guerra di incentivi fra Confindustria e governo


La riforma dell’artigianato sta diventando un caso politico ed economico ben più interessante di quanto lasci pensare il suo oggetto apparentemente settoriale. Il governo vuole aggiornare una disciplina che affonda le proprie radici nella legge quadro del 1985, allargando il perimetro entro il quale un’impresa può essere considerata artigiana. Le organizzazioni del settore la considerano un adeguamento necessario ai cambiamenti dell’economia; Confindustria teme invece che possa aprire una zona grigia tra artigianato e piccola industria, con conseguenze sulla concorrenza, sul lavoro e sui conti pubblici.

Ma c’è una domanda ancora più semplice che dovrebbe precedere tutte le altre: perché un’impresa che cresce dovrebbe avere convenienza a cambiare etichetta invece che a diventare semplicemente più produttiva? È questo il punto che una lettura autenticamente liberista della vicenda mette al centro.

Il confine che si sposta

Il testo allo studio del governo punta a superare alcuni dei vincoli considerati ormai anacronistici dalle associazioni artigiane, intervenendo sui limiti dimensionali e sulle forme societarie. La soglia evocata nel confronto pubblico arriva a 49 dipendenti, mentre la disciplina attuale presenta limiti molto più articolati e risalenti alla normativa del 1985.

L’obiettivo dichiarato è consentire alle imprese artigiane di crescere senza essere costrette, per il solo fatto di aumentare le proprie dimensioni, a uscire da un regime costruito per loro. È una posizione che le tre principali confederazioni artigiane difendono apertamente: secondo Confartigianato, Cna e Casartigiani, il testo dovrebbe consentire agli imprenditori di superare «vincoli ormai anacronistici» e le rigidità sulle forme societarie.

Il problema nasce però nel momento in cui l’appartenenza a una categoria comporta regole, costi o agevolazioni differenti. Se due imprese producono beni simili, servono gli stessi clienti e competono nelle stesse gare, la domanda non dovrebbe essere quale associazione rappresentativa abbia più peso, ma perché debbano partire da condizioni regolatorie differenti.

La protesta di Confindustria

È esattamente questa la linea di Confindustria. Francesco Somma, vicepresidente per la Cultura d’impresa e la Certezza del diritto, ha parlato di una riforma che rischia di «confondere l’artigiano e la piccola impresa».

«Il punto è un altro: non possiamo creare una zona grigia in cui un’impresa è industriale quando compete sui mercati e diventa artigiana quando deve sostenere costi e obblighi», ha dichiarato Somma, sostenendo che l’allargamento del perimetro possa produrre effetti distorsivi sul lavoro, sulla finanza pubblica e sul mercato.

Il ragionamento merita di essere preso sul serio anche al netto degli interessi dell’associazione che lo formula. Perché una politica economica che rende conveniente restare piccoli può produrre un incentivo esattamente opposto a quello di cui l’economia italiana ha bisogno: crescere, investire, assumere e aumentare la produttività.

È lo stesso argomento utilizzato da Fausto Bianchi, presidente della Piccola Industria di Confindustria, secondo cui «il tema non è stabilire se un’azienda con 40 o 50 dipendenti sia tecnologicamente avanzata: è comprendere quali effetti produca l’eventuale estensione a quella stessa azienda di un regime originariamente costruito per una diversa tipologia d’impresa».

Il miliardo e il costo del lavoro

Confindustria mette sul tavolo anche una questione di finanza pubblica. Secondo le sue valutazioni, nello scenario più esteso l’impatto potrebbe superare un miliardo di euro l’anno, con oltre 800 milioni di minori entrate Inps e tra 250 e 400 milioni di minori entrate Irpef. Sono stime dell’associazione e, come tali, dovranno essere verificate e quantificate dal governo.

Ancora più delicato è il capitolo contrattuale. Confindustria stima che tra 1,3 e 1,8 milioni di lavoratori potrebbero essere interessati da un eventuale cambio del contratto collettivo applicato. La questione nasce dalle differenze esistenti tra alcuni contratti industriali e quelli dell’artigianato.

Somma sostiene che la competitività non possa essere costruita «pagando meno le persone» e indica come alternative produttività, innovazione, investimenti, dimensione e capacità di stare sui mercati. È un’argomentazione che porta il confronto oltre il semplice scontro tra associazioni datoriali: se la forma giuridica diventa una variabile decisiva del costo di produzione, il rischio è che siano le regole a orientare le scelte imprenditoriali invece della convenienza economica.

Il vero problema è l’arbitraggio

Qui emerge il punto più interessante della vicenda. Una cosa è eliminare gli ostacoli alla crescita di un’impresa artigiana. Altra cosa è creare un sistema nel quale la crescita possa diventare conveniente soltanto se accompagnata dalla permanenza dentro una determinata categoria.

