Il Mezzogiorno che cresce, la nuova occupazione, il PNRR, la ZES unica, gli investimenti e soprattutto la necessità di trasformare i risultati degli ultimi anni in sviluppo strutturale.
Luigi Sbarra, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Politiche per il Sud, è intervenuto ai lavori di avvio del progetto Agorà Sud affrontando uno dei temi centrali del confronto: creare le condizioni perché partire non sia più una necessità e tornare diventi una possibilità concreta.
L’INTERVISTA
Sottosegretario Sbarra, l’evento di avvio del progetto Agorà Sud pone al centro il “diritto a restare”. Da dove bisogna partire?
«Intanto dobbiamo raccontare e comunicare nel modo più efficace il momento positivo che sta vivendo il Mezzogiorno e quanto di buono è stato messo in campo negli ultimi quattro anni coincidenti con il Governo Meloni. Dobbiamo rompere una visione ancora stereotipata di un Mezzogiorno consegnato alla bassa crescita, alla bassa occupazione e alla bassa produttività, alla precarietà senza una vera prospettiva di rinascita economica, sociale e produttiva. Il Sud oggi è una macro- regione che sta mostrando segnali importanti di crescita e trasformazione e che merita di essere raccontato, pur nella sua complessità, con attenzione, rigore e profondità».
Per Sbarra anche l’informazione ha un ruolo importante: raccontare i problemi, certamente, ma anche registrare i cambiamenti quando questi avvengono.
Lei sostiene che alcuni indicatori economici mostrino un Mezzogiorno diverso rispetto al passato. Quali sono i dati che considera più significativi?
« I dati ci dicono che negli ultimi quattro anni c’è stato un netto miglioramento di tutti i principali indicatori economici e sociali. Il Pil cresce più della media nazionale per il quarto anno consecutivo, una tendenza che, secondo le stime di Confindustria e Svimez, proseguirà anche nel 2026. Ripartono gli investimenti pubblici e privati e c’è una dinamica positiva anche sul fronte della natività delle imprese. A fine 2025 si contano oltre 103.500 nuove imprese, con un saldo positivo di 21.569 unità, pari a più di un terzo dell’intero dato nazionale. Un andamento che prosegue nel 2026: nel primo trimestre sono nate oltre 32.000 nuove aziende , con un saldo positivo di 1.673 unità. Nel secondo trimestre la dinamica si rafforza ulteriormente, con circa 27.000 nuove imprese e un saldo positivo superiore alle 11.100 unità, che rappresenta circa il 34% del saldo complessivo nazionale».
Sbarra ha citato, nel corso del suo intervento, un risultato positivo per l’occupazione: negli ultimi quattro anni nel Paese si contano 1 milione e 300 mila nuovi occupati e, di questi, più di 500 mila sono collocati nelle aree meridionali.
Il lavoro rimane però una delle ragioni principali per cui tanti giovani lasciano il Sud.
«Certamente. Non possiamo dire di avere risolto i problemi. C’è tanto, tantissimo lavoro ancora da fare perché dobbiamo accorciare divari storici e ultra decennali che separano il Mezzogiorno dal resto del Paese e dell’Europa ma la direzione di marcia intrapresa dal Governo Meloni è quella giusta».
Sbarra richiama però il dato sull’occupazione meridionale, indicando oltre il 50% come massimo registrato dall’inizio della relativa serie statistica nel 2004.
E sottolinea anche un altro aspetto: «Cresce l’occupazione soprattutto nella componente dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e a tempo pieno. Si riducono le percentuali dei contratti a termine, degli inattivi, dei giovani Neet, diminuisce la disoccupazione e aumenta l’occupazione femminile e giovanile».
Quindi possiamo parlare di una svolta per il Mezzogiorno?
«Si parlerei di un vero e proprio cambio di passo rispetto al passato : c’è da prendere atto che tutti gli indicatori positivi dell’economia sono il frutto della visione strategica, unitaria e coordinata che il Governo ha impresso alle politiche meridionaliste rivolta, ripeto c’è ancora tanto da fare e lo faremo».
