Aggressioni alle forze dell’ordine: l’Italia deve chiedersi perché


Otto poliziotti feriti a Palermo. Oltre 2.700 aggressioni fisiche durante i controlli stradali nel 2025. Altri 136 agenti feriti nelle manifestazioni nei primi sei mesi del 2026. Non possiamo continuare a considerare ogni episodio come un fatto isolato.

di Francesco Panasci

Otto poliziotti feriti. Due volanti danneggiate. Un centinaio di persone in strada contro gli agenti.

È accaduto a Palermo, nel quartiere Falsomiele.

Gli agenti stavano intervenendo nei confronti di alcuni motociclisti fuggiti a un controllo. La situazione è degenerata fino all’accerchiamento delle forze dell’ordine e al lancio di sassi e oggetti contundenti. Per riportare la situazione sotto controllo è stato necessario l’intervento di numerose altre pattuglie e del Reparto Mobile. Otto agenti hanno dovuto ricorrere alle cure mediche.

È grave.

Ma sarebbe ancora più grave raccontarlo come se fosse soltanto l’ennesima notte difficile di una periferia italiana.

Perché non è la prima volta.

E soprattutto perché i numeri raccontano qualcosa che dovrebbe preoccupare molto più di un singolo episodio.

Nel 2025 l’Osservatorio ASAPS “Sbirri Pikkiati”, che prende in considerazione soltanto le aggressioni fisiche con lesioni refertate durante i controlli su strada — escludendo quindi ordine pubblico e altre situazioni operative — ha registrato 2.712 aggressioni contro appartenenti alle forze di polizia.

Erano state 2.695 nel 2024 e 2.685 nel 2023.

Più di sette aggressioni al giorno.

E nel 16,6 per cento degli episodi del 2025 è stata utilizzata un’arma propria o impropria: bastoni, oggetti o persino automobili utilizzate contro gli agenti.

Non basta.

Secondo i dati diffusi dal Viminale, nei primi sei mesi del 2026 sono stati 136 gli appartenenti alle forze di polizia feriti nelle manifestazioni di piazza, con un aumento del 61,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

A luglio, negli scontri No Tav in Val di Susa, sono rimasti feriti oltre 120 appartenenti a Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.

Pochi giorni fa, a Roma, due poliziotti sono rimasti feriti durante un intervento in via Cavour. L’uomo arrestato per resistenza, oltraggio e lesioni è stato condotto davanti al Tribunale: l’arresto è stato convalidato e l’uomo successivamente rimesso in libertà. Il Coisp ha pubblicamente contestato quella decisione.

E arriviamo nuovamente a Palermo.

Secondo quanto denunciato dal segretario generale del SAP Stefano Paoloni, l’uomo arrestato dopo i fatti di Falsomiele, celebrato il giudizio direttissimo, è tornato in libertà con obbligo di dimora nel Comune di Palermo e obbligo di permanenza nell’abitazione dalle 18 alle 6.

Sia chiaro: tornare in libertà non significa essere assolti.

La custodia cautelare non è una pena anticipata e in uno Stato di diritto può essere applicata soltanto quando ricorrono le condizioni previste dalla legge.

Ma proprio perché siamo in uno Stato di diritto dobbiamo avere il coraggio di porci un’altra domanda.

Quale percezione dello Stato stiamo producendo?

Perché un conto è la responsabilità penale definitiva, che deve essere accertata attraverso un processo.

Un altro è il messaggio che arriva nella strada.

Se un poliziotto viene aggredito, finisce al pronto soccorso, vede arrestare chi è accusato dell’aggressione e poche ore dopo quella persona torna libera, sia pure sottoposta a prescrizioni, possiamo davvero sostenere che questo non produca alcuna conseguenza nella percezione dell’autorità dello Stato?

È una domanda legittima.

Ed è troppo comodo rispondere sempre con una contrapposizione ideologica.

Da una parte quelli che vorrebbero “buttare via la chiave”.

Dall’altra quelli che sembrano trovare sempre una spiegazione sociale, ambientale o culturale per chi commette violenza.

Io non appartengo a nessuna delle due categorie.

Credo nel garantismo. Ma garantismo non significa impunità.

Credo nell’indipendenza della magistratura.

Ma indipendenza non significa sottrarre le decisioni giudiziarie alla critica pubblica, giuridica e culturale.

