Quasi un comune calabrese su due appartiene alle classi nazionali a maggiore ruralità. Ma la ruralità non coincide necessariamente con la piccola dimensione demografica, con la montagna o con la distanza dai servizi. L’analisi dei 404 comuni della regione restituisce una geografia territoriale molto più articolata e, quindi, molto più informativa.
La Calabria è comunemente considerata una regione a forte caratterizzazione rurale. L’affermazione è certamente fondata, ma rischia di essere poco informativa se non si chiarisce che cosa si intenda per ruralità. Nel dibattito pubblico, infatti, tendono spesso a sovrapporsi categorie diverse: piccoli comuni, territori montani, aree interne, comuni periferici e territori rurali. Queste caratteristiche ricorrono spesso negli stessi territori, ma non identificano necessariamente gli stessi luoghi né descrivono i medesimi fenomeni.
Questa distinzione si può comprendere meglio utilizzando un indice multidimensionale di ruralità costruito sull’intero sistema dei comuni italiani. L’indice considera congiuntamente otto caratteristiche relative al biennio 2020-21: densità della popolazione, accessibilità ai servizi essenziali, presenza di aziende agricole con attività connesse, dipendenza demografica, occupazione agricola, superficie agricola utilizzata, spazi abitativi non utilizzati e presenza di addetti nei settori a bassa produttività.
L’idea sottostante è semplice. La ruralità non è riconducibile a una sola dimensione, ma deriva dalla combinazione di caratteristiche demografiche, insediative, produttive e di accessibilità. Considerare contemporaneamente queste dimensioni consente di misurare la ruralità in modo più articolato, di confrontare la Calabria con il resto del Paese e, soprattutto, di osservare le differenze esistenti all’interno della regione.
Una precisazione è importante. In questa analisi “rurale” non è sinonimo di arretrato, così come “urbano” non è sinonimo di sviluppato. L’indice non misura la qualità della vita, il livello di benessere o le potenzialità economiche di un territorio. Misura quanto la sua configurazione demografica, insediativa e produttiva presenti caratteristiche relativamente rurali o urbane. Ruralità e urbanità vanno, quindi, interpretate come forme differenti di organizzazione del territorio, non come i due estremi di una graduatoria nella quale una condizione è necessariamente preferibile all’altra.
Una Calabria più rurale della media italiana
Il primo risultato è molto netto. A livello nazionale il 25% dei comuni appartiene alle due classi caratterizzate dai livelli più elevati di ruralità. In Calabria questa quota raggiunge il 47%. Sono 56 i comuni classificati ad alta ruralità e altri 133 quelli appartenenti alla classe immediatamente successiva. Quasi un comune calabrese su due si colloca, dunque, nella parte più rurale della distribuzione nazionale. All’estremo opposto, soltanto il 6% dei comuni ricade nella classe “Urbanità” e uno solo appartiene alla categoria di “Alta urbanità”. Il valore medio dell’indice segnala anch’esso una differenza significativa: 0,52 in Calabria contro 0,60 nell’insieme dei comuni italiani, ricordando che valori più elevati dell’indicatore corrispondono a configurazioni relativamente più urbanizzate. Questi dati confermano la forte caratterizzazione rurale della regione. Ma il risultato più interessante emerge osservando non soltanto quanti comuni siano rurali, bensì come si distribuisca la ruralità.
Una ruralità diffusa più che estrema
La maggiore ruralità della Calabria non dipende dalla presenza dei territori più rurali d’Italia. I valori minimi dell’indice osservati a livello nazionale non si registrano, infatti, nella regione. Ciò che distingue la Calabria è, piuttosto, lo spostamento dell’intera distribuzione dei suoi comuni verso livelli inferiori di urbanità rispetto a quella italiana. I dati mostrano, quindi, una caratteristica precisa: livelli relativamente elevati di ruralità interessano una parte ampia del sistema territoriale calabrese, senza che nella regione si concentrino necessariamente i casi di ruralità più estrema osservati nel Paese (Figura 1).
La ruralità della Calabria appare, quindi, diffusa più che estrema.
A questa caratteristica se ne associa un’altra. La parte più urbanizzata della distribuzione regionale è relativamente poco rappresentata rispetto a quella nazionale. Questo risultato non implica naturalmente l’assenza di città o di sistemi urbani in Calabria. Indica, più precisamente, che anche i principali centri regionali raggiungono raramente le configurazioni territoriali proprie delle aree maggiormente urbanizzate del Paese.
