Sette proposte per cambiare le Pmi italiane. Il piano del Competence Center Cim spiegato dal ceo Pisino


Sette proposte per accompagnare le micro, piccole e medie imprese manifatturiere oltre la logica degli incentivi una tantum. Crescita dimensionale, aggregazioni, orientamento agli investimenti, innovazione integrata, formazione, misurazione dei risultati e co-investimento pubblico-privato sono i pilastri del Piano nazionale per la competitività delle Mpmi manifatturiere elaborato dal Competence Center Cim, con un orizzonte 2027-2031. L’obiettivo è dare continuità al lavoro avviato con il Pnrr, collegando gli investimenti tecnologici alla capacità delle aziende di crescere, diversificare clienti e mercati e rafforzare le competenze. Il piano prevede almeno 50 milioni di euro annui stabili per l’accompagnamento delle imprese, ai quali si aggiungerebbero le risorse necessarie per le singole misure.

La proposta è stata presentata al Senato il 24 settembre nel documento Misurare per scegliere. Investire per crescere. Si rivolge alle imprese con potenziale di sviluppo, diversificazione o aggregazione e prevede un percorso che parte dalla diagnosi dei fabbisogni e arriva alla sperimentazione, alla formazione, al sostegno alla crescita e alla verifica degli effetti. Intervista Pisino

Il piano parte da un problema concreto. Una piccola impresa può acquistare macchinari più efficienti e continuare a dipendere da un solo cliente. Oppure disporre di competenze adatte all’aerospazio senza riuscire a sostenere i costi della qualificazione. Per Cim, quindi, aumentare la produttività non basta se l’investimento non permette anche di aumentare la scala aziendale, entrare in nuove filiere o ampliare il mercato.

Per l’imprenditore il piano significherebbe avere un riferimento stabile, ridurre i costi di accesso agli incentivi e ricevere supporto tecnico e finanziario verso nuovi mercati. I competence center coordinerebbero il percorso con università, sistema camerale, formazione e finanza.

«Sosteniamo che l’innovazione non debba essere un evento a tempo, ma continuo», spiega Enrico Pisino, amministratore delegato di Cim. Pisino riconosce al Piano nazionale di ripresa e resilienza di aver raggiunto migliaia di aziende, ma la platea potenziale è molto più ampia. Al sostegno tecnologico va affiancata un’azione sulla dimensione: «Solo così si può realizzare un impatto sulla produttività della manifattura».

Cim, Competence Industry Manufacturing, è uno degli otto competence center nazionali dedicati alla trasformazione digitale dell’industria, nati nell’ambito del Piano Industria 4.0 e oggi riconosciuti dal Mimit. È una società consortile senza scopo di lucro con sede a Torino e mette a disposizione delle imprese competenze, formazione, servizi di trasferimento tecnologico e linee pilota per sperimentare tecnologie prima dell’investimento. Le principali aree di attività sono additive manufacturing, digital factory, formazione e innovazione.

Il centro è presieduto da Luca Iuliano, professore del Politecnico di Torino, mentre Enrico Pisino è amministratore delegato. La compagine riunisce mondo accademico, istituzioni, associazioni imprenditoriali e grandi gruppi industriali. Tra i soci figurano Politecnico di Torino, Università di Torino, Camera di commercio di Torino, Unione Industriali Torino e API Torino, insieme ad aziende come Avio Aero, Eni, Iren, Italdesign, Leonardo, Merlo, Michelin, Reply, Siemens, SKF, Stellantis, Thales Alenia Space e Tim. Il competence center collabora inoltre con un secondo gruppo di partner industriali e tecnologici. La governance attuale conferma Iuliano alla presidenza e Pisino nel ruolo di ceo.

Crescita dimensionale e aggregazioni: rendere conveniente il salto di scala

Enrico Pisino, amministratore delegato di Cim.

Le sette proposte agiscono su tre assi: dimensione d’impresa, innovazione e competenze, misurazione. Per il CIM, gli investimenti tecnologici producono effetti più ampi quando le imprese possono anche aumentare la propria scala.

Una simulazione su dieci anni ipotizza un aumento del 20% della produttività per addetto in ogni classe dimensionale e del 5% dell’occupazione. Senza passaggi fra classi, il valore aggiunto crescerebbe del 24,8%; facendo transitare il 10% degli addetti delle classi inferiori in quella successiva, del 27,5%. La differenza è circa 7 miliardi di euro. È un esercizio contabile illustrativo, non una previsione dell’effetto delle misure.

