Corridoi Ecologici”. Se i boschi e le riserve sono i nodi centrali della vita selvatica, i corridoi sono le “autostrade” biologiche che permettono agli animali di spostarsi, nutrirsi e riprodursi senza isolarsi. Esaminando foto aeree e perlustrando il territorio, i ricercatori stanno mappando elementi naturali apparentemente minori (come filari di alberi, risorgive, canali e piccoli fontanili) che si rivelano invece vitali per il movimento della fauna.
A completare questa mappa della connettività vi è l’individuazione delle “stepping stones” (le isole di sosta, piccoli fazzoletti di natura strategici per gli animali in transito) e lo studio dei varchi ecologici.
Questo significa individuare i punti critici in cui il cemento, le ferrovie o le strade interrompono i flussi naturali, per progettare soluzioni che restituiscano continuità e “permeabilità” al paesaggio.
Questo approccio integrato, che unisce l’analisi scientifica quantitativa all’insostituibile sapere umano, permette di superare i limiti dei modelli automatici, calando le teorie nella reale complessità biologica del territorio astigiano. È la cosiddetta “conservazione eco-regionale”, il traguardo più avanzato nelle moderne strategie di tutela ambientale.
Ma non si tratta solo di studio e ricerca scientifica. La Rete Ecologica della Provincia di Asti ha una fortissima ricaduta pratica e si tradurrà in uno strumento normativo vincolante. Le mappe e i dati nati dai tavoli degli esperti diventeranno una bussola imprescindibile per orientare la gestione del territorio, guidando lo sviluppo urbanistico lontano dalle aree sensibili nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) e nei Piani Regolatori Comunali (PRGC). Inoltre offriranno parametri oggettivi per le valutazioni ambientali (VAS e VIA) e indirizzeranno gli investimenti, pubblici e privati, verso interventi di compensazione mirati, come il ripristino di fontanili, la messa a dimora di siepi campestri e il mantenimento di tutti gli elementi ecologici già esistenti (zone di gerbido, siepi di biancospino e prugnolo, ecc.).
In un mondo sempre più frammentato, i Tavoli degli Esperti di “Massimo Impatto” hanno gettato un ponte solido tra la scienza e l’azione amministrativa, offrendo all’Astigiano una rete ecologica concreta e condivisa, capace di proteggere la ricchezza del nostro capitale naturale per le generazioni future.
Per avvalorare l’importanza del lavoro svolto riguardo alla realtà astigiana riportiamo qualche esempio di quanto emerso in alcuni dei tavoli degli esperti durante la giornata del 6 giugno.
Tavolo Uccelli
La provincia di Asti custodisce due veri e propri santuari naturali per gli uccelli, aree chiave (o core area) dove la biodiversità si esprime in tutta la sua ricchezza.
Il mosaico delle meraviglie: il Nord-Est astigiano
La prima zona calda si sviluppa nel nord-est della provincia, in un territorio che unisce Montiglio Monferrato a Casorzo Monferrato, costeggiando il confine alessandrino e abbracciando i comuni di Montiglio Monferrato, Tonco, Calliano Monferrato, Grana Monferrato, Montemagno Monferrato e Grazzano Badoglio.
Il segreto di questa straordinaria ricchezza è il cosiddetto mosaico agrario: un perfetto ecosistema rurale dove si alternano campi coltivati con prati stabili, siepi, boschetti e piccoli ruscelli corsi d’acqua. Questo mix di ambienti offre rifugio e cibo a specie nidificanti divenute ormai rare o poco comuni nelle zone pianeggianti o collinari, come: l’averla piccola (Lanius collurio), lo strillozzo (Emberiza calandra), l’ortolano (Emberiza hortulana), il saltimpalo (Saxicola torquatus).
Con una sorpresa “esotica”: da qualche anno, dalla tarda primavera all’inizio di settembre, l’area ospita alcune coppie di ghiandaia marina (Coracias garrulus fotografata da Carlo Nebbia, in copertina). Si tratta di una specie del Centro-Sud Italia nidificante, molto rara in Piemonte, che sta probabilmente colonizzando queste zone a causa dei cambiamenti climatici.
La regione è anche una fondamentale “autostrada” per i flussi migratori. Tra i passeriformi di passo meno comuni si segnalano lo zigolo capinero (Emberiza melanocephala), l’averla capirossa (Lanius senator) e la svernante averla maggiore (Lanius excubitor). Tra i rapaci, il cielo ospita spettacolari passaggi di falco cuculo (Falco vespertinus), albanella minore (Circus pygargus), albanella reale (Circus cyaneus), nibbio reale (Milvus migrans) e biancone (Circaetus gallicus), fino a registrare apparizioni eccezionali come il grillaio (Falco naumanni), l’aquila reale (Aquila chrysaetos) e l’aquila anatraia maggiore (Clanga clanga).
Lungo le sponde del Tanaro: l’autogrill dei migratori
La seconda core area strategica segue il corso del fiume Tanaro e mette in comunicazione la Riserva Naturale degli Stagni di Belangero con quella delle Rocche di Antignano, includendo lo Stagno Cascina Sardegna ad Asti e il Lago Acquabike a Revigliasco d’Asti.
