La legge elettorale è stata approvata, nonostante tutto, in aperto spregio alla Costituzione repubblicana, alla Convenzione di Venezia e a tutti gli argomenti e i moniti spesi a riguardo dai migliori costituzionalisti italiani.
Sul piatto della bilancia, i sostenitori del provvedimento hanno voluto mettere il concetto di «stabilità»: un argomento retorico che tuttavia non regge in alcun modo, sia se analizzato sul piano pratico – in considerazione della durata intrinseca di questo governo –, sia se valutato a fronte dell’effettiva utilità di una stabilità fatta unicamente di poltrone occupate e non di un reale e condiviso indirizzo politico capace di attuare riforme efficaci e in linea con i principi costituzionali, come ha ricordato in più occasioni Gianni Cuperlo.
Chi, come noi, ha profondamente a cuore la Costituzione e la sua concreta attuazione – quale patrimonio democratico che va salvaguardato giorno dopo giorno – non aspira affatto alla figura di un capo unico, all’uomo o alla donna sola al comando, ma crede fermamente nel valore e nel ruolo dei corpi intermedi.
Riteniamo pertanto che questa surrettizia introduzione del premierato, l’adozione di un premio di maggioranza del tutto spropositato, la totale mancanza di una concreta salvaguardia della parità di genere – questo ce lo ricorda Marilisa D’Amico – e l’esagerato numero di firme (450.000) per la presentazione delle nuove liste elettorali rappresentino un vero e proprio attentato alla Costituzione Italiana. «È un golpe elettorale, un golpe istituzionale: attraverso la legge elettorale si sta stravolgendo l’essenza stessa della Costituzione», come ha detto Maurizio Acerbo.
Siamo fiduciosi nel fatto che, proprio come è già accaduto in occasione del referendum del 23 marzo, in cui i cittadini italiani non hanno creduto alla narrazione secondo cui votare “NO” avrebbe comportato «l’allontanamento dei figli dalle madri e la rimessa in libertà di stupratori, pedofili e spacciatori», allo stesso modo non crederanno che questa sia «una buona legge elettorale» ma capiranno quanto essa leda l’assetto costituzionale e trasformi – senza lo strumento della revisione costituzionale – la forma di governo voluta dalle madri e dai padri costituenti.
Gli italiani, ne siamo convinti, capiranno che l’affermazione della Presidente Meloni secondo la quale «quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione» non ha alcun senso logico. Rispetto all’affermazione «potranno scegliere tutto» è vero l’esatto contrario, mentre con riguardo alla possibilità di scelta del «partito e della coalizione» è chiaro che si tratta del minimo che si possa pretendere da una legge elettorale in un Paese democratico.
Con lo Stabilicum (o Bivaccum come propone Maxia Zandonai) gli elettori non sceglieranno i 70 deputati e i 35 senatori del premio alla maggioranza, come mette in luce Ivan Scalfarotto; non avranno la possibilità di scegliere, attraverso i voti di preferenza, il politico che il Presidente della Repubblica potrebbe incaricare di formare il governo (art. 92 Cost.), così come non sceglieranno i capilista e non sceglieranno la lista che non ha raggiunto il numero spropositato di firme (450.000) richiesto per la presentazione dei nuovi partiti.
Attraverso la legge elettorale, questo è pacifico, si è modificata nei fatti la Costituzione, senza ricorrere all’adozione della legittima procedura di revisione costituzionale prevista dall’articolo 138 della Costituzione stessa, come ci ha ricordato Agostino Giovagnoli.
Risulta dunque vitale informare gli italiani di come l’intervento sulla legge elettorale incida profondamente sul principio rappresentativo, il quale costituisce il principio cardine di tutto il nostro sistema democratico, e in questo non si può che essere d’accordo con Maria Agostina Cabiddu.
Oltre la pagina dedicata al convegno, Giustizia insieme ha pubblicato un e‑book, intitolato “Dalla parte della Costituzione. Contro una riforma elettorale che cambia gli equilibri costituzionali”, raccoglie gli interventi dell’evento organizzato a Milano il 28 settembre scorso dall’associazione Costituzione e Democrazia; si tratta di un volume che crediamo fermamente sarà di estrema utilità per informare i cittadini della minaccia che pende sulla democrazia rappresentativa e sulla democrazia parlamentare.
