Un bambino che vive vicino a un’acciaieria e respira sostanze inquinanti ha diritto a essere protetto. Ma anche suo padre, che in quella fabbrica lavora e rischia di perdere lo stipendio, ha diritto a una vita dignitosa. E se la chiusura dello stabilimento precipitasse la famiglia nella povertà, potremmo davvero sostenere di averne tutelato completamente la salute?
È il paradosso che la vicenda dell’ex ILVA di Taranto ci obbliga ad affrontare.
Il 5 ottobre la Corte d’Appello di Milano ha respinto una nuova richiesta di sospendere il provvedimento che impone lo spegnimento dell’area a caldo entro fine ottobre. Secondo i giudici, il pregiudizio economico derivante dalla fermata deve cedere davanti alla tutela della salute. Resta previsto un passaggio in Cassazione il 20 ottobre.
Una decisione comprensibile di fronte a rischi ambientali documentati. Ma trasformarla nello slogan «la salute viene sempre prima dell’economia» rischia di nascondere una questione assai più complessa.
Perché anche l’economia, quando significa lavoro, reddito, abitazione e possibilità di curarsi, è un determinante della salute.
Il bambino e l’operaio non possono essere messi uno contro l’altro
L’Organizzazione mondiale della sanità ha documentato a Taranto e nei territori circostanti un quadro preoccupante, con eccessi di malattie e mortalità rilevati in numerosi studi. Non si tratta dunque di contrapporre ipotetici rischi ambientali a posti di lavoro reali.
I danni sanitari sono una questione concreta.
Ma è altrettanto concreto il rischio sociale di una crisi industriale che coinvolge migliaia di lavoratori e le loro famiglie.
La disoccupazione prolungata può compromettere salute mentale, condizioni economiche, alimentazione e accesso alle cure. Non significa che ogni licenziamento produca una malattia, né che questi effetti siano automaticamente equivalenti a quelli dell’inquinamento.
Significa però che una valutazione sanitaria seria dovrebbe considerarli entrambi.
Soprattutto, non possiamo chiedere ai residenti di accettare esposizioni pericolose in nome dell’occupazione, né abbandonare i lavoratori dopo aver fermato la fonte del rischio.
Il mondo non ha una risposta unica
L’Italia ha vietato l’amianto nel 1992, accettando la necessità di trasformare attività economiche che comportavano rischi gravissimi. L’OMS conferma che tutte le forme di amianto sono cancerogene.
In Gran Bretagna, nel 2024, la Corte Suprema ha annullato un’autorizzazione petrolifera perché la valutazione ambientale non considerava le emissioni prodotte dalla successiva combustione del petrolio. Non ha vietato ogni estrazione, ma ha imposto di considerare conseguenze che il progetto aveva trascurato.
Negli Stati Uniti, invece, la Corte Suprema, nel caso Michigan contro EPA del 2015, ha stabilito che i costi economici non potevano essere considerati irrilevanti nella decisione di regolamentare le emissioni pericolose delle centrali elettriche.
Tre esempi diversi: divieto di una sostanza, obbligo di valutare integralmente un danno, necessità di considerare anche i costi.
Nessuno dimostra che la salute debba essere sacrificata all’economia. Ma insieme dimostrano che le democrazie non applicano un principio universale di rischio zero.
Anche la nostra Costituzione parla di bilanciamento
La Corte costituzionale italiana aveva già affrontato il problema con due decisioni sull’ILVA.
Nel 2013 aveva riconosciuto la possibilità di proseguire l’attività produttiva nel rispetto di prescrizioni ambientali rigorose.
Nel 2018 aveva invece dichiarato illegittima una disciplina che consentiva di continuare a produrre senza misure immediate e verificabili per proteggere i lavoratori.
Non è una contraddizione. È il riconoscimento che il bilanciamento tra diritti fondamentali ha dei limiti.
Quando un’attività può essere resa compatibile con la sicurezza, la prosecuzione può essere legittima. Quando le garanzie sono insufficienti, il valore economico della produzione non basta a giustificarla.
Quanto vale una vita? È la domanda sbagliata
Nelle politiche pubbliche si utilizzano valutazioni economiche dei rischi sanitari. Servono, per esempio, a confrontare interventi di prevenzione e investimenti capaci di evitare malattie e morti premature.
Ma sarebbe profondamente sbagliato concludere che un certo numero di posti di lavoro possa compensare un certo numero di tumori.
I rischi non sono distribuiti equamente. Un bambino non sceglie di abitare vicino a uno stabilimento inquinante. Un lavoratore può non avere alternative occupazionali. E chi trae profitto dall’attività industriale non coincide necessariamente con chi ne sopporta le conseguenze.
Per Taranto servirebbe una valutazione pubblica e indipendente dei diversi scenari: prosecuzione con trasformazione tecnologica, sospensione degli impianti pericolosi, riconversione industriale e chiusura.
Per ciascuno bisognerebbe stimare esposizioni ambientali, effetti sanitari attesi, occupazione, costi sociali e tempi di realizzazione. Senza promettere che tecnologie future risolveranno rischi presenti.
La responsabilità dello Stato non termina quando si spengono gli altoforni
Qui sta il punto politico e sanitario più importante.
Se la magistratura interviene perché un’attività non garantisce sufficientemente la salute, lo Stato deve far rispettare la decisione. Ma deve anche spiegare quale futuro intende offrire alla popolazione.
Una città può smettere di produrre acciaio e continuare a convivere con terreni contaminati, malattie legate a esposizioni passate, disoccupazione e povertà.
Sarebbe una sconfitta della politica industriale e della sanità pubblica.
La vera alternativa non è scegliere tra il bambino e suo padre.
È costruire un sistema nel quale il padre possa lavorare senza mettere a rischio la propria salute e quella del figlio.
La salute non viene semplicemente prima dell’economia. Un’economia che compromette sistematicamente la salute delle persone ha già fallito uno dei suoi scopi fondamentali. Ma anche una politica che protegge dall’inquinamento senza proteggere dalla miseria rischia di lasciare incompiuto il proprio compito.
Taranto non ha bisogno di scegliere quale diritto sacrificare. Ha bisogno di uno Stato capace di renderli finalmente compatibili.
References:
- ANSA, 5 ottobre 2026. Ex ILVA, la Corte di Milano conferma il blocco degli altoforni. Articolo.
- Corte costituzionale, sentenza n. 85/2013. Bilanciamento tra diritto alla salute, tutela ambientale e lavoro nel caso ILVA. Corte costituzionale.
- Corte costituzionale, sentenza n. 58/2018. Tutela della sicurezza dei lavoratori e limiti alla prosecuzione dell’attività industriale. Sentenza integrale.
- WHO Regional Office for Europe, 2023. Health impact assessment of steel plant activities in Taranto, Italy. Rapporto OMS.
- Ministero della Salute. Amianto: il trentennale della legge italiana che lo mise al bando.
- UK Supreme Court, 2024. Finch v Surrey County Council. Valutazione delle emissioni indirette dei progetti petroliferi.
- US Supreme Court, 2015. Michigan v. Environmental Protection Agency, 576 U.S. 743. Valutazione dei costi nella regolamentazione delle emissioni industriali.
- International Labour Organization. Salute e sicurezza sul lavoro come diritto fondamentale.
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