Questo corridoio fluviale è un hotel a cinque stelle per gli uccelli migratori, che qui si fermano per riposare, svernare o trascorrere l’estate. I ricercatori vi hanno censito oltre 130 specie, molte delle quali protette a livello internazionale.
Nelle zone umide gli avvistamenti regalano grandi emozioni, anche se con presenze irregolari o occasionali. Tra lo scorrere delle acque o nelle aree circostanti si possono scorgere anatre insolite: il codone (Anas acuta), lo smergo maggiore (Mergus merganser), la volpoca (Tadorna tadorna), la casarca (Tadorna ferruginea) e la rara moretta tabaccata (Aythya niroca).
Ma anche ardeidi meno comuni come l’airone rosso (Ardea purpurea), il tarabuso (Botaurus stellaris) e il tarabusino (Ixobrychus minutus).
I gioielli delle zone umide a palude presenti: il maestoso falco pescatore (Pandion haliaetus), i chiurli maggiore (Numenius arquatus) e piccolo (Numenius phaeopus), la pittima reale (Limosa limosa), l’elegante avocetta (Recurvirostra avosetta), il mignattaio (Plegadis falcinellus), la rara schiribilla (Zapornia parva) e il rarissimo mignattino alibianche (Chlidonias leucopterus).
Un mosaico di ali e colori che conferma il territorio astigiano come uno snodo vitale per l’avifauna selvatica europea.
Tavolo Ambienti boscati e flora
Nell’ambito della nuova Rete Ecologica Astigiana, il gruppo di ricerca botanica ha mappato oltre 30 siti pilota. Si tratta di piccoli paradisi naturali (biotopi) scampati all’agricoltura intensiva grazie alla forma delle colline astigiane, che creano continui sbalzi di ombra, umidità e tipi di terreno in spazi ristretti.
Dalle prime ricerche sono emersi sei santuari botanici importanti.
Langa Astigiana & Val Bormida: il regno delle orchidee selvatiche
Un fitto mosaico naturale che abbraccia numerosi comuni (tra cui Loazzolo, Sessame, Bubbio, Roccaverano e Mombaldone). Le praterie aride e i boschi di roverella ospitano piante amanti del calore caldo come il giglio rosso (Lilium bulbiferum) e la campanula bolognese (Campanula bononiensis).
Il punto di forza è la spettacolare varietà di orchidee selvatiche. Tra le tantissime specie censite spiccano la raraissima Himantoglossum adriaticum, l’orchidea ape (Ophrys apifera) e la Neotinea ustulata.
Lago Freddo (Piovà Massaia): l’antica foresta primordiale di ontano nero
Nascosto nella vallata di Santonco, questo antico suggestivo bosco allagato cresce su un terreno perennemente intriso d’acqua. È dominato dall’ontano nero, insieme a salici, pioppi e aceri.
E’ speciale perché è un rarissimo frammento relitto di foresta primaria, protetto dall’Europa come Habitat prioritario Natura 2000 (Codice 91E0 – Boschi alluvionali).
Ospita piante insolite per la zona, tra cui la felce Dryopteris expansa, l’anemone giallo (Anemone ranunculoides) e l’uva di volpe l’erba Paris (Paris quadrifolia).
Il sistema collinare Muscandia-Sabbecco-Valpinzolo-Valloni, i sopravvissuti dell’era glaciale
Una catena di colline e valli boscose racchiusa tra Albugnano, Pino d’Asti, Passerano-Marmorito e Castelnuovo Don Bosco. I boschi storici (come quelli di Vota Granda e del Castelletto) mostrano un’elevata complessità ecologica, con alberi imponenti di farnia, rovere, tiglio cordato e carpino bianco.
In alcune stazioni isolate, sopravvivono piccoli nuclei di faggio e pino silvestre, veri e propri relitti botanici risalenti alle epoche glaciali.
Al contrario, sulle cime soleggiate (regione Olivasso-Savatta) crescono piante rare amanti dei climi aridi e tipiche del Mediterraneo, come l’erba cornacchia irida (Sisymbrium irio), l’euforbia sottile (Euphorbia exigua), la veronica sdraiata (Veronica prostrata) e la graminacea Cleistogenes serotina.
La Bialera Viva e la Valle dei Savi (Villanova d’Asti)
Questo grande mosaico di boschi umidi si sviluppa nella Valle dei Savi, al confine con Montafia. Le formazioni forestali naturali a prevalenza di ontano nero, pioppo bianco e frassino maggiore trovano un habitat favorevole grazie a un fitto reticolo di microcorsi d’acqua fluviale.
Il cuore dell’area è la Bialera Viva, un canale artificiale scavato alla fine del 1300 dai Mastri Molendini del Villanovese per alimentare l’antico Mulino del Casale, rimasto attivo fino al Novecento.
Un paradiso umido ricchissimo di felci, muschi ed erbe rare come la farferugine (Caltha palustris), il tulipano selvatico (Tulipa sylvestris), l’aglio orsino (Allium ursinum), la colombina cava (Corydalis cava).
