Per i magistrati togati il miliardo sembrava trovato. Poi, il 18 ottobre, la presidente del Consiglio ha annunciato che non firmerà il Dpcm che dovrebbe renderlo esigibile. Per i giudici tributari, specie quelli che non appartengono alla magistratura ordinaria e che aspettano da decenni che venga riparato un torto antico, la questione non si pone nemmeno: non c’è un decreto da firmare, né una firma da negare.
I fatti, anzitutto. Con le sentenze gemelle n. 6003 e 6004 del luglio 2025 il Consiglio di Stato ha giudicato illegittimo il metodo con cui era stato calcolato l’adeguamento triennale 2018-2020 delle retribuzioni dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili, imponendo all’amministrazione di rifare i conteggi; il 14 agosto 2026, con la sentenza n. 14271, il Tar Lazio ha annullato anche il Dpcm del 3 giugno 2024 relativo al triennio 2021-2023. Il Documento programmatico di bilancio 2027 prevede un fondo da circa 1,9 miliardi per gli oneri derivanti da sentenze, senza indicare quanta parte spetti alle toghe: secondo le stime del Sole 24 Ore, circa 970 milioni, con oltre 70 mila euro lordi medi di arretrati e circa 20 mila euro annui di aumento per circa 11 mila magistrati. L’Anm ribatte che le cifre reali sono di gran lunga inferiori e che si tratta di differenze retributive dovute per legge, mai corrisposte per anni. Su questo quadro è intervenuta la premier. In un’intervista all’Adnkronos ha dichiarato che, in coscienza, non può firmare un decreto che destina quasi un miliardo agli stipendi dei magistrati, mentre il Governo fatica a trovare un decimo di quella somma per l’autotrasporto; si è detta comunque disponibile ad ascoltare le associazioni. L’Anm ha replicato che valuterà il ricorso per far valere i propri diritti. I soldi per i togati, dunque, oggi non ci sono. Almeno sulla carta.
UNA FIRMA CHE NON CANCELLA UN DIRITTO
Il punto, però, è proprio questo: la firma negata non cancella il diritto. L’adeguamento delle retribuzioni dei magistrati non è una concessione del Governo di turno, ma un meccanismo automatico previsto dalla legge (art. 2 della legge n. 27 del 1981, come modificato dall’art. 24 della legge n. 448 del 1998), agganciato agli incrementi medi del pubblico impiego e ricondotto dalla Corte costituzionale (sent. n. 223 del 2012) alla garanzia di indipendenza della magistratura. Le sentenze non fissano gli importi, ma obbligano l’amministrazione a ricalcolarli, con i relativi conguagli.
Se il Governo non provvede, chi ha vinto può chiedere al giudice amministrativo l’ottemperanza del giudicato (artt. 112 ss. c.p.a.), e il giudice può nominare un commissario ad acta che adotti il provvedimento al posto della presidenza del Consiglio. È l’ipotesi che la stessa premier ha messo in conto: “Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario”. Il rifiuto, in altre parole, può ritardare il pagamento, non impedirlo. E resta un dettaglio che nessuno può far finta di non vedere: a stabilire come si calcolano gli stipendi dei magistrati sono stati altri magistrati, quelli amministrativi, a loro volta destinatari dello stesso meccanismo. Giudici che decidono, in ultima istanza, sulla busta paga dei giudici, e che potrebbero ora essere chiamati anche a farla eseguire.
LA POLEMICA SUI GIORNALI
Il caso era esploso già prima del no di Palazzo Chigi: faceva clamore la differenza tra il trattamento delle toghe e quello dei lavoratori pubblici che aspettano da anni i rinnovi contrattuali, professori universitari, militari e medici, solo per dirne alcuni, con un sentore diffuso di “favori tra toghe”. Con la presa di posizione della premier la vicenda è diventata uno scontro aperto tra Governo e magistratura, e la domanda è cambiata: non più soltanto chi paga il miliardo, ma chi decide se pagarlo.
Nessuno, però, ha guardato più in là. Né verso il Palazzo, che da quel miliardo non esce affatto indifferente. Né verso le aule accanto, dove siedono altri magistrati che di quel miliardo non sono mai stati destinatari, e che non avrebbero alcun giudice a cui chiederlo.
IL CORDONE CHE LEGA TOGHE E PALAZZO
C’è infatti un vincolo di cui si parla poco e che merita di essere sottolineato. La legge 31 ottobre 1965, n. 1261 fissa l’indennità di deputati e senatori in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di sezione della Corte di Cassazione. Persino la diaria è parametrata sull’indennità di missione degli stessi magistrati. Ogni volta che salgono gli stipendi dei vertici della magistratura, sale automaticamente anche il tetto di ciò che spetta ai parlamentari; e ogni volta che l’adeguamento si blocca, si blocca anche quel tetto.
