Dentro una tomba romana anche un bicchiere mancato può dire parecchio. A Carmona, nel sud della Spagna, il vino più antico al mondo conservato ancora in forma liquida era chiuso in un’urna funeraria da circa duemila anni. Scuro, rossastro, quasi disturbante se pensiamo al contesto. Avevamo già parlato della scoperta: un vino romano del I secolo d.C. arrivato fino a noi ancora liquido. Adesso, però, una nuova lettura scientifica aggiunge una piega più scomoda. Quel vino racconta anche le gerarchie tra uomini e donne nell’antica Roma.
La tomba era stata scoperta nel 2019 durante alcuni lavori di ristrutturazione in una casa privata. Sotto il pavimento è comparso un mausoleo romano intatto, scavato nella roccia e rimasto sigillato per secoli. Al suo interno c’erano sei persone: Senicio, Hispana e altri quattro individui senza nome noto, due uomini e due donne. Il vino si trovava nell’urna associata a un uomo, insieme ai suoi resti cremati. Accanto, un anello d’oro con la raffigurazione di Giano, il dio romano delle soglie, dei passaggi, dell’inizio e della fine. Una presenza quasi troppo precisa, considerando che siamo davanti a una sepoltura. Quando i Romani decidevano di essere simbolici, ci andavano giù pesanti.
Le analisi pubblicate nel 2024 avevano chiarito la natura del liquido: era vino, in origine probabilmente vino bianco, anche se oggi appare bruno-rossastro per le trasformazioni chimiche avvenute nel tempo. Lo studio più recente, pubblicato nel 2025, sposta però lo sguardo dal primato archeologico al significato sociale di quella scelta funeraria. Il vino non era lì come dettaglio poetico, né come accessorio da racconto curioso. Era parte di un linguaggio rituale. E quel linguaggio, guarda caso, parlava al maschile.
Nell’urna maschile c’era il vino
La camera funeraria di Carmona è importante anche per un motivo molto semplice: era rimasta chiusa. Questo ha permesso ai ricercatori di escludere spiegazioni più banali, come infiltrazioni d’acqua, allagamenti o condensa. Le altre urne non presentavano lo stesso liquido. Quindi quel vino era stato versato apposta, dentro quell’urna, con un’intenzione precisa. Un gesto rituale, certo. Anche un gesto di status.
Il mausoleo, probabilmente appartenuto a una famiglia benestante, si trovava lungo la strada che collegava Carmo, l’antica Carmona romana, a Hispalis, l’attuale Siviglia. Un tempo sarebbe stato visibile dall’esterno, forse segnalato da una torre poi scomparsa. Queste tombe non erano solo luoghi privati del dolore. Erano anche dichiarazioni pubbliche. Dicevano ai passanti: siamo stati qui, abbiamo contato qualcosa, ricordatevi di noi. Sobri, i Romani, proprio.
Dentro questo quadro, il vino assume un peso diverso. Nell’antica Roma era bevanda quotidiana, merce, rito, piacere, offerta, simbolo sociale. Accompagnava banchetti, culti, libagioni e passaggi importanti. Nell’urna di Carmona, però, accompagna un uomo. È lì con lui, insieme all’oro e ai resti della cremazione. Il nuovo studio legge proprio questa associazione come una traccia materiale di potere maschile, una conferma di quanto le differenze di genere continuassero a organizzare la vita sociale anche nel momento della morte.
Senicio, o comunque l’uomo associato al vino, viene ricordato attraverso un corredo che parla di autorità, passaggio, appartenenza a un certo rango. La morte chiude il corpo, il rito mantiene in piedi il ruolo. Una cosa molto romana, alla fine: perfino da morti, bisognava presentarsi bene.
Hispana aveva profumi e ambra
Nella stessa tomba c’era anche Hispana. La sua urna racconta un’altra storia, con altri oggetti e un altro vocabolario. Non vino, ma gioielli d’ambra, un contenitore per profumo al patchouli e resti di tessuti probabilmente di seta. Materiali preziosi, raffinati, legati al corpo, all’ornamento, alla memoria sensoriale. Tutto molto bello, certo. Anche molto codificato.
