La guerra cyber obbliga lo Stato a fare sistema


Un attacco cyber contro un’azienda può avere conseguenze molto oltre l’azienda stessa. Può colpire un’infrastruttura strategica, mettere a rischio dati sensibili, alimentare un’attività criminale o inserirsi in una dinamica più ampia di pressione contro il Paese. È qui che il confine tra sicurezza informatica e sicurezza nazionale diventa sempre più difficile da tracciare. E, di conseguenza, anche quello tra pubblico e privato.

È stato questo uno dei fili conduttori del panel “Intelligence e coordinamento cyber dello Stato” al CISO MeetUP 2026 di AssoCISO, che ieri ha messo allo stesso tavolo pubblico e privato. Un confronto nel quale è emersa soprattutto la necessità di superare la logica dei compartimenti separati: lo Stato possiede competenze e poteri che il settore privato non ha, ma le aziende gestiscono una parte crescente delle infrastrutture, delle tecnologie e dei dati da cui dipende la sicurezza del Paese.

Per Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, serve «una lettura e una visione strategica coordinata» della minaccia. Il punto, ha spiegato, è rafforzare gli strumenti già esistenti, coordinare risorse e investimenti e individuare gli elementi critici del sistema nazionale. «Oggi tutto ciò rientra nella categoria di sicurezza nazionale», ha detto.

Guerini ha richiamato in questo quadro anche il Dpcm del 30 aprile 2026, che ha rivisto il funzionamento del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica nelle situazioni di crisi e previsto l’elaborazione di una Strategia di sicurezza nazionale. Il provvedimento indica tra gli obiettivi della Strategia anche il coordinamento degli attori coinvolti e prevede lo scambio informativo tra amministrazioni, organismi e altri soggetti competenti, compresi quelli privati. La trasformazione riguarda anche il rapporto tra Stato ed economia. «C’è una statalizzazione dell’economia, nel senso che l’economia è diventata un pezzo della sicurezza nazionale», ha osservato Guerini. Di conseguenza, il ruolo pubblico non consiste soltanto nel proteggere le proprie infrastrutture, ma anche nel creare le condizioni perché il sistema privato possa rafforzare le proprie capacità di sicurezza.

È anche da questa esigenza che nasce il ruolo che AssoCISO rivendica per la comunità dei CISO. «Condividere le esperienze di chi ogni giorno ha la responsabilità della sicurezza di numerose organizzazioni rappresenta un contributo fondamentale per l’intero Sistema Paese», ha sottolineato il presidente Fabio Ugoste. Il punto non è soltanto mettere in comune competenze tecniche, ma portare nel confronto istituzionale l’esperienza concreta di chi vede quotidianamente come le minacce evolvono dentro aziende, enti e infrastrutture. È un passaggio rilevante nel rapporto tra pubblico e privato. Le istituzioni possono definire strategie, regole e strumenti di risposta, ma una parte crescente della conoscenza operativa sulla minaccia si trova nelle organizzazioni che la affrontano sul campo. Per questo il coordinamento non può limitarsi allo scambio di informazioni durante una crisi: deve diventare una capacità permanente di confronto e condivisione.

«Non esiste una difesa nazionale che non veda coinvolti i player nazionali», ha detto Ivano Gabrielli, direttore del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica. Per questo, ha spiegato, bisogna rafforzare la fiducia tra i diversi soggetti, portarli «al tavolo del decisore politico» e costruire un modo nuovo di governare il perimetro cyber.

Il tema arriva anche sul tavolo della magistratura. La presenza del sostituto procuratore nazionale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, di Antonio Ardituro, in un dibattito con politica, intelligence, forze di polizia e mondo della cybersecurity, sarebbe stata difficilmente realizzabile fino a qualche anno fa. Ma il lavoro dell’ufficio, ha spiegato il procuratore, è sempre più concentrato anche sul coordinamento investigativo sul territorio e sul contrasto alle minacce che sfruttano il dominio cyber, e il legislatore ha voluto fortemente coinvolgere la magistratura in queste discussioni. Uno dei problemi è il mercato clandestino delle informazioni. «Non si tratta più soltanto di singole vicende investigative», ha dichiarato Ardituro: il commercio sotterraneo dei dati può diventare un problema per la sicurezza dei cittadini e per la stabilità democratica. E il quadro è reso più complesso dalla crescente sovrapposizione tra reti criminali, gruppi cyber e altre forme organizzate di minaccia.

Anche per questo le imprese chiedono di essere considerate parte integrante del sistema di sicurezza, non soltanto come soggetti da proteggere o destinatari di obblighi normativi. «Un attacco cyber a un’organizzazione può produrre effetti che vanno ben oltre la singola azienda», ha detto Alessandra Michelini, amministratrice delegata di Telsy. Ogni attore, ha spiegato, dispone di un diverso punto di osservazione: la sfida è mettere a sistema gli asset informativi e le competenze che oggi restano distribuiti tra soggetti diversi.

Dal lato delle imprese, però, la consapevolezza è anche che la sicurezza assoluta non esiste. «Noi oggi non siamo in grado di sapere quando l’attacco avverrà, che cosa e quando colpirà, chi lo causerà», ha osservato Marco Molinaro, security leader di Accenture per l’Italia. Per questo non è possibile pensare semplicemente di essere «pronti»: «Bisogna preparare piani di gestione delle crisi, testarli e aggiornarli continuamente».

Il punto, alla fine, è che la sicurezza cyber non appartiene più a un solo comparto. Dominio digitale, sicurezza industriale e difesa militare sono ormai strettamente interconnessi. Lo Stato può coordinare, regolamentare e intervenire, ma una parte essenziale della capacità nazionale si trova nelle aziende. Per questo il vero salto non è soltanto tecnologico. È organizzativo: fare in modo che informazioni, competenze e responsabilità pubbliche e private possano incontrarsi prima che un incidente diventi una crisi nazionale.


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