Bisogna informare gli italiani che nel meccanismo della legge elettorale c’è qualcosa che non torna affatto, come spiega Peter Gomez: le prossime elezioni potrebbero concludersi con il 42,02% dei voti assegnato a uno schieramento e il 42,01% all’altro; in base a queste norme, lo schieramento capace di ottenere il 42,02% si vedrebbe attribuire ben 105 parlamentari in più tra senatori e deputati. Secondo me c’è qualcosa che non torna. Allo stesso modo, non torna il fatto che se si ottiene il 49% o se si ottiene il 42%, si riceva esattamente lo stesso identico premio di maggioranza. Al contrario, la nostra Costituzione colloca programmaticamente al centro del sistema istituzionale il Parlamento e la rappresentazione del pluralismo politico, vale a dire i partiti e ciò che essi dovrebbero rappresentare nella società.
La nostra Carta non richiede una competizione personalistica tra leader. L’ultima cosa che i padri costituenti volevano era proprio una personalizzazione della competizione politica, avendo già vissuto nel passato esperienze estremamente negative di quel tipo, chiarisce Francesca Biondi. Il premio di maggioranza che la legge introduce finisce per incidere drammaticamente anche sugli stessi organismi di garanzia, quali la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura, poiché la maggioranza si troverebbe nella condizione di poter eleggere, da sola, tutti i componenti di nomina parlamentare, con una conseguente e gravissima alterazione del modello costituzionale originario, come ci ricorda Edmondo Bruti Liberati; a ciò si aggiunga il potere di revisione costituzionale senza necessità di fare ricorso alla salvifica consultazione referendaria.
La riforma della legge elettorale mira a edificare in Italia una vera e propria “capocrazia”, secondo il neologismo di Massimo Giannini, ovvero un modello di democrazia perfettamente coerente con quella che è l’ossessione di questo governo e di tutte le destre in Europa: un attacco frontale al pluralismo, un tentativo esplicito di superare e negare il pluralismo medesimo, non attraverso la via della partecipazione organizzata, bensì attraverso la logica dell’investitura dall’alto, come evidenzia Andrea Giorgis. L’idea di democrazia emancipante che la nostra Costituzione vorrebbe si realizzasse è, al contrario, un modello di democrazia che scommette sulla capacità dei cittadini di costruire progressivamente un’unità, partendo però dal basso e valorizzando il pluralismo attraverso l’organizzazione nei corpi intermedi e nei partiti. Una legge elettorale di stampo nettamente maggioritario e plebiscitario costituisce una torsione autoritaria, la medesima alla quale, d’altro canto, abbiamo già assistito con la raffica di decreti sicurezza emanati da questo esecutivo, come ricorda Daniela Padoan. Si tratta di decreti‑legge emanati dal governo nella stragrande maggioranza dei casi – si pensi, come ultimo esempio, a quello sul tetto degli stranieri nelle classi che entrerà in vigore per l’anno scolastico 2027/2028 – che hanno progressivamente relegato il Parlamento a una condizione di assoluta marginalità nell’ambito del suo stesso potere legislativo riconosciutogli dalla Costituzione. Muovendoci in questa direzione finiamo, senza quasi accorgercene, in un Paese che non è più libero; come diceva Piero Calamandrei, quando manca l’aria manca la libertà, e viceversa, questo il monito di Paolo Berizzi.
Questa legge introduce nei fatti il premierato, ma occorre svelare anche un altro volto nascosto: se il giorno delle elezioni non vi sarà una coalizione vincente capace di superare la soglia del 42% dei voti, scatterà automaticamente un sistema proporzionale quasi puro, come mette in evidenza Agostino Giovagnoli. Viene dunque da domandarsi, come giustamente fa rilevare Lorenzo Spadacini: «Sarebbe corretto andare a votare prima che la Corte Costituzionale ci abbia detto chiaramente se questa legge vada bene o non vada bene?» E ancora: «La Corte costituzionale può intervenire per ritagliare la legge? Ovvero tenere in vigore la legge, togliendone però dei pezzi, col rischio di trovarci ad andare a votare con una legge votata, tra virgolette, dalla stessa Corte costituzionale?» Il problema di fondo resta quello di combattere a viso aperto l’egemonia culturale che si pone alla base di questi continui tentativi di dare spallate alla Costituzione; un intero armamentario ideologico fatto di luoghi comuni, di slogan ingannevoli, di leggende e di affermazioni dettate unicamente da un profondo analfabetismo costituzionale, avverte Luciano Belli Paci. Per questo Armando Spataro, richiamando le parole di Franco Battiato, invita con forza i cittadini ad imbracciare le armi dell’impegno civile.