Nato sessant’anni fa con l’intento dichiarato di moralizzare i compensi della politica, quel legame è diventato l’esatto contrario: una sorta di solidarietà di casta, per cui un aumento vale due volte. Il Parlamento che determina le retribuzioni dei magistrati determina, di riflesso, il proprio limite; e il giudice che decide sul meccanismo di adeguamento delle toghe decide, di riflesso, anche su quello dei politici. Due poteri che la Costituzione vuole separati e reciprocamente controllati restano legati dallo stesso cordone retributivo. Dalla IX legislatura in poi si sono susseguiti disegni di legge per “sganciare” l’indennità parlamentare dallo stipendio dei magistrati. Nessuno è mai arrivato in porto.
A UN METRO DI DISTANZA
La vera asimmetria si vede a un metro di distanza, nelle stesse aule. Lì siedono i giudici tributari cosiddetti “non togati”: professionisti di vario genere, avvocati, commercialisti, pensionati dello Stato, che dal 1972 reggono la giustizia tributaria. Su questa platea la massa dei compensi variabili è stimata in circa 10 milioni di euro l’anno: cento volte meno del miliardo oggi conteso per i togati.
Fanno i giudici a tutti gli effetti, firmano sentenze che valgono miliardi di imposta, ma per l’ordinamento sono sempre stati un ibrido: fiscalmente trattati come dipendenti, previdenzialmente inesistenti, senza quattro settimane di ferie retribuite, senza malattia, senza maternità, senza un limite d’orario. Nessun aggancio automatico, nessun adeguamento triennale, nessun giudicato da far eseguire, nessun commissario ad acta che possa sostituirsi a un Governo inerte. Ai togati la premier può negare una firma, ma non il diritto; ai giudici tributari il diritto non è mai stato riconosciuto, e dunque non c’è nemmeno una firma da negare.
L’EUROPA E IL DECRETO A METÀ
L’unico giudice che finora si è occupato di loro siede a Bruxelles, e ha chiamato questa condizione con il suo nome: discriminazione. Con la lettera di messa in mora INFR(2026)4004 dello scorso 4 giugno, la Commissione ha contestato all’Italia la violazione degli accordi quadro sul lavoro a tempo determinato e a tempo parziale, della direttiva sull’orario di lavoro e del diritto alle ferie. Un impianto che Bruxelles considera strutturale, non un semplice ritardo.
La risposta italiana è stata il d.lgs. 7 agosto 2026, n. 149. Un decreto che doveva chiudere la procedura e che invece ha creato una quinta magistratura a metà. Il testo istituisce il ruolo unico nazionale, la formazione obbligatoria, lo stato giuridico e un nuovo regime disciplinare ricalcato su quello degli ordinari, ma soltanto per i nuovi magistrati tributari reclutati per concorso. Per i giudici già in servizio, che continueranno a sedere negli stessi collegi, con gli stessi poteri, fino a esaurimento, non cambia una virgola. Stessa giurisdizione, due statuti. E alla voce coperture il decreto stanzia poche centinaia di migliaia di euro per i nuovi; per sanare vent’anni di buco previdenziale e retributivo dei giudici che quella giurisdizione l’hanno tenuta in piedi, zero.
È una scelta miope anche sul piano pratico. Con il pensionamento di circa 450 giudici tributari entro la fine del 2026, il vuoto di organico rischia di paralizzare le Corti proprio mentre lo Stato chiede alla giustizia tributaria tempi più rapidi e decisioni più qualificate.
FORTI E DEBOLI
Il messaggio, allora, non è che per gli uni i soldi ci sono e per gli altri no. Oggi, formalmente, mancano per tutti. La differenza è un’altra, e più profonda. Quando la categoria è forte, rappresentata, seduta ai tavoli che contano, e magari legata a doppio filo alla busta paga di chi scrive le leggi, il diritto è scritto in una norma, accertato da una sentenza e presidiato da un giudice che può imporne l’esecuzione anche contro la volontà del Governo: il vincolo di bilancio può rinviarlo, non cancellarlo. Quando la categoria è debole, frammentata, abituata a lavorare a cottimo per circa 700 euro al mese di fisso, il diritto semplicemente non esiste, e il linguaggio dei vincoli di bilancio non ha neppure bisogno di essere pronunciato.
La giustizia tributaria non ha bisogno di un bonus una tantum. Ha bisogno che lo Stato chiuda un contenzioso europeo che dura da anni, riconosca a chi ha giudicato per decenni ciò che l’Europa gli riconosce già, e smetta di misurare la dignità dei giudici in base alla vicinanza al Palazzo. Prima ancora dei soldi, ai giudici tributari mancano le regole. Ed è da lì che bisognerebbe cominciare.
(*) Vicepresidente di Sezione presso la Corte di Giustizia Tributaria di Roma e Latina
Aggiornato il 23 ottobre 2026 alle ore 15:15
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