La cerreta della Morra (Moncucco Torinese)
Nella valle del Rio della Morra resiste una vera e propria rarità: un bosco di circa 5 ettari dominato dal cerro, accompagnato da roverelle, ornielli e pini silvestri.
È l’ultimo nucleo significativo di cerreta sopravvissuto in tutta la provincia di Asti. Lungo i suoi margini crescono piante d’interesse floristico come il Carpesium cernuum.
I boschi misti di Castiglione
Una rete frammentata di boschi nati spontaneamente su vecchi terreni agricoli abbandonati. Nonostante l’invasione della robinia, persistono fitti addensamenti di querce, i carpini e i castagni .
Il sottobosco nasconde veri gioielli botanici per le colline astigiane, tra cui il giglio martagone (Lilium martagon), il giglio rosso (Lilium bulbiferum), il campanellino di primavera (Leucojum vernum) e la latrea comune (.Lathraea squamaria).
Gli altri tasselli del mosaico astigiano
La mappa della Rete Ecologica Astigiana non finisce qui. Decine di altri siti custodiscono meraviglie altrettanto cruciali per la biodiversità: i giganti verdi, ovvero i querceti storici di Santonco (Piovà Massaia) e Rocchetta Tanaro, o il frassineto del Rio Serbione a Castello di Annone.
Le oasi vicino alla città come i boschi naturaliformi di Valmanera (Asti) e il querco-carpineto di Sessant.
I relitti glaciali e mediterranei quali sono i nuclei di pini silvestri a Passerano-Marmorito e Cisterna d’Asti, contrapposti alle orchidee termofile di Berzano di San Pietro e alla flora delle formazioni calanchive ai di Albugnano.
Gli ambienti forestali umidi e Gli stagni fluviali di Belangero (Asti) e le sorgenti della Carabina-Bacolla a Capriglio e del Rio Freddo ad Aramengo rappresentano esempi di acqua e geologia.
Tavolo Ambienti acquatici e ittiofauna
I corsi d’acqua dell’Astigiano custodiscono un patrimonio naturale invisibile e straordinariamente fragile. Oggi, tre specie ittiche endemiche rischiano di scomparire per sempre a causa di inquinamento, specie aliene, prelievi idrici e alterazione degli habitat. Ecco dove si nascondono gli ultimi sopravvissuti e perché la loro tutela è un dovere urgente.
Il Rio Traversola e il Gobione italico (Romanogobio benacensis)
Il Rio Traversola è un piccolo e prezioso corso d’acqua che scorre nella pianura astigiana, caratterizzato da acque risorgive fresche e fondali ghiaiosi.
Il Gobione italico ha subito un crollo verticale della popolazione a causa della frammentazione del suo habitat e della competizione con specie esotiche invasive.
Va salvaguardato perché è un indicatore biologico perfetto. La sua presenza certifica l’eccellente qualità dell’acqua e la salute dei piccoli ecosistemi di risorgiva.
La Valle Bormida e la Lasca (Chondrostoma soetta)
La Valle Bormida, storicamente colpita da passate pressioni industriali, sta vivendo un percorso di rinaturalizzazione dei suoi tratti fluviali.
La Lasca è un ciprinide endemico del bacino del Po, quasi del tutto scomparso a causa dello sbarramento dei fiumi (che impedisce la riproduzione) e della voracità del siluro, oltre alla forte riduzione delle portate per eccessivi prelievi in base al disponibile, con conseguente riscaldamento e concentrazione di inquinanti. Cui si aggiunge, l’eccessiva pressione predatoria dei cormorani su ambienti già alterati.
Rappresenta un anello fondamentale della catena alimentare fluviale. Proteggerla significa ripristinare la connettività ecologica dei nostri fiumi attraverso scale di risalita per i pesci.
Castello d’Annone e il Pigo (Rutilus pigus)
Il tratto del fiume Tanaro che attraversa Castello d’Annone presenta sponde e correnti ideali per la fauna ittica autoctona di grandi dimensioni.
Il Pigo, pesce tipico delle acque profonde e correnti, è diventato rarissimo a causa della perdita delle lanche (le zone di acqua calma dove si riproduce) e dei cambiamenti climatici che surriscaldano i fiumi. Anche in questo caso i fattori limitanti sono la forte riduzione delle portate per eccessivi prelievi in base al disponibile, con conseguente riscaldamento e concentrazione di inquinanti, e l’eccessiva pressione predatoria dei cormorani su ambienti già alterati.
Custodisce la memoria storica e l’identità biologica della pianura padano-veneta. La sua estinzione locale causerebbe il collasso definitivo della biodiversità del Tanaro.
Salvare il Gobione, la Lasca e il Pigo non significa solo proteggere tre specie di pesci. Significa difendere i fiumi in cui scorre la nostra acqua, garantendo la sopravvivenza di interi ecosistemi da cui dipende anche la nostra vita.
Articolo a cura di Carlo Nebbia, Franco Correggia, Sandra Buzio
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