La specificità calabrese sembra pertanto derivare dalla combinazione di due elementi: un’estesa presenza di configurazioni rurali e una limitata presenza di configurazioni fortemente urbanizzate. Anche i comuni collocati agli estremi della distribuzione regionale aiutano a leggere questo risultato. Secondo l’indice utilizzato, Cosenza presenta la configurazione relativamente più urbana della Calabria, mentre Ciminà si colloca all’estremo opposto, con il livello più elevato di ruralità. Si tratta, è bene ribadirlo, di posizioni relative all’interno della distribuzione regionale e non di una graduatoria del livello di sviluppo dei comuni. (Quanto è rurale il tuo comune? Cercalo sulla mappa).
Piccolo non significa necessariamente rurale
Il confronto nazionale rappresenta soltanto una parte dell’analisi. Quando si osservano le differenze all’interno della Calabria, emerge infatti una considerevole eterogeneità. Le concentrazioni più evidenti di ruralità interessano alcune aree interne della Locride, dell’Aspromonte e dell’Alto Ionio cosentino. Ma anche all’interno della regione la ruralità non può essere ricondotta meccanicamente alla dimensione demografica dei comuni. Infatti, tra i territori relativamente più urbanizzati compaiono, accanto ai capoluoghi e ad alcuni dei principali centri regionali, anche comuni di dimensioni contenute. È il caso, per esempio, di Zumpano, che presenta il secondo valore più elevato dell’indice in Calabria, subito dopo Cosenza e prima di Catanzaro e Reggio Calabria. Nella parte alta della distribuzione regionale compaiono anche Marano Marchesato, Marano Principato, Figline Vegliaturo, Campo Calabro e Piane Crati. Il dato è rilevante perché mette in discussione un’associazione apparentemente intuitiva: quella tra piccola dimensione demografica e ruralità.
Un comune può avere pochi abitanti e presentare, allo stesso tempo, caratteristiche di densità, accessibilità, struttura demografica e produttiva che lo rendono relativamente più urbano rispetto ad altri comuni della regione. Essere piccoli ed essere rurali descrivono, quindi, due caratteristiche diverse di un territorio.
| Tabella 2.I comuni agli estremi della distribuzione dell’IRU in Calabria | ||||
| Posizione | Comuni più rurali | IRU | Comuni più urbani | IRU |
| 1 | Ciminà | 0,007 | Cosenza | 0,825 |
| 2 | Campana | 0,209 | Zumpano | 0,807 |
| 3 | San Luca | 0,212 | Catanzaro | 0,806 |
| 4 | Scala Coeli | 0,218 | Reggio di Calabria | 0,804 |
| 5 | San Procopio | 0,244 | Paola | 0,797 |
| 6 | Marcedusa | 0,249 | Vibo Valentia | 0,787 |
| 7 | Terravecchia | 0,252 | Villa San Giovanni | 0,786 |
| 8 | Umbriatico | 0,255 | Marano Marchesato | 0,785 |
| 9 | Platì | 0,260 | Crotone | 0,777 |
| 10 | Careri | 0,274 | Marano Principato | 0,771 |
| 11 | Sant’Agata del Bianco | 0,277 | Lamezia Terme | 0,770 |
| 12 | Bocchigliero | 0,280 | Figline Vegliaturo | 0,763 |
| 13 | Samo | 0,281 | Rende | 0,752 |
| 14 | Belcastro | 0,286 | Campo Calabro | 0,751 |
| 15 | Caraffa del Bianco | 0,293 | Piane Crati | 0,750 |
Fonte: elaborazione dell’autore Cerca il tuo Comune |
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Ruralità, montagna e differenze provinciali
Una considerazione analoga riguarda la morfologia fisica. La Figura 2 mostra che la ruralità calabrese non coincide meccanicamente con la montagna. Sebbene i comuni montani presentino spesso una maggiore caratterizzazione rurale, all’interno di ciascuna zona altimetrica si osservano differenze significative. In particolare, nelle aree collinari e nella montagna interna convivono comuni con livelli di ruralità anche molto diversi. La collocazione altimetrica contribuisce quindi a spiegare la ruralità, ma non la determina univocamente. Anche la distinzione per provincia aggiunge informazioni interessanti. I comuni della provincia di Reggio Calabria sono particolarmente presenti nella parte più rurale della distribuzione, soprattutto nelle aree interne e montane, mentre Cosenza presenta una distribuzione più ampia, con la compresenza di realtà molto differenti. Anche nelle altre province, tuttavia, non emerge una corrispondenza rigida tra zona altimetrica e livello di ruralità.
Nel complesso, la figura restituisce una geografia più articolata della tradizionale contrapposizione tra costa e montagna: la ruralità dipende anche dalla struttura insediativa, dalla dotazione di servizi e dalle caratteristiche economiche e demografiche dei comuni.

Ruralità e aree interne: due geografie che si incontrano ma non coincidono
Il confronto con la classificazione della Strategia Nazionale per le Aree Interne consente di precisare ulteriormente questo punto.