La prima misura, il Percorso di Crescita Dimensionale, renderebbe graduali gli adempimenti nazionali al superamento delle soglie, dove consentito, senza modificare la definizione europea di MPMI. Prevede un credito d’imposta maggiorato sugli utili reinvestiti in capacità produttiva, aggregazioni e acquisizioni, condizionato a risultati di fatturato o occupazione nei tre anni successivi, e interventi fiscali su successioni e apertura del capitale.

Pisino collega la gradualità fiscale alla cultura imprenditoriale: la continuità aziendale viene spesso considerata di per sé un successo, mentre andrebbe valutata anche la crescita nel medio-lungo periodo. Il Programma Aggregazione Mpmi, seconda proposta, aiuta a preparare fusioni e aperture del capitale: l’imprenditore deve conoscere il valore dell’azienda e individuare partner compatibili.

Sono previste valutazioni su produttività, preparazione a ricevere investimenti, valore dell’azienda e opportunità di integrazione nel settore. Voucher finanzierebbero analisi riservate svolte da operatori indipendenti e accreditati. Seguono il coinvolgimento di fondi privati, agevolazioni per il consolidamento e sostegno ai costi di verifica e preparazione dei piani industriali. Gli incentivi all’assunzione di manager dovrebbero rafforzare la capacità di pianificazione.

L’analisi del tessuto industriale del Paese ed il confronto con altri paesi europei (Germania, Fran-
cia, Spagna) evidenziano una situazione particolare caratterizzata da un elevato numero di mi-
cro, piccole e medie imprese (il 99,4%) e un contributo percentuale al PIL nazionale da parte
delle Grandi Imprese tra i più bassi. (Fonte: Cim).

Sull’aggregazione Pisino insiste sulla domanda industriale: «Deve essere abilitata da un capofiliera in un settore strategico in cui le imprese si ritrovano». Cita Crescere Insieme di Leonardo come riferimento: un progetto di filiera può dare all’investimento uno sbocco concreto e rendere riconoscibile il vantaggio di collaborare.

Un referente unico per integrare tecnologia, energia e competenze

Il Servizio Nazionale di Orientamento e Accompagnamento alla competitività, terza proposta, interviene prima della domanda di finanziamento. Semplificare un modulo serve poco se l’impresa non sa quale opportunità scegliere. Il servizio sarebbe gestito dai competence center con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e le Camere di commercio, utilizzando strutture esistenti.

Prevede una diagnosi tecnica gratuita di preammissibilità entro 30 giorni, un referente dalla valutazione alla rendicontazione e documenti richiesti uniformi. La diagnosi misurerebbe anche la concentrazione del fatturato sul primo cliente e sulla prima filiera: arretratezza tecnologica e dipendenza commerciale richiedono interventi diversi.

Il Contratto di Innovazione Integrata, quarta proposta, riunisce interventi oggi separati: digitale e intelligenza artificiale (IA), robotica e automazione, efficienza energetica, formazione, proprietà intellettuale, nuove filiere e qualificazione industriale. I progetti devono combinare almeno tre componenti. L’istruttoria amministrativa sarebbe unica, con valutazione tecnica del competence center.

In uno scenario prudente, la quota di imprese con almeno 10 addetti che utilizza soluzioni di IA
potrebbe raggiungere circa il 30% entro il 2030; in uno scenario intermedio, coerente con il ritmo
di diffusione osservato negli ultimi anni e con una progressiva maturazione dell’ecosistema di-
gitale nazionale, potrebbe attestarsi intorno al 45%; in uno scenario più dinamico potrebbe av-
vicinarsi al 60%. (Fonte: Cim)

Per gli investimenti maggiori, il sostegno pieno sarebbe preceduto da una prova in ambiente rappresentativo e da indicatori di risultato definiti in anticipo. Sperimentare prima di investire serve a verificare che la soluzione risponda al problema produttivo. Il paper propone, per i progetti tecnologicamente maturi, l’avvio del pilota entro 90 giorni dalla valutazione positiva. Per l’IA industriale ammetterebbe anche costi di calcolo e ingegneria dei modelli forniti da organismi di ricerca nazionali.

Qui trova spazio la diversificazione, termine che Pisino preferisce a riconversione: applicare le stesse capacità a più filiere amplia clienti e mercati senza disperdere competenze. L’impresa quasi monocliente resta invece vincolata al piano del committente anche quando migliora l’efficienza.

Il contratto riconoscerebbe costi di certificazione, prove sui materiali, articoli campione e verifiche di prequalifica. Sosterrebbe anche i progetti con cui un capofiliera sviluppa i fornitori, a una condizione: qualifiche e competenze devono essere utilizzabili con altri clienti. Finanziare capacità spendibili soltanto nel rapporto originario rafforzerebbe la dipendenza che si vuole ridurre.

