Il 52% dei messinesi non paga l’Irpef. La media nazionale è del 42%





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La notizia di apertura delle pagine economiche dei quotidiani nazionali ha creato un certo scalpore: 24,8 milioni di italiani, ossia quasi la metà della popolazione, non versano un euro di Irpef. In realtà, si tratta di una forzatura giornalistica, perché la quota effettiva è il 42,2 per cento e perché, da quanto emerge dalla tredicesima indagine del Centro studi e ricerche itinerari previdenziali presentata al Cnel (redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025), quel dato somma due insiemi ben diversi: 16,1 milioni di cittadini che non presentano affatto dichiarazione, in larga parte minori e familiari a carico, e 8,7 milioni che la presentano, ma con imposta netta pari a zero.
Dalla stessa indagine, si ricava che il 30 per cento dei contribuenti italiani, cioè quanti dichiarano dai 29mila euro in su, si fa carico di quasi il 79 per cento del gettito Irpef, mentre poco meno di otto milioni di persone che superano i 35mila euro lordi l’anno ne versano da soli il 65 per cento. All’estremo opposto, il 47 per cento dei contribuenti, quelli sotto i 20mila euro, contribuisce soltanto per il 5 per cento del gettito.
Sul piano nazionale, e considerando il gettito fiscale come contropartita dei servizi pubblici essenziali erogati dallo Stato, il solo gettito Irpef si calcola sia pari a 216,24 miliardi, comprese le addizionali regionali e comunali, a fronte di un welfare che nel 2024 è costato 138,33 miliardi di sanità, 180,5 di assistenza sociale e 13,5 di welfare degli enti locali.
Se poi si elaborano i dati che il dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha pubblicato per tutti i 7.897 comuni italiani, è interessante notare come il nostro territorio presenti risultati sempre molto peculiari.
Il comune di Messina conta infatti 134.747 contribuenti e un reddito complessivo medio di 24.492 euro, in crescita del 4,1 per cento rispetto all’anno precedente, contro una media nazionale di 25.816. Nella graduatoria dei ventotto comuni italiani con almeno centomila contribuenti, Messina occupa la venticinquesima posizione, dietro Palermo, Prato e Rimini, davanti soltanto a Reggio Calabria, Catania e Taranto. In provincia, il reddito medio scende a 21.166 euro e, in Sicilia, si ferma a 20.565.
Ma il dato che genera più domande è un altro. Rapportando i dati effettivi alla popolazione residente, in Italia non versa l’Irpef il 42,2 per cento dei cittadini, mentre nel comune di Messina la quota sale al 52 per cento, in provincia è esattamente il 50 e in Sicilia il 55. Insomma, a Messina più della metà della città non paga imposta sul reddito, mentre la parte restante ne sostiene interamente il welfare.

Nel dettaglio

A questo punto, conviene applicare al territorio lo stesso metodo che il Cnel applica al Paese, cioè rapportare l’imposta non al contribuente, ma all’abitante, e poi confrontarla con il costo pro capite della sola spesa sanitaria, che nel 2024 è stato di 2.347 euro. In Italia l’Irpef netta vale 3.347 euro per abitante, dunque copre la sanità e lascia avanzare mille euro a testa per tutto il resto. Nel comune di Messina, l’Irpef netta scende a 2.771 euro e il margine si riduce a 424. In provincia arriva a 2.293 euro, cioè cinquantaquattro euro sotto il costo della sola sanità. In Sicilia si ferma a 2.021 euro, con un disavanzo di 326 euro per abitante prima ancora di aver considerato assistenza, istruzione ed enti locali.
Le cause della mancata copertura della spesa per il welfare non dipendono soltanto dall’enorme evasione fiscale che affligge il Paese nel suo complesso, ma anche, sul piano locale, dalla strettissima base imponibile, ossia dal drammatico assottigliarsi del numero dei contribuenti in attività e dal connesso “inverno demografico” che sta avvolgendo la città. A Messina, infatti, il 26,1 per cento dei contribuenti dichiara meno di 10.000 euro, con un reddito medio in quella fascia di 4.590 euro, e il 37,3 per cento resta sotto i 15.000, contro il 33,2 della media nazionale. All’estremo opposto, appena il 6,2 per cento supera i 55.000 euro, e tuttavia concentra il 24,5 per cento di tutto il reddito dichiarato in città.
Ne discende una conseguenza che riguarda direttamente la finanza comunale. Il capoluogo raccoglie il 34,1 per cento dei contribuenti della provincia ma il 44 per cento dell’imposta netta, sicché Messina è il centro fiscale di un territorio assai più povero di lei. E l’addizionale comunale pesa 172 euro per contribuente, contro i 158 della media italiana. Una città con redditi inferiori del 5 per cento alla media nazionale chiede dunque al proprio contribuente il 9 per cento in più di addizionale, il che è la definizione tecnica di una base imponibile insufficiente rispetto alla spesa.
Cosa succede nelle altre città siciliane? Il confronto con le altre due città metropolitane è meno sfavorevole di quanto si creda. Il reddito medio è di 24.846 euro a Palermo e di 23.698 a Catania; la quota di residenti che non versa Irpef sale al 56 per cento a Palermo e al 57,9 a Catania; e sull’Irpef per abitante, Palermo si ferma a 2.620 euro e Catania a 2.368, sicché il capoluogo etneo copre il costo della sanità con un margine di appena ventuno euro a testa, contro i 273 di Palermo e i 424 della città dello Stretto. Messina, insomma, è la migliore delle tre su quasi tutti gli indicatori di tenuta fiscale, e questo dato merita di essere divulgato. Ma se si scende nel dettaglio della composizione dei redditi, si scopre che a Messina il reddito da pensione vale il 37,7 per cento del totale, contro il 34,4 di Palermo, il 32,7 di Catania e il 30,2 della media nazionale, mentre il lavoro dipendente si ferma al 49,9 per cento contro il 54,4 italiano. Il lavoro autonomo, per contro, pesa il 3,5 per cento contro il 3,2 nazionale, mentre il reddito d’impresa scende al 2,2 contro il 2,9 italiano: non manca dunque il ceto professionale, manca l’impresa che lo alimenta. È il ritratto di un’economia sostenuta più dai trasferimenti previdenziali che dalla produzione corrente, ed è la ragione per cui la relativa solidità del gettito messinese non va scambiata per dinamismo. Quella solidità, anzi, ha una scadenza anagrafica: ogni pensione è un reddito che si estingue con il suo titolare, e in una provincia dove gli over 65 sono ormai il 26,2 per cento della popolazione, la sostituzione non è affatto garantita.

