Quando Amara Sacko ha capito che non sarebbe tornato in tempi brevi a casa erano passati appena sette giorni dall’incendio. Non riusciva a lavorare, a dormire. Non pensava ad altro che allo sgombero. Gli amici gli mandavano gli screenshot dei commenti sotto le notizie sul cosiddetto grattacielo di Ferrara, il palazzo dove aveva comprato un appartamento e da cui era stato costretto ad andarsene. Erano commenti razzisti, auguravano il peggio agli abitanti del palazzo in larga parte stranieri. Ha dovuto dire agli amici di non mostrarglieli più, perché non riusciva a leggerli. Ha anche pensato di tornare nel suo paese di origine, la Guinea.
Sacko, 29 anni, è arrivato in Italia nel 2018, lavora come facchino con un contratto a tempo indeterminato e fino all’11 gennaio 2026 aveva una casa. L’aveva comprata con un mutuo, il perito della banca che aveva verificato l’agibilità dell’appartamento e dato il via libera all’acquisto. La rata stabilita era di 316 euro al mese, per trent’anni. Con uno stipendio di 1.400 euro, Sacko pensava di aver fatto un buon investimento, che gli avrebbe risparmiato le lunghe ricerche per l’affitto di un posto dove vivere. Ma otto mesi dopo lo sgombero, paga ancora, per evitare ripetizione il mutuo di una casa in cui non può più abitare e le autorità continuano a non dargli risposte sul futuro.
Il grattacielo in cui abitava si trova vicino alla stazione ferroviaria di Ferrara. È un complesso formato da tre torri, costruito alla fine degli anni cinquanta per offrire abitazioni a basso costo al ceto medio. Doveva essere una costruzione all’avanguardia per la città, ma ha finito per diventare un ghetto, in cui nel tempo si sono trasferiti soprattutto lavoratori e lavoratrici stranieri per i costi contenuti delle abitazioni.
Negli ultimi anni la zona è stata al centro di una campagna di demonizzazione dei politici locali, che l’hanno rappresentata come una specie di buco nero: un quartiero di degrado, spaccio, prostituzione e criminalità, contrapposta alla città rinascimentale con la sua bellezza eterna.
La notte dell’11 gennaio è scoppiato un incendio nel vano dei contatori della torre B. Il fumo ha invaso rapidamente l’edificio e sono arrivati i vigili del fuoco, che hanno chiesto agli abitanti di lasciare le loro case.
Tutti pensavano che sarebbe stato un intervento temporaneo per sedare l’incendio e mettere in sicurezza l’immobile. Invece l’evacuazione è diventata uno sgombero permanente, come’è successo nel luglio 2026 agli abitanti dello Spin Time di Roma. Con una differenza: gli abitanti del grattacielo di Ferrara in molti casi erano proprietari degli appartamenti. Quasi la metà di loro erano piccoli proprietari stranieri come Sacko.
Dopo l’incendio la torre B è stata dichiarata inagibile. Dieci giorni dopo, il comune di Ferrara ha disposto lo sgombero anche delle torri A e C: circa 250 persone hanno avuto quindici giorni per lasciare gli appartamenti e circa cinquecento sono rimaste senza case. Gli impianti della struttura erano da rifare, secondo i rilievi dei vigili del fuoco, e non c’erano le condizioni di sicurezza per permettere agli abitanti di rientrare nei loro appartamenti. Alcune parti comuni dei condomini non risultavano a norma, così come una parte degli appartamenti.
A differenza dello Spin Time, l’amministrazione comunale di Ferrara, contraria alla presenza di immigrati in città, non è intervenuta per trovare una soluzione, ma ha offerto una sistemazione temporanea solo per i casi più vulnerabili: persone malate o con disabilità e famiglie con minori.
Nelle prime settimane dopo lo sgombero, una parte degli abitanti è stata ospitata dall’associazione viale K e successivamente e temporaneamente nell’ex convento di San Bartolo gestito dalla Caritas diocesana, un’ottantina di persone in alberghi e bed and breakfast pagati dal comune. Ma dal 30 giugno non sono più a disposizione i rifugi di emergenza, anche se alcuni sono ancora ospitati negli hotel e nei bed and breakfast. Altri hanno trovato una sistemazione da amici o parenti, alcuni hanno cercato un’altra casa in affitto.
(Filippo Massellani per Internazionale)
Amara Sacko ha affittato un posto letto nella casa di un conoscente, in un paese vicino a Ferrara, ma tra il mutuo della casa inagibile e questa nuova spesa non arriva a fine mese. “È una situazione molto difficile”, sottolinea. Ha sempre creduto che lavorando avrebbe trovato una stabilità, ma non aveva considerato la possibilità di uno sgombero.
In questa situazione ha anche dovuto affrontare la sensazione di sentirsi un eterno straniero. “Ci dicono che siamo tutti mafiosi o criminali, solo perché siamo stranieri”, racconta, ripensando alle parole e ai commenti che ha letto nelle settimane successive allo sgombero. “Per noi continua a essere complicato anche farci affittare casa”.
Poi ha incontrato i volontari di Cittadini del mondo e molti altri ferraresi che si sono mobilitati per gli abitanti del grattacielo. Ha partecipato a delle riunioni. All’inizio si è tenuto in disparte, ascoltava. Poi gli hanno chiesto se voleva dire la sua e allora ha cominciato a prendere parola anche per quelli che non avevano più voglia di farlo. “Per tanti di noi è una causa persa. E fa molto male”, racconta.
Otto mesi dopo “è ancora tutto fermo”, racconta Carola Peverati, di Cittadini del mondo, un’associazione multiculturale che ha una sede vicino al grattacielo e che in questi mesi ha assistito gli ex abitanti.