Formazione legata ai progetti, anche per imprenditori e manager

«Le Mpmi hanno fame di formazione, ma bisogna saperle accompagnare», osserva Pisino. Il Voucher Formazione-Innovazione, quinta proposta, lega l’apprendimento a un progetto aziendale. La diagnosi individua inefficienze ed errori, da cui ricavare i fabbisogni formativi; la verifica riguarda poi i miglioramenti ottenuti. Il voucher finanzierebbe corsi da 40 a 200 ore presso Istituti tecnologici superiori (Its Academy), università, competence center o enti accreditati. Per progetti costruiti con un competence center, l’impresa riceverebbe fino al 30% aggiuntivo del costo formativo per tutoraggio, sostituzione del lavoratore e organizzazione interna: liberare una persona dalla produzione è parte del costo.

Un catalogo nazionale definirebbe gli standard, con un obiettivo di almeno 10.000 lavoratori formati entro il 2029. Sono previsti anche percorsi congiunti per imprenditori e manager di più aziende sulla pianificazione industriale. Pisino insiste sulla formazione manageriale: diversificare richiede di leggere altri mercati, valutare gli investimenti e adeguare l’organizzazione. Il confronto prepara anche alle aggregazioni.

Misurare gli effetti e premiare il co-investimento privato

La sesta proposta, il Sistema Nazionale di Misurazione degli Impatti della Digitalizzazione e della Trasformazione, sarebbe affidata a un soggetto pubblico indipendente da attuatori e beneficiari, come l’Istat. Seguirebbe le imprese per almeno tre anni dopo l’intervento, collegando dati amministrativi e incentivi ricevuti. Gli indicatori comprenderebbero valore aggiunto per addetto, consumi per unità di prodotto, qualità dell’occupazione, export, nuovi clienti e capitale privato mobilitato. Anche i centri sarebbero valutati rispetto alla situazione iniziale. Una relazione annuale pubblica permetterebbe di riorientare le risorse sulla base degli effetti, superando il conteggio di corsi e progetti.

I Competence Center italiani dipendono quasi interamente da finanziamenti pubblici straordinari
(PNRR, bandi ministeriali). Occorrerebbe introdurre un meccanismo che premi strutturalmente
la capacità del centro di competenza di generare entrate da contratti privati, creando automa-
tismo tra finanziamento pubblico e domanda industriale effettivamente attratta. (Fonte: Cim).

«Noi puntiamo sul concetto di co-investimento», sintetizza Pisino. Il Finanziamento Proporzionale al Co-investimento, settima misura, prevede per i centri una base pubblica stabile, contratti industriali e risorse da programmi competitivi. Per ogni euro di contratto privato, il Ministero aggiungerebbe 50 centesimi, entro un massimale annuo e con una quota riservata ai contratti con micro e piccole imprese. Il riferimento è il Fraunhofer, che combina finanziamento istituzionale, contratti industriali e progetti competitivi, anche pubblici. La base pubblica sostiene conoscenze ancora prive di domanda immediata. Il CIM propone che entro il 2031 il finanziamento pubblico diretto copra al massimo metà del budget di ciascun centro. La quota riservata alle imprese minori dovrebbe evitare che la ricerca di ricavi premi soltanto i rapporti con i grandi gruppi.

La scelta sulle risorse e la sequenza di attuazione

Usare meglio gli incentivi esistenti richiede comunque scelte di bilancio. Il piano propone almeno 50 milioni annui stabili per l’accompagnamento, cui si affiancano gli ordini di grandezza delle singole misure: 300-500 milioni annui di minori entrate per la crescita dimensionale, 150-250 milioni annui iniziali per le aggregazioni, circa 100 milioni complessivi nel 2027-2029 per la formazione e 5-8 milioni annui per la misurazione. Sono indicazioni programmatiche: il documento richiede stime tecniche, coperture e verifiche di compatibilità prima della traduzione normativa.

La sequenza parte nel 2027 dal quadro pluriennale e dagli strumenti per crescita, aggregazione e misurazione. Nel 2027-2028 si attiverebbero orientamento, voucher e finanziamento proporzionale; nel 2029-2031 entrerebbe a regime il contratto integrato. Pisino immagina una collocazione almeno europea del programma, coerente con l’allargamento dei mercati. La prima decisione spetta però alla politica italiana: dare continuità agli strumenti dopo il Pnrr e stabilire quali risultati debbano giustificare il sostegno pubblico.


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