Campania, la proposta di un reddito per restare nei paesi


Restanza riprende il significato sviluppato dall’antropologo Vito Teti: scegliere di abitare la propria terra partecipando al suo rinnovamento, pur nelle difficoltà. È l’accezione registrata dall’Accademia della Crusca. La discussione su come rendere possibile una vita nei propri territori aveva già trovato spazio nel Manifesto per la Restanza di ANCI Sicilia, al quale abbiamo dedicato un articolo.

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Vivere nel comune in cui nasce il progetto

Chi pensa di rientrare trova nel testo una richiesta che riguarda la sua vita quotidiana: residenza e dimora abituale devono accompagnare l’attività per tutto il periodo finanziato. Il lavoro va svolto stabilmente nel Comune scelto, pur potendo raggiungere anche gli abitanti di altri paesi. Per l’età fa fede il giorno della domanda.

I territori considerati comprendono le aree progetto campane della Strategia nazionale per le aree interne e i centri classificati come periferici o ultraperiferici, anche sulla costa. Sono contemplati i comuni montani e quelli appartenenti alle Comunità montane o alle Unioni di comuni montani. Alla Giunta la proposta affida la possibilità di individuare altri piccoli centri in base alle difficoltà demografiche e di accesso ai servizi essenziali. La popolazione di riferimento sarebbe quella delle ultime rilevazioni Istat disponibili alla pubblicazione dell’avviso; una variazione successiva lascerebbe proseguire le iniziative già ammesse.

Un’attività utile a chi abita lì

Nel percorso di comunità, chi presenta un’idea deve spiegare quale bisogno del paese intende affrontare e a chi si rivolge. La candidatura deve precisare i tempi del lavoro proposto, indicando ciò che si intende realizzare. Sono ammesse iniziative sociali o culturali, oltre ad attività educative e ambientali; il testo comprende progetti legati al territorio che possono avvalersi di strumenti digitali. È prevista anche la partecipazione in gruppo.

La Regione esaminerebbe le domande dopo aver raccolto dal Comune un parere motivato sull’utilità per gli abitanti. Trasformare l’iniziativa in impresa rimarrebbe una scelta facoltativa.

Il testo esclude i progetti riconducibili alle funzioni ordinarie delle amministrazioni pubbliche quando configurano prestazioni lavorative o attività da affidare secondo la disciplina dei contratti pubblici. Partecipare al programma non darebbe precedenze per ottenere un’assunzione pubblica o un incarico.

Un’impresa capace di mantenere chi ci lavora

Per il percorso d’impresa, aperto anche alle cooperative, il piano economico deve mostrare come procurarsi un reddito adeguato. Occorre conoscere i clienti che si pensa di raggiungere e spiegare come affrontare le spese con le competenze e i mezzi a disposizione. Nella selezione avrebbero precedenza le iniziative capaci di mantenersi presto con i propri ricavi e continuare dopo il finanziamento.

I guadagni prodotti dall’impresa avviata non ridurrebbero l’assegno personale. Per accompagnare il lavoro durante l’avvio e il consolidamento, la proposta assegna alla Regione anche formazione e tutoraggio. Il contributo per le spese iniziali dipenderebbe dai costi riconosciuti e dalle risorse disponibili. Nei progetti collettivi, il numero di persone ammesse al sostegno mensile sarebbe valutato in rapporto alle attività da svolgere e alle prospettive occupazionali.

Un progetto rivolto agli abitanti potrebbe offrire le condizioni per avviare un lavoro autonomo. Il testo consente di passare dal sostegno di comunità a quello d’impresa se l’attività rimane collegata all’iniziativa originaria, entro 36 mesi complessivi di assegno. I periodi di pagamento dovrebbero succedersi e per l’età continuerebbe a valere la data della prima candidatura. Questo passaggio è l’eccezione al principio dell’accesso una sola volta; ciascun aiuto, preso singolarmente, avrebbe una durata non rinnovabile.

Le risorse proposte e gli impegni da coprire

Il fondo ipotizzato per la sperimentazione ammonta a 21 milioni di euro. Il finanziamento previsto per il 2026 è di un milione; per ciascuno dei due anni seguenti sale a dieci milioni. La ripartizione proposta destina il 70% alle spese correnti e il restante 30% agli investimenti. Comprende anche i servizi di accompagnamento.

Prima di ammettere altri partecipanti, la Regione dovrebbe accertare di poter finanziare tutto il loro programma, considerando anche le somme già impegnate.

Le decisioni necessarie prima delle domande

La proposta n. 78, pubblicata negli atti del Consiglio regionale della Campania, è assegnata alla Prima Commissione per l’esame e alla Seconda per il parere finanziario. Il testo prevede che, dopo l’eventuale entrata in vigore, la Giunta abbia 120 giorni per stabilire le modalità di applicazione. Il calendario delle candidature dipenderebbe dagli avvisi regionali, da pubblicare con cadenza almeno annuale.

Andrebbero definite le spese riconosciute e le modalità di pagamento, comprese eventuali anticipazioni. I punteggi per selezionare le domande dovrebbero essere pubblicati prima dell’apertura dei termini. Per le imprese, la Giunta dovrebbe stabilire anche gli impegni a mantenere l’attività dopo la conclusione dell’aiuto e le eventuali condizioni sull’uso dei beni finanziati.

I versamenti successivi resterebbero legati alla realizzazione effettiva delle attività e al rispetto degli impegni, sottoposti a controlli periodici. Alla Giunta toccherebbe disciplinare anche quando interrompere il sostegno o chiedere la restituzione delle somme. Il progetto di legge esclude il cumulo con altri aiuti pubblici concessi allo stesso beneficiario per il medesimo progetto o la medesima attività.

La proposta chiede di osservare la permanenza nei comuni e la continuità delle iniziative anche nei ventiquattro mesi successivi al termine del sostegno. Gli esiti dovrebbero entrare nella relazione annuale al Consiglio, distinti per Comune e forma di aiuto.


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