La relazione tra perifericità e ruralità è evidente. Muovendosi dai Poli verso i comuni di Cintura e Intermedi e, successivamente, verso quelli Periferici e Ultraperiferici, aumenta mediamente il grado di ruralità (Figura 3). La distanza funzionale dai luoghi nei quali si concentra l’offerta dei servizi essenziali costituisce, dunque, una componente importante della ruralità calabrese.
Le due classificazioni, tuttavia, non sono sovrapponibili. All’interno di ciascuna categoria SNAI si osservano comuni con livelli di ruralità anche sensibilmente differenti. Ciò accade perché i due strumenti osservano il territorio da prospettive diverse. La classificazione SNAI ordina i comuni in relazione alla distanza dai poli di offerta dei servizi essenziali. L’indice di ruralità considera invece, insieme all’accessibilità, anche la struttura insediativa, le condizioni demografiche, la specializzazione produttiva, l’agricoltura e l’utilizzo del patrimonio abitativo.
Non si tratta, quindi, di stabilire quale delle due rappresentazioni sia preferibile. Esse forniscono informazioni differenti e complementari. Un comune può essere periferico rispetto ai servizi senza presentare tutte le caratteristiche tipiche di un territorio fortemente rurale; allo stesso modo, alcuni elementi di ruralità possono manifestarsi anche in comuni relativamente meno distanti dai principali centri di offerta dei servizi. La ragione è che la classificazione delle aree interne considera la distanza funzionale dai servizi, mentre l’indice di ruralità incorpora anche struttura insediativa, caratteristiche demografiche, specializzazione produttiva e utilizzo del patrimonio abitativo. La ruralità calabrese è, quindi, connessa alla marginalità territoriale, ma non si esaurisce in essa.

Perché misurare diversamente i territori conta
Questi risultati suggeriscono una considerazione più generale. Piccolo comune, comune montano, area interna e comune rurale non sono categorie equivalenti.
La distinzione non è puramente definitoria. Il modo in cui classifichiamo un territorio determina quali differenze riusciamo a osservare e quali, invece, rischiamo di nascondere. Due comuni simili per numero di abitanti possono essere molto diversi per accessibilità, struttura demografica o specializzazione produttiva. Due comuni montani possono presentare livelli differenti di utilizzo del patrimonio abitativo o di presenza dell’agricoltura. E due comuni appartenenti alla stessa categoria di area interna possono avere configurazioni complessive di ruralità molto diverse.
È precisamente in questo senso che una lettura multidimensionale può risultare utile. Non sostituisce le classificazioni territoriali esistenti, costruite per finalità specifiche, ma aggiunge informazioni e permette di distinguere realtà che un singolo criterio potrebbe assimilare. La multidimensionalità, in altri termini, consente soprattutto di riconoscere meglio le differenze tra territori.
La questione assume rilievo anche rispetto alle politiche territoriali. L’analisi non consente di stabilire quali interventi siano più efficaci nei diversi contesti e non sarebbe corretto attribuirle questa funzione. Mostra, però, qualcosa che logicamente precede la scelta degli interventi: territori apparentemente simili possono presentare caratteristiche, risorse, vincoli e opportunità differenti. Considerare queste differenze può contribuire a costruire una base informativa più adeguata per politiche place-based. Essere più rurali non significa essere meno sviluppati, ma presentare una diversa configurazione territoriale. Il problema economico emerge quando specifiche caratteristiche dei territori rurali si traducono in minori opportunità per chi vi risiede. L’obiettivo delle politiche non dovrebbe, quindi, essere quello di rendere i territori rurali più simili a quelli urbani, ma di valorizzare le specificità e intervenire sulle condizioni che ostacolano le possibilità di sviluppo.
La Calabria è, dunque, una regione significativamente più rurale della media italiana. Ma questa affermazione, da sola, dice ancora troppo poco. La ruralità regionale non è uniforme, non coincide con un’unica geografia e non può essere ricondotta esclusivamente alla dimensione dei comuni, alla montagna o alla distanza dai servizi. Esistono, piuttosto, diverse ruralità della Calabria. Riconoscerle significa disporre di una rappresentazione più fedele delle differenze territoriali della regione e, prima ancora di discutere quali politiche adottare, comprendere meglio i territori ai quali quelle politiche sono rivolte.
Per approfondire:
Aiello F., (2026), Ruralità e differenze territoriali in Calabria, Regional Economy, 10(Q1)
Aiello F., (2025), La geografia della ruralità in Italia: dove finisce l’rimano e inizia il rurale, Rivista Economica del Mezzogiorno, XXXIX, 3-4, 503-539.
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