La crisi abitativa sfocia nelle proteste di piazza. Thomas Ubrich, sociologo di Caritas Spagna, racconta al Sir la situazione nel Paese, scosso anche sul versante politico, nonostante i tentativi del governo di mettere in campo qualche risposta concreta. “Abbiamo bisogno di una politica abitativa stabile e continuativa, concepita a partire dal diritto alla casa anziché solo dal mercato”
L’emergenza abitativa che in Spagna colpisce famiglie, lavoratori e giovani riaccende i riflettori su una crisi che attraversa tutta Europa, dove il crescente costo della casa trasforma il disagio abitativo in una questione politica e sociale. Secondo il 9° Rapporto della fondazione “Fomento de Estudios Sociales y de Sociología Aplicada”, creata dalla Caritas spagnola nel 1965 per studiare la realtà sociale, culturale ed economica del Paese, una famiglia su 4 soffre di una qualche forma di difficoltà abitativa, con affitti insostenibili, precarietà e sovraffollamento a compromettere l’autonomia, la salute e i progetti di vita. Thomas Ubrich, sociologo di Caritas Spagna, descrive al Sir i volti di questa emergenza, le risposte messe in campo e le politiche pubbliche necessarie ad affrontarla.
Nel recente appello intitolato “La Chiesa per il lavoro dignitoso”, Caritas denuncia che la crisi abitativa è diventata uno dei principali fattori di esclusione sociale e che avere un impiego non garantisce più una vita dignitosa. Quanto è grave, oggi, la situazione in Spagna?
In Caritas parliamo ormai di un’emergenza abitativa di carattere strutturale. Il 9° rapporto della Fondazione rileva che i problemi abitativi sono aumentati di quattro punti dal 2018 e interessano, in un modo o nell’altro, una famiglia su quattro. Non parliamo soltanto di difficoltà di accesso a un’abitazione, ma anche di un carico economico eccessivo, di precarietà del titolo di godimento dell’alloggio, di sovraffollamento, di cattive condizioni di abitabilità e di persone senza dimora. Inoltre, la casa sta indebolendo la capacità del lavoro di favorire l’integrazione: avere un impiego non garantisce più la possibilità di sostenere una vita autonoma e dignitosa quando una parte sproporzionata dello stipendio è destinata all’affitto e alle utenze.
Nell’esperienza delle Caritas diocesane, che volto ha l’esclusione abitativa? Chi è più esposto e quali situazioni incontrate più frequentemente?
Incontriamo ogni giorno famiglie che, pur lavorando e disponendo di un reddito, non riescono a sostenere un affitto, giovani che rinviano a tempo indeterminato la propria indipendenza, famiglie con minori a carico e soprattutto nuclei composti da madri sole con figli, per non parlare di persone migranti e famiglie con lavori precari. Le situazioni sono molto diverse: mancati pagamenti e rischio di sfratto, affitto di stanze, subaffitti, ritorno nella casa della famiglia d’origine, sovraffollamento o abitazioni insalubri. Il 7% della popolazione vive già in condizioni di grave sovraffollamento, una situazione che compromette l’intimità, l’autonomia e persino la salute fisica e mentale delle famiglie.
Quanto ai giovani, soltanto il 31% delle persone tra i 18 e i 34 anni vive in modo indipendente e l’età media di uscita dal nucleo famigliare ha superato i 30 anni. Che conseguenze ha questa situazione?
La conseguenza più profonda è che stiamo ritardando l’inizio della vita adulta. Non poter accedere a un’abitazione limita l’autonomia, condiziona le relazioni di coppia, ritarda la formazione di una famiglia e rende difficile prendere decisioni sul lavoro, sugli studi o sulla mobilità. E poi genera stress, frustrazione e una sensazione crescente che, pur studiando e lavorando, non sia possibile costruire un progetto di vita stabile. Il Rapporto parla di un evidente pessimismo generazionale: rileva che il 75% dei giovani ritiene che la propria situazione economica sarà peggiore di quella dei genitori e sottolinea la difficoltà di progettare il futuro in un contesto di precarietà e incertezza.
Oggi la casa appare soprattutto come un fattore strutturale di disuguaglianza. Come incide il suo costo sulle famiglie con redditi bassi o instabili?
La spesa per la casa sta assorbendo la maggior parte del bilancio familiare e sottraendo risorse ad altre necessità fondamentali. Oltre 4,6 milioni di famiglie incontrano difficoltà legate all’accesso a un’abitazione o alla possibilità di mantenerla, il 14% sostiene spese abitative superiori al 40% del proprio reddito e quasi una famiglia su 5 ha ridotto il consumo di elettricità, acqua o riscaldamento. Le prime rinunce visibili riguardano le utenze e la connettività, ma quando la precarietà si aggrava coinvolgono anche l’alimentazione, la salute o le spese legate all’istruzione e ai trasporti. Chiaramente, non tutte queste privazioni possono essere attribuite esclusivamente all’affitto, ma l’eccessivo carico delle spese abitative riduce il margine per soddisfare le altre necessità.
Quali misure pubbliche Caritas considera più urgenti?
Abbiamo bisogno di una politica abitativa stabile e continuativa, concepita a partire dal diritto alla casa anziché solo dal mercato. È indispensabile ampliare in modo significativo il patrimonio di alloggi pubblici e sociali in affitto per le famiglie più vulnerabili, così come quello di abitazioni a prezzi accessibili per un’ampia fascia di popolazione che non trova una soluzione sul libero mercato. Occorre mettere a disposizione le abitazioni vuote attraverso incentivi e garanzie, intervenire sui prezzi nelle zone sottoposte a forte pressione abitativa, controllare l’impatto degli affitti brevi e turistici, riqualificare le abitazioni e rafforzare la prevenzione degli sfratti, assicurando soluzioni abitative alternative alle famiglie vulnerabili. Naturalmente non esiste un’unica misura miracolosa: piuttosto, occorre un insieme coerente di politiche sociali per la casa e un finanziamento pubblico sufficiente.
Quali risposte concrete sta sviluppando Caritas Spagna?
La nostra risposta consiste fondamentalmente in un accompagnamento integrale, realizzato attraverso le Caritas diocesane: aiuti per gli affitti e le utenze, consulenza in caso di mancati pagamenti e sfratti, mediazione, alloggi temporanei e servizi per le persone senza dimora. Tutto ciò è integrato da orientamento, formazione e percorsi di inserimento lavorativo. Un esempio recente è il programma “Un’abitazione, una casa”, realizzato in 68 Caritas diocesane tra il 2023 e il 2025, che ha permesso di aiutare direttamente oltre 42mila persone e di arrecare beneficio a più di 60mila.Esistono anche esperienze di mediazione con i proprietari, come il programma “Caseros Solidarios”, rivolte a famiglie che possono pagare un affitto ma incontrano ostacoli nell’accesso al mercato. Il limite, evidente, è che Caritas può accompagnare, prevenire la perdita di un’abitazione o facilitare una transizione, ma non può sostituire una politica pubblica per la casa che consenta a questi percorsi di sfociare nella reale autonomia delle persone.
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