In un mercato realmente concorrenziale, l’impresa dovrebbe scegliere la propria struttura perché quella struttura è efficiente, non perché permette di accedere a un trattamento più favorevole. Se un’impresa con 40 o 49 dipendenti può competere con un’altra impresa di analoghe dimensioni sostenendo costi diversi grazie al proprio inquadramento, la concorrenza si sposta dal prodotto alla normativa.

È proprio ciò che Confindustria contesta. Bianchi chiede «quali garanzie per i lavoratori», «quale quantificazione degli effetti sulle entrate dello Stato» e come evitare che imprese manifatturiere di dimensioni analoghe competano «partendo da condizioni contributive e contrattuali differenti».

Le confederazioni artigiane replicano che il testo del governo contiene soluzioni in grado di neutralizzare gli effetti anticoncorrenziali e negano l’intenzione di creare una «zona grigia».

È dunque su questo punto, e non sulla contrapposizione nominale fra industria e artigianato, che dovrebbe concentrarsi il confronto.

Il gruzzolo delle rappresentanze

C’è poi una seconda partita, meno visibile ma non irrilevante: quella della rappresentanza.

Ogni volta che lo Stato attribuisce diritti, agevolazioni, obblighi o vantaggi a una categoria economica, la definizione dei confini di quella categoria assume un valore concreto. Più è grande il perimetro delle imprese artigiane, maggiore può diventare la platea rappresentata dalle organizzazioni del settore. E più numerosa è la platea, maggiore è inevitabilmente il peso delle associazioni nei rapporti con governo, Parlamento, enti previdenziali e parti sociali.

Questo non significa che la riforma sia stata concepita per aumentare il numero degli iscritti alle associazioni artigiane: non ci sono elementi sufficienti per sostenere una simile conclusione come fatto. Ma significa che gli interessi organizzativi esistono e vanno considerati insieme a quelli delle imprese e dei lavoratori.

Lo stesso vale per Confindustria. La sua opposizione non è disinteressata: la riforma può incidere sul perimetro della Piccola Industria, sulla rappresentanza contrattuale e sulla capacità dell’associazione di rappresentare imprese che oggi rientrano nel proprio campo. È quindi legittimo ascoltarne le argomentazioni senza trasformarle automaticamente in una verità economica.

Meno politica industriale, più mercato

Il punto di fondo è però un altro. La discussione italiana tende continuamente a trasformare la politica economica in una gara a chi ottiene il regime più favorevole: artigiani contro industriali, piccole imprese contro grandi imprese, un settore contro l’altro.

È un meccanismo che finisce per moltiplicare le eccezioni e rendere sempre più difficile capire quale sia il vero costo di fare impresa. E soprattutto rischia di confondere due obiettivi diversi: rimuovere gli ostacoli alla crescita e sostenere artificialmente una determinata categoria.

La prima operazione è una riforma pro-mercato. La seconda è politica industriale.

Per un’economia che vuole aumentare produttività e dimensione delle imprese, la direzione più semplice dovrebbe essere quella di rendere meno conveniente chiedere protezione e più conveniente diventare efficienti. Se un’azienda artigiana è competitiva con 49 dipendenti, dovrebbe poter crescere a 60, 100 o 200 senza incontrare un muro normativo. Se un’impresa industriale non è competitiva, dovrebbe poter uscire dal mercato senza che il legislatore costruisca per lei un salvagente.

È una distinzione importante perché il mercato non ha bisogno di decidere chi debba essere «artigiano» o «industriale» per ragioni di convenienza fiscale o contributiva. Ha bisogno soprattutto che imprese diverse possano competere con regole il più possibile neutrali.

La domanda che resta al governo

Le associazioni artigiane hanno chiesto da tempo l’attuazione della delega contenuta nella legge annuale sulle Pmi, entrata in vigore il 7 aprile 2026. La riforma, dunque, non nasce oggi e non è una sorpresa dell’ultima ora.

Il governo ha ora il compito più difficile: dimostrare che l’ampliamento del perimetro dell’artigianato non trasformi una riforma di modernizzazione in un arbitraggio regolatorio.

La domanda decisiva non è allora se un’impresa con 40 o 49 dipendenti sia ancora «artigiana». La domanda è molto più liberista e molto più semplice: perché due imprese che fanno lo stesso mestiere e competono sullo stesso mercato dovrebbero avere regole diverse?

Se esiste una buona ragione economica, va spiegata e quantificata. Se invece la differenza serve soltanto a distribuire vantaggi, costi e rappresentanza tra categorie organizzate, il problema non è stabilire chi debba vincere la partita tra Confindustria e associazioni artigiane. Il problema è chiedersi se quella partita debba essere giocata dallo Stato.

Enrico Foscarini, 30 settembre 2026

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