impariamo ad ascoltare i giovani


Più ascolto i miei studenti, più mi convinco che le loro storie dovrebbero suscitare qualcosa di più dell’innocua indignazione che ci concediamo fra un talk show e un editoriale. Siamo il paese che ha insegnato ai figli ad essere brillanti, competitivi, instancabili, ma che non riesce a garantire loro il diritto di diventare adulti. L’Italia non è la Francia, ma forse quell’esempio si può seguire. Forse come diceva lo slogan del ‘68, è soltanto l’inizio

L’altro giorno, dopo lezione, uno studente è venuto a chiedermi la tesi. Non un fatto originale per una che insegna all’università, mi rendo conto. Eppure i suoi progetti per il futuro sembrano funestati dal presente. Non dai sacrifici, sia chiaro. Quelli gli studenti sono abituati a farli. Trenta agli esami (anche trenta e lode), sveglia all’alba per seguire i corsi da pendolari, ore sui libri e poi via a incastrare il lavoro: il pomeriggio, la sera, persino nei fine settimana. Anzi, pare che le aziende vadano proprio a caccia di studenti: preparati, flessibili, possibilmente senza troppe pretese. Così almeno mi raccontano.

Del resto, a vent’anni anche lo sfruttamento te lo possono spacciare per una splendida opportunità di crescita. Ma sarà che a me piace parlare con loro (ne ho circa 300 all’anno nel mio corso di storia contemporanea). E più li ascolto, più mi convinco che le loro storie dovrebbero suscitare qualcosa di più dell’innocua indignazione che ci concediamo fra un talk show e un editoriale. Dovrebbero provocare vergogna. Anzitutto la vergogna di chi ci governa. Ma anche di una generazione di adulti che ha trasformato i diritti conquistati in privilegi ereditari. Siamo il paese che ha insegnato ai figli ad essere brillanti, competitivi, instancabili, ma che non riesce a garantire loro il diritto di diventare adulti.

Volti e storie 

C’è Alessia, che dopo le lezioni corre a Termini per prendere il treno, attraversando la stazione a tarda sera con il cuore in gola. Un problema che al mio collega maschio, che non vuole mettere lezione al primo pomeriggio, con la bella casa in centro e la bicicletta per rientrare, probabilmente non è mai passato per la testa. In fondo il privilegio è anche questo: potersi permettere di ignorare la paura degli altri.

C’è Cristian, che studia, lavora e trova persino il tempo di fare volontariato con ragazzi che soffrono di disturbi psichiatrici. C’è Paolo, al quale qualcuno ha appiccicato l’etichetta della dislessia, quasi fosse una condanna, e invece è un talento naturale. C’è Samira, che porta il velo, fuma in corridoio con le amiche e ride dell’ultima tendenza in fatto di manicure.

E poi c’è Jonny, un ragazzone alto, sorridente, entusiasta della tesi. Discutiamo di libri, biblioteche, archivi. Prende appunti, fa domande. Poi, quasi incidentalmente, mi racconta che dorme sul divano di un amico, a Ostia. La famiglia vive a Grosseto. Lui studia e lavora a Roma, ma una stanza non può permettersela. Cinquecento euro al mese per un posto letto, sono davvero troppi. Ma tutto questo me lo racconta sorridendo non lamentandosi.

Come se fosse normale non avere una casa a vent’anni. E intanto continua a chiedermi dei libri, delle biblioteche che vuole consultare e mi assicura che troverà il tempo. Che in qualche modo farà. Così mentre me ne torno a casa, dopo lezione, non smetto di pensare a quel divano, alla fatica, al fatto di non avere una porta da chiudere e un posto dove sentirsi a casa.

E soprattutto penso che Jonny non mi ha chiesto aiuto. Mi ha chiesto dei libri.

Ci penso e mi vergogno. Perché viviamo in un paese che celebra il merito e costringe i ragazzi a mendicare un letto. Che pretende eccellenza e considera un lusso il diritto di studiare senza chiedersi dove dormire.

È soltanto l’inizio

Sulla strada di casa continuo a pensarci e mi chiedo quando abbiamo deciso che la meglio gioventù dovesse accontentarsi degli avanzi del nostro benessere? Quando abbiamo cominciato a chiamare sacrificio quello che dovremmo chiamare ingiustizia?
Poi accendo la TV e appare la foto di un ragazzo francese, in una Parigi in fiamme.

Tiene per le mani un cartello: «Je vous parle d’un temps que les + de 20 ans ne peuvent pas comprendre». Vi parlo di un tempo che chi ha più di vent’anni non può capire. È il rovesciamento geniale della Bohème di Aznavour. Non sono più gli adulti a raccontare ai giovani un mondo scomparso. Sono i giovani a dirci che il loro mondo non lo capiamo più.

E forse hanno ragione. Noi raccontiamo quanto fosse difficile vivere ai nostri tempi. Loro ci chiedono come si faccia a cominciare a vivere nel loro di tempo. Ma si sa la Francia non è l’Italia e mentre a Parigi si scende in piazza contro la precarietà, le disuguaglianze, il futuro negato, in Italia basta che una ragazza alzi la voce perché si scateni il tribunale dei vecchi saggi.

È successo con Virginia Libero, giovane segretaria dei Giovani Democratici, che rigettando al mittente la guerra ha parlato diserzione. Invece di discutere con lei i soloni del giornalismo italiano hanno alzato il ditino, pronti a insegnare a una giovane donna che cosa debba pensare.

Sembrava di risentire i padri di fine Ottocento al circolo dei notabili: «Stai zitta, sei una donna. E pure giovane. Che cosa vuoi saperne?». Ma mentre l’arrogante paternalismo discettava dal suo salotto ammuffito, nessuno si è posto una semplice domanda: e dovessimo crescere noi? Se fossimo noi a dover imparare ad ascoltare chi non riconosce più l’autorità di chi pretende rispetto senza offrire risposte?

Intanto questi ragazzi ci dicono qualcosa di ancora più scomodo: non vogliono ereditare le nostre guerre. Non intendono morire per il nazionalismo di chi agita bandiere dal comodo delle proprie poltrone. «Le guerre le avete volute voi. Perché dovremmo combatterle noi?».

Una domanda feroce. Che meriterebbe risposte migliori delle prediche sul patriottismo. Perché amare il proprio paese significa anche pretendere che sia degno dell’amore dei suoi cittadini. E perché no, significa anche disobbedire.

Un augurio dunque: che si trovi il coraggio di uscire dai salotti per scendere in piazza con loro. Non per guidarli, né per impartire l’ennesima lezione. Ma per ascoltarli. E rispedire al mittente la presunzione di aver capito un mondo che continua a cambiare mentre noi siamo rimasti intrappolati nelle nostre certezze. Quanto a Jonny, il mio studente, non ho più voglia di dirgli che deve resistere, che prima o poi ce la farà. Non c’è bisogno essere eroi per vivere una vita normale.

Ma se il futuro continua a dormire sul divano, allora, ragazzi, alzate la voce.

Disturbate le nostre certezze. Costringeteci a guardare quello che abbiamo preferito ignorare.

E magari, stavolta, saremo noi a seguirvi.

«Ce n’est qu’un début!», si diceva ai tempi del maggio francese nel 1968. E forse è proprio così. 

È soltanto l’inizio.

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