Di Giorgio Di Dio
A Procida, dopo il 2022, trovare una casa in affitto per viverci tutto l’anno è diventato quasi impossibile. Il titolo di Capitale Italiana della Cultura ha portato sull’isola una visibilità e un flusso turistico senza precedenti, e con essi un effetto collaterale rapido e diffuso: bassi, stanze in più, appartamenti ereditati si sono trasformati in bed and breakfast. La locazione turistica breve rende, quasi sempre, più della locazione ordinaria, e questo ha spinto famiglie e piccoli proprietari a scegliere la strada più conveniente. Il risultato è che l’offerta di case per chi vuole restare a vivere sull’isola, giovani coppie, lavoratori stagionali, insegnanti, chiunque cerchi un tetto senza volerlo acquistare, si è quasi prosciugata.
Non è un fenomeno isolato. È lo stesso nodo su cui si sta giocando in questi giorni una partita politica ben più grande, a Bruxelles. Il 9 settembre la Commissione europea ha presentato ufficialmente l’Affordable Housing Act, il regolamento che dovrebbe completare l’EuropeanAffordable Housing Plan annunciato mesi fa dal commissario danese all’Edilizia abitativa Dan Jørgensen. Il testo introduce le cosiddette zone «a stress abitativo»: aree dove il costo delle case è diventato insostenibile rispetto ai redditi locali, e dove i Comuni potranno, se vorranno, introdurre restrizioni agli affitti turistici brevi e, in alcuni casi, anche alla compravendita o all’uso delle seconde case. Non si tratta di un provvedimento isolato: la Commissione lo presenta come il primo tassello operativo di un piano più ampio, che punta anche a rilanciare la costruzione di nuovi alloggi accessibili in tutta l’Unione, attraverso digitalizzazione delle procedure e sostegno agli investimenti nel settore edilizio.
Il punto più delicato, e più discusso, riguarda proprio questo: fin dove può spingersi un ente pubblico nel decidere come un proprietario può o non può utilizzare la propria abitazione. Jørgensen ha insistito sul fatto che Bruxelles non impone nulla dall’alto: il regolamento offrirebbe soltanto una cornice giuridica comune, una sorta di scudo legale che permetterebbe ai Comuni di introdurre limiti senza esporsi a ricorsi basati sulle regole del mercato unico, lasciando poi alle amministrazioni locali e nazionali la decisione se e come intervenire. Ma la parte più critica del regolamento resta quella relativa alle seconde case, che tocca direttamente il diritto di proprietà: la possibilità, cioè, che un ente locale limiti non solo l’affitto turistico ma anche il passaggio o la destinazione d’uso di un immobile che non è l’abitazione principale del proprietario.
Su questo punto la proposta ha già diviso il fronte politico italiano. Diversi esponenti del centrodestra, in particolare dell’area di Fratelli d’Italia e di Forza Italia nella commissione speciale del Parlamento europeo sulla crisi degli alloggi, hanno definito la proposta un’invasione di competenze che spettano agli Stati membri, sostenendo che comprimere il diritto di proprietà non risolve la scarsità di alloggi, ma rischia soltanto di penalizzare i piccoli proprietari insieme ai grandi operatori immobiliari, senza distinguere tra chi specula e chi mette a reddito una casa di famiglia. C’è anche chi, pur non contestando l’impianto generale, giudica la proposta poco incisiva nel merito: alcuni eurodeputati italiani hanno osservato che concentrarsi sugli affitti brevi significherebbe affrontare solo un aspetto marginale di una crisi abitativa molto più ampia, fatta soprattutto di scarsità strutturale di nuove costruzioni. Dall’altra parte, quelli che sostengono il regolamento ricordano che i prezzi delle case nell’Unione sono cresciuti di oltre il 60% in un decennio e gli affitti di oltre il 20%, e che senza strumenti di intervento mirati le città e le isole più turistiche rischiano di espellere progressivamente i propri residenti stabili.
È in questa cornice che il caso di Procida diventa un piccolo laboratorio istruttivo. Se un giorno il Comune volesse dichiarare l’isola, o parte di essa, «zona a stress abitativo», potrebbe in teoria introdurre tetti alle nuove licenze per B&B, congelare le locazioni brevi in alcune aree del centro storico o subordinarle a requisiti più stringenti. Il regolamento europeo, va detto, limita comunque il proprio raggio d’azione agli immobili diversi dalla residenza principale del proprietario, e non prevede divieti automatici imposti da Bruxelles: la decisione resterebbe comunque politica, locale, soggetta al consenso di chi amministra l’isola. Ma anche solo la possibilità che una simile classificazione venga discussa in un contesto insulare, dove il patrimonio edilizio disponibile è per natura limitato e non ampliabile come in una città di terraferma, basta a mostrare quanto la questione degli affitti brevi non riguardi soltanto grandi metropoli come Milano o Firenze: tocca allo stesso modo le isole minori, dove ogni singola casa sottratta alla residenza stabile pesa proporzionalmente di più.
Resta però aperta la domanda di fondo, che il caso procidano riassume bene: si affronta la scarsità di case aumentando l’offerta disponibile, recuperando il patrimonio edilizio inutilizzato, incentivando i contratti di lungo periodo, oppure limitando la libertà di chi una casa la possiede e vuole deciderne l’uso? È la stessa domanda che si pongono, con toni diversi, i banchi opposti del Parlamento europeo, ed è la domanda che prima o poi dovrà porsi anche chi amministra le isole del golfo di Napoli, alle prese con un turismo che cresce più in fretta della capacità delle comunità locali di reggerne gli effetti. Per un’isola piccola, con un patrimonio abitativo limitato e un’identità che si costruisce proprio sulla presenza di chi ci vive tutto l’anno, la risposta a questa domanda non è soltanto una questione europea: è una scelta che riguarda direttamente il futuro di Procida, e la possibilità stessa che l’isola resti un luogo abitato tutto l’anno e non soltanto una meta da visitare nei mesi caldi.
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