Un anno fa aveva 66 anni. Oggi ne ha 67. È praticamente l’unica cosa che è cambiata nella sua vita. Per il resto è ancora lì, a cercare una casa. Un bilocale. Quattro mura, una cucina, un bagno, una camera da letto. Niente di straordinario. Niente che una persona con 42 anni di lavoro alle spalle non dovrebbe potersi permettere.
E invece no.
A Settimo Torinese c’è una donna che ha gestito un’attività commerciale, ha pagato stipendi, contributi, tasse, fornitori, bollette. Che ha dato lavoro a sei persone. E che oggi, per trovare qualcuno disposto ad affittarle un appartamento, dovrebbe quasi chiedere scusa per essere diventata vecchia. E soprattutto povera. Prende 1.050 euro di pensione.
Questa è la cifra attorno alla quale gira tutta la sua esistenza. Millecinquanta euro per mangiare, vestirsi, pagare le bollette, il riscaldamento, le medicine, le spese condominiali. E naturalmente l’affitto. Quello che non riesce a trovare.
«Ma io ho lavorato. Non sono stata sul divano per quarant’anni», ci racconta al telefono. E in quelle parole c’è una rabbia che prova a farsi largo attraverso l’imbarazzo. Perché a raccontare certe cose ci si vergogna. Anche quando non si ha assolutamente nulla di cui vergognarsi.
Per venticinque anni ha fatto l’imprenditrice. Al centro commerciale Monviso aveva un panificio e una gastronomia. Sei dipendenti. Sei persone che alla fine del mese portavano a casa uno stipendio anche grazie a lei. Un’attività da mandare avanti, i conti da far quadrare, le giornate che cominciavano presto e finivano quando il lavoro era finito. Poi altri diciassette anni come responsabile in una grande azienda di Milano. Sempre a lavorare. Fino alla pensione.
Quarantadue anni.
E adesso?
Adesso, quando vede un annuncio per un appartamento da 600 euro al mese, non telefona neppure.
«Non mi presento nemmeno. Se dovessi pagare quella cifra poi non avrei da mangiare».
Eccola, la povertà. Non quella che si vede per strada, con qualcuno che tende una mano davanti a un supermercato. Quella che si nasconde dietro una porta chiusa. Che indossa vestiti decorosi, saluta i vicini, sorride alle persone che incontra. E poi, quando torna a casa, prende un foglio di carta e comincia a fare i conti.
Avevamo già raccontato questa storia un anno fa. Senza scrivere il nome. Non lo facciamo neppure oggi, perché la dignità di una persona vale più di una firma sotto una denuncia pubblica.
«Questa situazione mi imbarazza…», ci dice.
Due anni fa si è rivolta alla sindaca Elena Piastra. La prima cittadina l’ha ricevuta, l’ha ascoltata.
«Secondo me non ha capito. Pensava che volessi comprare casa».
Magari. Comprare casa sarebbe anche un sogno. Il problema è che a 67 anni, con 1.050 euro di pensione, ottenere un mutuo è impossibile.
Anziana alle prese con le bollette
Nel frattempo ha trovato una sistemazione provvisoria. Vive in un appartamento ammobiliato che dovrà lasciare quando avrà trovato una soluzione definitiva. Paga l’affitto dell’alloggio, paga il deposito dove conserva i propri mobili e gli effetti personali, paga le spese condominiali, le utenze e il riscaldamento.
Ha cercato ovunque. Agenzie immobiliari, privati, annunci sui social. Niente. I prezzi sono troppo alti, le garanzie richieste sono troppe, la pensione è troppo bassa.
Ha continuato a scrivere alla sindaca. Una volta, due, tre, quattro. Racconta di aver chiesto anche un nuovo appuntamento, senza ottenere il riscontro che sperava.
L’ultima email è del 15 ottobre 2026.
«Chiedo ancora, dopo due anni, un suo intervento, per riuscire anch’io ad avere un bilocale in affitto».
Nelle email racconta anche di un interessamento attraverso Davide Del Forno, della Cooperativa Di Vittorio. Ma la sostanza non cambia: con quella pensione non riesce a sostenere affitto, spese e riscaldamento conservando il necessario per vivere.
È un gatto che si morde la coda… Una persona che non ha abbastanza soldi per permettersi una casa finisce per non avere abbastanza soldi nemmeno per ottenere una casa.
E allora che cosa deve fare?
La pensionata una proposta concreta l’ha messa nero su bianco. Scrive di aver saputo che nelle palazzine di via Galileo Ferraris, di fronte a Rimbalzopoli, ci sono cinque alloggi comunali vuoti, con canoni che, secondo le informazioni ricevute, si aggirerebbero sui 250 euro mensili.
La domanda è semplice: se quegli appartamenti esistono e sono davvero disponibili, perché non valutare la sua situazione? Perché non spiegarle che cosa può fare, a quali condizioni e attraverso quale percorso?
Non chiede che qualcuno le regali una casa. Chiede di poter pagare un affitto compatibile con la pensione che riceve. Chiede di vivere da sola, di non dipendere dalla figlia, di non trasformare la propria vecchiaia in un problema per la famiglia.
«Per avere ascolto devo allestire l’auto per poi vivere nel parcheggio del municipio?».
Non è una minaccia. È la domanda esasperata di una donna che non sa più quale porta bussare.
E fa male immaginarla mentre scrive. Perché dietro quelle parole non c’è soltanto il problema economico. C’è qualcosa che forse pesa ancora di più: la sensazione di non contare nulla.
Di aver fatto tutto quello che ti era stato insegnato a fare. Studiare, lavorare, pagare le tasse, rispettare gli impegni, non chiedere favori. Di aver creduto che, arrivata alla pensione, avresti avuto finalmente il diritto di vivere tranquilla.
E di scoprire, invece, che dopo quarantadue anni devi spiegare a un’agenzia immobiliare perché prendi soltanto 1.050 euro.
Come se fosse lei a dover giustificare qualcosa. Come se quei 42 anni di lavoro non fossero mai esistiti.
Naturalmente sappiamo bene che i Comuni non possono assegnare appartamenti con una telefonata, che ci sono graduatorie, regolamenti, requisiti, persone in attesa e altre situazioni disperate. Nessuno chiede alla sindaca di scavalcare qualcuno o di violare una norma.
Ma tra regalare un appartamento e lasciare una donna a scrivere quattro email c’è tutto lo spazio per fare politica. Quella che non si misura con i comunicati stampa, con i convegni sull’inclusione o con le fotografie delle inaugurazioni. Quella che dovrebbe cominciare quando una persona entra in municipio e dice: non ce la faccio più.
Un anno fa questa donna cercava una casa. Oggi cerca ancora una casa. Ha un anno in più, la stessa pensione e la stessa paura di non farcela.
Nel frattempo ha continuato a pagare, a cercare, a telefonare, a scrivere. E soprattutto ad aspettare.
La cosa più triste è che non domanda neppure di vivere meglio. Domanda soltanto di poter vivere senza paura.
E siamo ancora qui. Un anno dopo.
Con una donna che cerca un bilocale e una sindaca che non è ancora riuscita a darle una risposta.
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