Il confronto tra le due urne è la parte più interessante. Da un lato il vino, l’anello, il linguaggio maschile del rito e dello status. Dall’altro profumo, ambra, tessuti, cura del corpo. Oggetti diversi per identità diverse, come se la società romana avesse continuato a distribuire ruoli anche oltre la soglia della vita. Agli uomini certi simboli, alle donne altri. Con una precisione che fa quasi più rumore del ritrovamento stesso.
Il rapporto delle donne romane con il vino era complicato e sorvegliato. Le fonti antiche raccontano divieti, condanne morali, controlli familiari, una lunga ossessione per il comportamento femminile che suona antichissima e insieme fastidiosamente familiare. Poi, come succede sempre, la vita reale era più sfumata delle regole: alcune evidenze suggeriscono che le donne bevessero vino in determinati contesti, magari varietà dolci o meno forti, come il passum, ottenuto da uve appassite. Il punto resta il peso simbolico.
Un bianco diventato scuro
Per identificare il liquido, i ricercatori hanno analizzato pH, sali minerali, composti organici e polifenoli. Hanno usato tecniche come la spettrometria di massa al plasma accoppiato induttivamente, utile per ricostruire il profilo minerale, e la cromatografia liquida ad alte prestazioni accoppiata alla spettrometria di massa, usata per individuare i marcatori del vino. Detta meno da laboratorio: hanno cercato nel liquido le impronte chimiche capaci di dire “sì, questa roba era vino” dopo venti secoli passati dentro un’urna funeraria.
Sono stati individuati sette polifenoli compatibili con il vino, presenti anche in vini moderni di aree andaluse come Montilla-Moriles, Jerez e Sanlúcar de Barrameda. L’assenza di acido siringico, associato ai vini rossi, ha portato i ricercatori a indicarlo come vino bianco. Il colore attuale inganna: il tempo, le reazioni chimiche e il contatto con i materiali della tomba lo hanno trasformato in un liquido scuro, molto lontano dall’aspetto originario.
Stabilire la provenienza precisa resta difficile, perché mancano campioni romani identici con cui fare un confronto diretto. Il profilo minerale, però, è coerente con i vini bianchi dell’area che in età romana apparteneva alla Betica, grossomodo l’Andalusia romana. Una zona agricola ricca, attraversata da produzione, commercio e cultura del vino. Columella, autore romano nato proprio in Hispania, scriveva di agricoltura e tecniche vinicole. Insomma, quel vino non spunta dal nulla come un souvenir dimenticato. Arriva da un paesaggio dove la vite contava parecchio.
Il confronto con la celebre bottiglia di Spira, rinvenuta in Germania nell’Ottocento e datata al IV secolo d.C., rimane inevitabile. Per molto tempo è stata considerata il vino più antico ancora conservato. Il caso di Carmona è diverso perché il liquido è stato analizzato chimicamente e arriva da un contesto funerario intatto, con nomi, oggetti, resti umani e una disposizione precisa. Non abbiamo solo una bottiglia sopravvissuta al tempo. Abbiamo una scena intera. E in quella scena ogni oggetto sembra messo lì per continuare a parlare.
Resta poi il dettaglio più umano, quasi comico nel suo essere ovvio: nessuno ha davvero voglia di assaggiare questo vino. Anche senza particolari segnali di tossicità, parliamo pur sempre di un liquido rimasto per duemila anni accanto a resti umani cremati. La curiosità archeologica ha i suoi limiti, grazie al cielo.
E forse va bene così. Quel vino non era destinato a noi, né a un calice, né alla degustazione più inquietante della storia. Era stato lasciato accanto a un uomo per accompagnarlo, rappresentarlo, fissarlo dentro una memoria familiare. Oggi ci arriva come una specie di documento liquido: parla di riti, di ricchezza, di morte, di vino, di uomini messi al centro e donne raccontate attraverso altri oggetti, altri confini, altri permessi. Duemila anni dopo, il vino è ancora lì. Ha cambiato colore. La gerarchia, invece, si riconosce benissimo.
Fonte: UCO – Quaternary Environments and Humans
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Ilaria Rosella Pagliaro
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