Geografia interna

La geografia interna è ancora più istruttiva. Dei 108 comuni della provincia, soltanto tredici superano i 21.000 euro di reddito medio, cinquantasette stanno tra i 15.000 e i 18.000, sei restano sotto i 15.000, e la mediana comunale si ferma a 17.371 euro. In testa non c’è il capoluogo, ma Taormina con 26.128 euro, che quindi supera Messina di oltre milleseicento euro e precede Milazzo. In coda, Capizzi con 14.247 euro, San Fratello con 14.526 e Tortorici con 15.253.
Tra il comune più ricco e il più povero della stessa provincia corrono quasi dodicimila euro di reddito medio, ossia una distanza superiore a quella che separa la Sicilia dalla Lombardia (20.565 euro, contro 30.202). Non può esistere una politica fiscale o assistenziale unica per un territorio che contiene economie diverse, tra quella turistica costiera e quella delle zone interne a forte rischio di spopolamento.
Chi ha seguito le analisi che abbiamo dedicato in questi mesi all’economia messinese riconoscerà uno schema uniforme. Avevamo raccontato di un risparmio privato abbondante, che non si converte in credito e investimento, un capitale umano formato in città ed esportato altrove, flussi di passeggeri e croceristi che attraversano lo Stretto lasciando a terra una spesa media stimata dall’Autorità di sistema portuale in 31,7 euro a testa, cioè meno di un quarto dei 139,1 euro giornalieri del viaggiatore medio nel resto d’Italia, e una rete commerciale che ha perso 623 vetrine in tredici anni. I dati fiscali aggiungono un altro capitolo a questa narrazione, forse il più radicale, perché il reddito è la variabile da cui tutte le altre dipendono.
Una città in cui metà dei residenti non versa imposta sul reddito è una città in cui la domanda interna è strutturalmente debole, il che spiega le saracinesche abbassate meglio di qualsiasi discorso sul commercio elettronico. È anche una città in cui il risparmio si concentra in poche mani e tende alla liquidità difensiva anziché all’investimento. Ed è, infine, una città che non riesce ad attrarre i propri laureati, perché la base di contribuenti oltre i 55mila euro, quel 6,2 per cento che regge un quarto del reddito cittadino, è troppo sottile per generare la domanda di lavoro qualificato che, appunto, potrebbe trattenerli.
Il dibattito nazionale, in questi giorni, si è concentrato sulla riduzione dell’aliquota intermedia al 33 per cento fino a cinquantamila euro e sulla cosiddetta trappola dei benefici, cioè sul disincentivo a dichiarare che nasce dalla perdita di agevolazioni legate all’Isee. Sono questioni serie e riguardano anche noi, ma non sono le soluzioni ottimali. Per un territorio come quello messinese, la questione fiscale non si risolve abbassando un’aliquota su redditi che in larga parte non esistono, bensì generando nuovi contribuenti e quindi ampliando la platea di chi quei redditi li produce.
Il che riporta, per l’ennesima volta, al medesimo punto. Le leve per ampliare la base imponibile locale non sono fiscali ma industriali, e stanno nei segmenti a maggiore valore aggiunto che il territorio possiede senza sfruttarli: la logistica portuale con il suo moltiplicatore del 2,7 contro l’1,8 del turismo ricettivo, la cantieristica, i servizi tecnici e professionali al trasporto marittimo, il patrimonio culturale trasformato in impresa. Ogni impresa che si struttura, ogni professionista che resta, ogni lavoratore che passa dall’irregolarità al contratto, sposta un contribuente dalla fascia sotto i quindicimila euro a quella che sostiene la città.
Il rapporto presentato al Cnel si apre, non a caso, con una domanda: “Chi paga per mantenere il welfare state?”. A Messina la risposta è che quelle somme, allo stato dei dati, semplicemente non ci sono. E la domanda che i numeri pongono alla classe dirigente locale non è “chi paga troppe tasse”, ma quanti, in questa città, sono ancora nelle condizioni di pagarle.

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