Secondo Sbarra il passaggio decisivo sarebbe stato quello da politiche prevalentemente assistenziali a «una strategia nuova e integrata di interventi, risorse e provvedimenti efficaci e mirati per agevolare la ripartenza del Mezzogiorno».
«In presenza di politiche pubbliche efficaci, concrete e reali, il Sud è pronto a ripartire e a costruire una prospettiva di rinascita delle comunità e di risveglio economico per i territori , le imprese ed il lavoro. Ed è questa la condizione necessaria per frenare i processi di mobilità e di emigrazione dei giovani meridionali».
Il fenomeno della fuga dei giovani riguarda soltanto il Mezzogiorno?
«È l’Italia nel suo complesso che deve riflettere sul tema di come trattenere il capitale umano nei confini nazionali. È vero che dal Sud ci si sposta verso il Nord, ma c’è anche un esodo di giovani che dal Nord si trasferiscono in altre aree d’Europa e del mondo».
Per il Sottosegretario, dunque, la questione meridionale si inserisce in un contesto nazionale ed europeo più ampio: offrire ai giovani diplomati e laureati prospettive professionali, economiche e personali nelle loro comunità migliorando retribuzioni, tagliando loro le tasse, investendo maggiormente su innovazione, competenze, formazione, partecipazione e produttività.
Tra gli strumenti che hanno inciso maggiormente lei mette il PNRR. Perché?
«Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha avuto un impatto positivo nel nostro Paese. L’Italia è, infatti, tra i Paesi europei che hanno saputo raggiungere meglio gli obiettivi del Piano. Il Mezzogiorno ne ha beneficiato in modo particolare grazie alle risorse dedicate, agli investimenti per ridurre i divari, a una metodologia basata su obiettivi e cronoprogrammi e a una governance capace di coinvolgere tutti i livelli istituzionali.
Inoltre, è stato fatto un lavoro importante sulla qualità della spesa, la messa a terra degli investimenti, sul monitoraggio degli interventi. Il Governo Meloni ha avuto anche il merito di intervenire sul Piano con opportune revisioni e rimodulazioni quando è stato necessario, adeguandolo a uno scenario economico e internazionale profondamente mutato».
Per Sbarra il PNRR ha prodotto anche un altro risultato: mettere alla prova la capacità amministrativa dei territori.
«Ha svelato una situazione che forse non conoscevamo abbastanza: il protagonismo delle classi dirigenti locali, delle istituzioni e delle amministrazioni comunali, insieme alle Province, alle Città Metropolitane, alle Regioni e alla dimensione nazionale».
Ma il PNRR è uno strumento straordinario e destinato a concludersi. Cosa accadrà dopo?
«Con la conclusione del PNRR non si esauriscono i suoi effetti. Le riforme e gli investimenti realizzati continueranno a produrre crescita negli anni futuri, come certificato anche da Svimez, i benefici nei prossimi anni sul PIL deriveranno dall’aumento di produttività generato dai nuovi investimenti e dalle qualità delle infrastrutture. Sul piano delle risorse invece voglio rassicurare che il Governo è determinato a volere continuare a investire nel Mezzogiorno. Ci sono due elementi di quell’esperienza che non possiamo disperdere. Il primo è il metodo: lavorare per obiettivi, ottenere risultati concreti e garantire un monitoraggio costante ».
Il secondo elemento è la governance.
«Dobbiamo far lavorare bene l’intera filiera delle istituzioni in maniera coordinata: Commissione Europea, Governo Nazionale, Regioni, Province, Città Metropolitane, Comuni, parti sociali, corpi intermedi, organizzazioni sindacali e sistema delle imprese».
Quindi il futuro del Sud non può essere affidato a interventi isolati?
«Esattamente. Serve una strategia integrata. Accanto al PNRR c’è stata la riforma della politica di coesione, con gli accordi regionali che hanno individuato obiettivi, filiere e risorse certe».
A questo Sbarra aggiunge gli incentivi destinati alle imprese per assumere giovani, donne e lavoratori svantaggiati, con particolare attenzione al lavoro stabile e di qualità.
E poi c’è la ZES unica. È davvero uno degli strumenti decisivi?
