Siamo poveri? Macché: smartphone, Pay TV e pure il cane. Il “redditometro” all’italiana


A leggere le dichiarazioni dei redditi siamo un Paese quasi alla canna del gas. A guardarsi intorno, però, il quadro sembra leggermente diverso. Smartphone, abbonamenti streaming, automobili, vacanze, ristoranti, animali domestici, acquisti online. Non tutti, naturalmente. Ma abbastanza da rendere inevitabile una domanda: se siamo davvero così poveri, chi paga tutto questo?

È una specie di “redditometro” all’italiana, senza algoritmi e senza ispettori. Basta mettere da una parte quello che gli italiani dichiarano al Fisco e dall’altra ciò che consumano. Ed è proprio da questa distanza che parte l’ultimo Osservatorio di Itinerari Previdenziali sui redditi prodotti nel 2024.

Il numero più impressionante è anche quello più facile da capire: poco più di tre contribuenti su dieci pagano quasi otto euro su dieci dell’intera IRPEF italiana. In termini precisi, il 30,22% dei contribuenti versa il 78,67% dell’imposta.

Gli altri sette su dieci? Complessivamente pagano poco più del 20%.

Scendendo ancora più nel dettaglio, chi dichiara almeno 35mila euro lordi l’anno rappresenta appena il 18,78% dei contribuenti, ma versa da solo circa il 65% di tutta l’IRPEF.

Traduzione: meno di un contribuente su cinque sostiene quasi due terzi dell’imposta sul reddito.

Poi c’è l’altro estremo. Gli italiani che dichiarano più di 300mila euro lordi l’anno sono appena 58.700. Una minuscola parte della popolazione. Eppure, secondo lo studio, versano complessivamente 14 miliardi di euro di IRPEF, più di quanto viene attribuito dal rapporto a circa 27,8 milioni di cittadini appartenenti alle fasce di reddito fino a 20mila euro.

Ed è qui che comincia il grande mistero italiano.

Perché naturalmente non tutti quelli che dichiarano poco sono evasori. Sarebbe falso dirlo. Ci sono pensionati con assegni bassi, disoccupati, giovani senza lavoro, persone realmente in difficoltà, minori e familiari fiscalmente a carico. E ci sono contribuenti che, grazie alle detrazioni e alla no tax area, legittimamente non devono versare IRPEF netta.

Ma poi ci sono anche gli evasori veri.

Quelli che il reddito ce l’hanno ma al Fisco ne raccontano un altro. Quelli del lavoro in nero, della prestazione senza fattura, del pagamento “se facciamo senza ricevuta le faccio uno sconto”, dell’incasso che misteriosamente scompare prima di arrivare nella dichiarazione dei redditi.

E qui non siamo più nel campo delle battute.

Nell’ultima stima ufficiale dettagliata del Ministero dell’Economia, riferita al 2021, l’evasione fiscale e contributiva valeva circa 83,6 miliardi di euro: 73,2 miliardi di mancate entrate fiscali e altri 10,4 miliardi di contributi non versati.

Una montagna di denaro.

Particolarmente significativo è il dato relativo all’IRPEF di lavoratori autonomi e imprese individuali. Il MEF stimava per il 2021 un divario tra imposta teoricamente dovuta e imposta effettivamente versata di circa 29,6 miliardi di euro. In quella categoria il tax gap arrivava al 66,8% dell’imposta potenziale.

Detto senza linguaggio da commercialista: secondo quelle stime, su 100 euro di IRPEF teoricamente dovuti in quel settore, quasi 67 non arrivavano nelle casse pubbliche.

È un dato che non può essere trasferito a ogni singolo autonomo, naturalmente. Ci sono milioni di professionisti, artigiani e commercianti che dichiarano e pagano regolarmente. Ma la dimensione complessiva del fenomeno aiuta a capire perché guardando soltanto le dichiarazioni fiscali l’Italia sembri spesso molto più povera dell’Italia che incontriamo ogni giorno.

E infatti il contrasto diventa quasi surreale.

Sulla carta abbiamo milioni di persone con redditi bassissimi. Nella vita reale ci sono case da mantenere, automobili da comprare e assicurare, telefoni da cambiare, piattaforme da pagare, vacanze, aperitivi, consegne a domicilio e rate.

Il problema non è chi veramente non arriva alla fine del mese. Il problema è chi alla fine del mese ci arriva benissimo, ma secondo il Fisco dovrebbe essersi fermato alla seconda settimana.

Nel frattempo chi dichiara tutto vede il conto arrivare puntuale.

Il dipendente ha buona parte delle imposte trattenute direttamente dalla busta paga. Il pensionato le vede trattenute alla fonte. Chi dichiara redditi medio-alti finisce nelle fasce che, numeri alla mano, sostengono gran parte dell’IRPEF.

E più qualcuno riesce a scomparire fiscalmente, più il conto deve essere diviso tra quelli che restano visibili.

Non significa che il sistema italiano sia composto da pochi santi e milioni di furbetti. La realtà è molto più complicata. Ma significa che l’evasione altera profondamente la fotografia dei redditi e rende difficile capire dove finisca la vera povertà e dove cominci invece il reddito semplicemente non dichiarato.

Il paradosso emerge anche dall’ISEE. Tra il 2024 e il 2025 circa 10,37 milioni di nuclei familiari, quasi 30 milioni di persone, hanno presentato la dichiarazione necessaria per ottenere l’indicatore utilizzato per bonus, agevolazioni e prestazioni sociali.

Anche in questo caso va fatta una precisazione: avere l’ISEE non significa automaticamente essere poveri né ricevere un sussidio. Serve per moltissime prestazioni, comprese università, mense scolastiche e assegno unico.

Ma quando una parte dell’economia resta nascosta, c’è anche un’altra conseguenza: chi non dichiara correttamente può apparire più povero di quanto sia realmente e può quindi trovarsi avvantaggiato rispetto a chi dichiara ogni euro.

È la beffa finale.

Chi paga tutto può finire per avere meno agevolazioni. Chi riesce a far risultare meno reddito può pagare meno tasse e, in alcuni casi, accedere più facilmente alle prestazioni legate alla situazione economica.

Che l’evasione resti un problema enorme lo dimostra anche un altro numero: nel solo 2025 l’attività di contrasto all’evasione ha consentito allo Stato di recuperare 36,2 miliardi di euro, secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato. È denaro recuperato attraverso controlli, riscossione e maggiore adempimento, e non coincide con la stima complessiva dell’evasione, ma dà la misura della partita in gioco.

Alla fine resta una fotografia difficile da ignorare: il 30,22% dei contribuenti paga il 78,67% dell’IRPEF, mentre il restante 69,78% ne versa appena il 21,33%.

Dentro quel 70% c’è di tutto: poveri veri, studenti, pensionati, disoccupati, lavoratori con stipendi bassi e persone perfettamente in regola.

Ma ci sono anche redditi che il Fisco non vede.

E allora forse il problema non è stabilire se gli italiani siano poveri o ricchi. È capire come possa esistere un’Italia che nelle dichiarazioni dei redditi sembra avere pochissimo e un’altra Italia che, appena fuori dall’ufficio delle imposte, ricomincia a consumare.

Perché lo smartphone non legge il 730. E nemmeno Netflix.




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