Bisogna far capire i cittadini che il rischio concreto è quello di ritrovarsi in un Paese che non è più libero, e ciò con tutte le difficoltà messe in luce da Benedetta Tobagi riguardo all’attacco all’informazione fa parte del disegno delle destre in tutto il mondo, manifestazione plastica del fortissimo disprezzo del pluralismo che questo governo esprime quando si parla di media, di giornali e di televisione. Quando manca l’aria viene meno la libertà, e viceversa, e questo ce lo ricorda Giulio Vigevani attraverso le parole di Calamandrei. Siamo di fronte a un’idea intrinsecamente autoritaria della quale i cittadini italiani devono essere messi al corrente, un’idea che non favorisce la partecipazione democratica dal basso: questo è il monito di Luca Stanzione.
Uno dei passaggi chiave dell’intera discussione è quello evidenziato da Roberto Zaccaria: tutti i partiti di centrodestra si stanno muovendo contro la Costituzione, mentre tutti i partiti di centrosinistra si schierano dalla parte della Costituzione. Il nome “Costituzione” dobbiamo prenderlo e tenerlo ben alto: fino al giorno delle elezioni dobbiamo andare in ogni luogo dicendo con chiarezza che noi siamo dalla parte della Costituzione. Ci metteremo qui sul petto un distintivo con scritto: “Dalla parte della Costituzione”. Risulta pertanto fondamentale spiegare l’architettura istituzionale e convincere l’opinione pubblica dell’importanza vitale della partecipazione: questo è l’invito di Gerardo Colombo. Contro la legge elettorale saranno certamente presentati formali ricorsi alla Corte costituzionale, ma è indispensabile che l’iniziativa giudiziaria sia strettamente accompagnata da una vasta e profonda mobilitazione sociale, capace di coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini e di ottenere il massimo rilievo mediatico di cui saremo capaci. Occorre spiegare, rendendola comprensibile a tutti, qual è la vera posta in palio, secondo Enrico Grosso.
Dobbiamo attivarci per fermare, attraverso la partecipazione attiva al voto, riforme liberticide come quelle già attuate con i decreti in materia di sicurezza e di immigrazione, ci ricorda Alessandro Alfieri; per Giuseppe De Cristofaro è giunto il momento di ribaltare l’attuale paradigma e ritornare a ragionare seriamente di rappresentanza. Raffaello Magi avverte lucidamente che si tratta di assumere un impegno straordinario perché siamo di fronte a una torsione antidemocratica, plebiscitaria, autoritaria che può segnare una stretta notevole rispetto alla nostra democrazia. Come propone Stefano Patuanelli, occorre creare, tutti insieme, un disegno e un orizzonte per il Paese; quindi, andare alle elezioni e vincere le elezioni a prescindere dalla legge elettorale che ci sarà.
Primo Minelli invita a guardare avanti «per togliere a questa destra, la quale affonda in maniera esplicita le proprie radici storiche nell’esperienza del Movimento Sociale Italiano, la possibilità stessa di tornare a governare il Paese». Come dice Maso Notarianni, la qualità profonda della nostra democrazia, d’altro canto, rappresenta uno dei principali beni comuni che abbiamo il dovere morale di difendere e di rafforzare costantemente. E per tutti noi, difenderla significa in primo luogo una cosa ben precisa: fare in modo che le persone non smettano mai di credere che prendere parola, organizzarsi collettivamente e partecipare attivamente possa ancora riuscire a cambiare concretamente lo stato delle cose.
Appare rassicurante il monito di Gad Lerner quando afferma: «Sono convinto che non si ripeterà la fesseria del 2022 e sono altrettanto convinto che la baldanza con la quale – lo ricordate perché è storia di inizio anno – avendo approvato la riforma della giustizia a colpi di maggioranza forzata e di fiducia nel Parlamento, il governo stesso, in forma del tutto anomala, ha voluto lui convocare il referendum e così gli è andata. Guardate che, come dire, il clima si determina con la nostra volontà e con il nostro impegno e, probabilmente, per vie diverse da quelle tradizionali».
L’auspicio finale di Massimo Giannini (e lo condividiamo) è che l’esito delle prossime elezioni politiche sappia ricalcare fedelmente lo straordinario risultato storico del referendum, quando ben 15 milioni di italiani si recarono alle urne dicendo con fermezza: «No, caro governo, la Costituzione è e resta la casa di tutti gli italiani, e tu non la puoi prendere a picconate a tuo totale piacimento».
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