E credo che anche una parte della cultura politica e giudiziaria italiana debba interrogarsi seriamente su quanto accaduto negli ultimi decenni.

Nella magistratura italiana esistono sensibilità e culture differenti. Sarebbe scorretto trasformare migliaia di magistrati in un unico soggetto politico.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che nel dibattito italiano non siano esistite — e non esistano — visioni ideologiche differenti sul rapporto tra autorità, repressione, devianza, sicurezza e ordine pubblico.

Una parte della cultura progressista ha storicamente guardato con maggiore diffidenza all’esercizio dell’autorità statale.

Quella diffidenza ha avuto anche una funzione positiva quando ha significato controllo degli abusi, tutela dei diritti individuali e garanzie contro gli eccessi del potere.

Ma quando la comprensione delle cause sociali della devianza rischia di trasformarsi nella minimizzazione delle responsabilità individuali, qualcosa non funziona più.

Capire non significa giustificare

La povertà non giustifica una pietra contro un poliziotto.

L’emarginazione non giustifica una spranga.

Il degrado di una periferia non autorizza cento persone a circondare una volante.

E nessuna appartenenza politica può trasformare l’aggressione a un carabiniere, a un poliziotto, a un finanziere o a un agente della Polizia locale in una forma accettabile di protesta.

Perché dietro quella divisa c’è innanzitutto una persona.

Una donna o un uomo che ha una famiglia e che quella sera vuole tornare a casa.

Ma c’è anche qualcosa di più.

C’è lo Stato.

Ed è questo il punto che rischiamo di avere dimenticato.

Quando un cittadino colpisce un agente che sta legittimamente esercitando le proprie funzioni non sta soltanto colpendo una persona.

Sta tentando di impedire allo Stato di esercitare la propria autorità.

Naturalmente vale anche il principio contrario.

Quando un appartenente alle forze dell’ordine abusa della propria funzione deve essere indagato, processato e, se riconosciuto colpevole, punito.

Una democrazia forte non protegge gli abusi.

Ma proprio per questo una democrazia forte protegge chi esercita correttamente l’autorità che gli abbiamo affidato.

Non possiamo pretendere che un agente intervenga contro criminalità, spaccio, violenza, gare clandestine, disordini e aggressioni e poi lasciarlo con la sensazione che, una volta consegnato l’arrestato alla giustizia, tutto il peso dello Stato che aveva alle spalle improvvisamente scompaia.

Politica e magistratura devono interrogarsi

Ed è qui che politica e magistratura devono interrogarsi.

Non servono processi sommari.

Non serve il carcere come vendetta.

E non serve certamente un giudice che decida seguendo l’umore dell’opinione pubblica.

Serve invece verificare se le nostre leggi, le nostre procedure e la loro concreta applicazione garantiscano una risposta sufficientemente certa ed efficace quando vengono aggrediti coloro che rappresentano lo Stato.

Se la risposta fosse negativa, il Parlamento dovrebbe intervenire.

E se invece le leggi fossero già adeguate, sarebbe legittimo discutere pubblicamente di come vengono applicate.

Questa non è una battaglia contro la magistratura.

È una battaglia per l’autorevolezza dello Stato.

Perché Palermo non è un caso isolato.

Roma non è un caso isolato.

La Val di Susa non è un caso isolato.

E 2.712 aggressioni fisiche in un anno durante i soli controlli su strada non sono una sensazione politica. Sono un dato.

Possiamo continuare a discutere ogni singolo episodio.

Possiamo indignarci per ventiquattr’ore.

Possiamo esprimere solidarietà agli agenti feriti.

Poi arriva il giorno dopo e tutto ricomincia.

Io credo invece che sia arrivato il momento di porre una domanda molto più scomoda:

Quando abbiamo cominciato a considerare quasi normale aggredire una divisa?

Perché se una parte della società ha smesso di temere le conseguenze dell’aggressione a chi rappresenta lo Stato, il problema non è soltanto della Polizia.

È nostro.

E uno Stato democratico non deve essere feroce.

Deve essere autorevole.

Garantista con chi è accusato.

Inflessibile nell’accertamento delle responsabilità.

Severo con chi viene riconosciuto colpevole.

E presente, sempre, accanto a chi rischia la propria incolumità per far rispettare la legge.

Altrimenti continueremo a contare i feriti.

E a domandarci, ogni volta, come sia potuto accadere ancora.

 


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