“Le persone più vulnerabili, quelle che avevano disabilità o figli minorenni sono in situazioni di emergenza talmente gravi che stanno lasciando la città”, racconta Peverati. “Se ti mettono in una stanza in cui non c’è neanche un armadio, quanto puoi resistere?”.
In alcuni casi le famiglie sono state divise: le donne con i figli in strutture destinate all’accoglienza, gli uomini in altre sistemazioni temporanee per senza dimora. “C’è un uomo con disabilità che vive con il figlio di undici anni in una stanza d’albergo vicino alla stazione, senza neanche un armadio”, racconta l’attivista. Secondo la ricostruzione dell’associazione, il comune di Ferrara ha trovato una sistemazione d’emergenza per circa 78 persone. Gli ospiti contribuiscono alle spese in base al proprio reddito, mentre l’amministrazione paga il resto.
“Assegnargli case d’emergenza, invece di pagargli gli alberghi, costerebbe molto meno”, osserva Peverati . Il mercato degli affitti, intanto, non ha offerto una soluzione. “È impossibile, una casa in affitto non gliela dà nessuno”, dice Peverati. Tra i motivi ci sono la diffidenza nei confronti degli stranieri e la domanda di posti letto degli studenti, particolarmente forte in una città universitaria, racconta l’attivista. A questo si aggiungono gli affitti brevi legati agli eventi e ai concerti.
“I piccoli proprietari del grattacielo sono disperati perché devono continuare a pagare il mutuo”, dice Peverati. “Se diventano insolventi dopo un certo periodo non possono più prendere un prestito da nessuna parte”.
Negli ultimi mesi è emerso un debito condominiale ingente. Una parte della cifra, secondo la documentazione esaminata dagli abitanti, sarebbe legata però a insoluti di singoli inquilini e ai lavori di messa a norma delle proprietà.
L’amministratore del condominio si è dimesso e ora dovrà essere nominato un nuovo amministratore. Nel frattempo gli interventi necessari per la sicurezza dell’edificio non sono ancora partiti. “Secondo i condomini, gli appartamenti non a norma sarebbero 38 su 184. A loro si aggiungerebbero alcune criticità nelle parti comuni”, spiega Peverati.
All’inizio di ottobre alcuni sgomberati hanno ricevuto dal comune la notizia che alcune case di emergenza sarebbero pronte ad accogliere alcuni di loro, ma le informazioni non sono state chiare. L’assessora alle politiche sociali e abitative Cristina Coletti non ha risposto alla nostra richiesta di maggiori informazioni e di un commento.
Ona Shuhui Ouyang ha comprato la sua casa il 10 ottobre 2023. Anche lei aveva fatto tutto quello che le era stato richiesto prima dell’acquisto. Aveva domandato alla vecchia proprietaria la documentazione sull’agibilità. Un ingegnere era andato al comune di Ferrara per ottenere il certificato. Poi era arrivata la banca, con la perizia necessaria per il mutuo.
“Il perito è andato a casa per vedere se era tutto a posto, se valeva quella cifra. Dopo qualche giorno abbiamo ricevuto il messaggio che la perizia era completata. La banca ha detto che andava tutto bene e mi ha concesso il mutuo”, racconta la ragazza, che lavora come apprendista nel settore tessile e ha una disabilità del 67 per cento. Per comprare quell’appartamento ha fatto i conti con uno stipendio di circa mille euro al mese e una rata del mutuo di 250 euro. Ha messo da parte i soldi per rifare l’impianto elettrico e ha pagato un tecnico per sistemarlo. Ha partecipato alle assemblee condominiali, votato per i lavori, pagato le spese straordinarie.
Poi, pochi anni dopo ha perso la casa. Ora condivide una sistemazione d’emergenza con altre donne, ma le stanno facendo pressione perché trovi un’altra soluzione in autonomia. Ha fatto domanda per una casa popolare, ma nonostante la sua disabilità non ha ottenuto risposta. “Se il comune conosceva questi problemi, come ha potuto rilasciare l’agibilità alle persone che compravano, vendevano o affittavano gli appartamenti?”, chiede.
Dopo l’incendio, racconta, ha cominciato a cercare una soluzione da sola. Aveva bisogno di un frigorifero per conservare un farmaco prescritto dal medico. È andata negli uffici comunali, ha chiamato, ha spiegato la sua situazione. La risposta che ha ricevuto è stata che doveva arrangiarsi.
Non chiede che qualcuno gli offra una casa, ma che le autorità si assumano la responsabilità di capire perché un appartamento che aveva comprato sia diventato improvvisamente inagibile.
Gli abitanti del grattacielo non si sono arresi, anche se in molti di loro si sta facendo strada lo sconforto. Hanno una chat su WhatsApp, fanno riunioni, incontrano tecnici e avvocati. Cercano di capire quanto costerebbero i lavori necessari per rientrare nelle loro case e chi dovrebbe pagarli. Alcuni sono proprietari, altri inquilini. Ci sono italiani e stranieri.
Si è parlato molto della condizione degli abitanti dello Spin Time a Roma. Artisti, personalità pubbliche, attori e cantanti hanno unito la loro voce per sostenere il progetto di una città fondata sulla solidarietà, che respingesse gli speculatori immobiliari. Ma pochi hanno seguito la vicenda così simile del grattacielo di Ferrara, una provincia lontana dai riflettori. “Le cattiverie che avevo letto sui social media mi hanno atterrito e scoraggiato, ma in questi mesi ho trovato la forza nelle persone che mi sono state vicine e che mi hanno aiutato”, dice Sacko. Il silenzio e l’abbandono sembrano lo scenario peggiore per gli abitanti del palazzo, che credono ancora di potere rientrare nelle loro case.
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