«Io credo che la ZES Unica rappresenti un grande strumento di innovazione nel modo di promuovere la crescita economica del Mezzogiorno, perché per la prima volta dopo anni torniamo a parlare di politica industriale, ovvero non di una singola misura, ma di una piattaforma sulla quale un insieme di interventi agiscono in sinergia tra loro».
Per Sbarra la Zona economica speciale poggia su due elementi fondamentali.
«La ZES cammina su due gambe: la prima è rappresentata dalle semplificazioni burocratiche e amministrative, con tempi più veloci per chi vuole fare nuova impresa o ampliare un’attività. La seconda è il beneficio del credito d’imposta, quindi le agevolazioni fiscali».
Perché la semplificazione è così importante?
«Perché chi vuole investire deve sapere in tempi certi se può contare su processi autorizzativi semplificati e veloci . Non possiamo pensare di attrarre investimenti se poi un’impresa deve aspettare tempi biblici e incompatibili con le esigenze del mercato».
Il punto, nel ragionamento del sottosegretario, è che il Mezzogiorno oggi è un’area nella quale investire è diventato economicamente conveniente e amministrativamente più semplice.
La ZES può quindi contribuire anche al diritto dei giovani di restare?
«Se aumentano gli investimenti, se crescono le imprese, se puntiamo a filiere ad alto valore aggiunto e se si crea occupazione stabile, certamente si costruiscono condizioni migliori per trattenere i giovani».
Ma il meccanismo, avverte Sbarra, non può limitarsi all’erogazione di incentivi. L’obiettivo deve essere quello di generare un sistema produttivo capace di continuare a crescere.
Il rischio è che, finita la stagione delle grandi risorse pubbliche, la crescita rallenti?
« Questo Governo ha un’ambizione diversa: impegnare questa fase straordinaria di investimenti per rendere il Sud più forte, coeso , più competitivo e più attrattivo per i capitali privati. Il PNRR, la politica di coesione, gli incentivi alle assunzioni e la ZES non devono creare dipendenza dalla spesa. Il governo ha la responsabilità di mettere in campo norme legislative e risorse che agevolino lo sviluppo ma sono le imprese e le rappresentanze del lavoro i veri protagonisti della crescita economica e occupazionale».
Per Sbarra la sfida diventa quindi consolidare ciò che è stato avviato e non disperdere il metodo sperimentato negli ultimi anni.
Lei viene da una lunga esperienza sindacale. Quanto pesa questo percorso nel modo in cui guarda oggi alle politiche per il Sud?
«La mia esperienza sindacale rappresenta una parte importante del mio percorso di vita, dove al centro c’erano le persone e il lavoro. È la direzione che continuo a seguire nel mio ruolo istituzionale: assicurare il massimo impegno per sostenere crescita e sviluppo , innovazione e competenze, occupazione e coesione sociale. Oggi la sfida decisiva per il Mezzogiorno è quella di trasformare le risorse e le opportunità di questa fase in crescita stabile, occupazione di qualità e nuove prospettive per le generazioni che verranno».
Alla fine, sottosegretario, cosa significa davvero garantire il diritto a restare o a tornare?
«Significa costruire prospettive concrete per le persone, le famiglie, i giovani ed il lavoro. Al centro dell’azione del Governo, infatti, c’è una priorità precisa: creare le condizioni perché i giovani del Mezzogiorno possano trovare qui opportunità concrete di formazione, di lavoro e di crescita. Opportunità che consentano loro di investire nelle proprie competenze, costruire il proprio percorso e immaginare qui il proprio futuro».
Per Sbarra il punto non è fermare la mobilità, ma intervenire sulle ragioni economiche che spesso la trasformano in emigrazione permanente.
Il Mezzogiorno, nella sua lettura, deve diventare un luogo nel quale sia possibile investire, creare un’impresa, trovare un lavoro stabile e costruire il proprio futuro.
Ed è questa, in fondo, la questione posta da Agorà Sud: il diritto a restare non si afferma chiedendo ai giovani di non partire. Si costruisce creando le condizioni perché restare, o scegliere di tornare, possa diventare un’opportunità reale.
MSM
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